Martedì scorso un amico mi ha inviato un report interessante. JP Morgan ha migliorato il suo rating sulle azioni dei mercati emergenti portandolo da «neutral» (neutrale) a «overweight» (sovrappesare), citando l’allentamento delle tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina e un dollaro più debole.
Come sapete, nei giorni scorsi gli Stati Uniti e la Cina hanno concordato una riduzione dei dazi per 90 giorni, con gli USA che hanno tagliato i dazi sui beni cinesi dal 145% al 30% e la Cina che ha abbassato le tariffe sulle importazioni statunitensi dal 125% al 10%, alimentando le speranze di una distensione delle tensioni commerciali globali.«La de-escalation sul fronte commerciale USA-Cina riduce un significativo vento contrario per il rally dell’azionario dei mercati emergenti», hanno affermato gli analisti di JPM in una nota, aggiungendo che i titoli sarebbero ulteriormente favoriti da un indebolimento del dollaro USA nella seconda metà di quest’anno.
Quali aree geografiche prediligere?
All’interno dei mercati emergenti, JP Morgan mantiene una visione positiva su India, Brasile, Filippine, Cile, Emirati Arabi Uniti, Grecia e Polonia, e intravede un’opportunità promettente in Cina, in particolare nei titoli tecnologici, che stanno avendo un enorme impulso alla profittabilità dato dall’utilizzo sempre più massiccio in Cina degli algoritmi di AI.
«Sebbene sia improbabile che questa tregua di 90gg tra Usa e Cina sia la fine delle turbolenze commerciali, pensiamo che il peggio sia probabilmente alle nostre spalle», ha aggiunto la casa d’affari di Wall Street.
Su quest’ultimo punto non posso che essere d’accordo. Lo vado scrivendo da giorni e mi fa piacere che diversi analisti autorevoli lo ribadiscono nei loro report destinati alla clientela istituzionale (leggi qui i miei articoli sulla fine della “trade war”:
La guerra dei dazi è (quasi) alla fine. Come investire ora? e Vi spiego perché la guerra sui dazi sta per finire. E come investire di conseguenza).
Perché dobbiamo iniziare a considerare i mercati emergenti? L’indice azionario MSCI Emerging Markets (.MSCIEF) è in rialzo del 9% da inizio anno, poiché la fiducia negli asset statunitensi, incluso il dollaro come bene rifugio, si è indebolita a causa delle preoccupazioni per le politiche erratiche e aggressive del Presidente Donald Trump. L’indice del dollaro (.DXY) è in calo del 7,5% da inizio anno.
Ho già scritto dell’inizio della fine dell’era del SuperDollaro, ma oggi parliamo di un’altra opportunità che si presenta nei prossimi mesi per il capitale vagante internazionale alla ricerca di un’alternativa al dollaro USA.
Fino ad ora i mercati emergenti sono stati un po’ trascurati dagli investitori. Basti pensare che, secondo JP Morgan, dal 2021 le azioni dei mercati emergenti hanno sottoperformato i mercati sviluppati di un totale cumulativo del -40%. Le valutazioni azionarie però appaiono ora interessanti, poiché vengono scambiate a 12,4 volte gli utili attesi a 12 mesi (forward earnings), rispetto al multiplo di 19,1 X dei mercati sviluppati, sempre secondo quanto ha dichiarato dalla banca di investimento statunitense. Ed anche il mio terminale Bloomberg - interrogato sui multipli - ha risposto in maniera pressoché uguale su questo disallineamento dei P/E tra “emerging markets” e “developed markets”.
Il fatto è che i mercati emergenti tornano sotto i riflettori mentre prende slancio la narrativa del c.d. “SELL THE USA”, iniziata dopo la conferenza stampa di Trump durante il Liberation Day del 2 aprile, continuata in seguito agli attacchi di Trump alla Fed e infine proseguita in seguito al recente declassamento del rating creditizio degli Stati Uniti da parte di Moody’s.
Tra l’altro, anche la Bank of America ha recentemente definito i mercati emergenti come “il prossimo mercato toro”.
Infatti, secondo i gestori della BofA specializzati in mercati emergenti, “un dollaro USA più debole, una fuga dai Treasury e la ripresa economica della Cina e dell’India saranno importanti fattori di crescita di questa asset class...nulla funzionerà meglio delle azioni dei mercati emergenti nel biennio 2025-2026”.
Un commento roboante, non c’è che dire. Ma il fatto è che non sono stati i mercati emergenti a brillare di luce propria, ma è stata la fiducia recentemente incrinatasi negli asset statunitensi - e manifestatasi pienamente lo scorso mese di aprile con forti vendite su Treasury, azioni e dollaro - che ha alimentato l’ottimismo verso i mercati emergenti.
In sintesi: la “stella” dei mercati emergenti si sta illuminando perché la “stella” dei mercati USA si sta affievolendo.
L’indice MSCI Emerging Markets, che rappresenta titoli a grande e media capitalizzazione in 24 Paesi emergenti, ha registrato un aumento dell’8,55% da inizio anno al 21 maggio 2025. Per confronto, nello stesso periodo l’indice S&P 500 ha segnato un modesto +1%.
La divergenza si è accentuata nelle settimane successive al 2 aprile, quando il presidente degli Stati Uniti ha annunciato dazi “reciproci” nei confronti sia di alleati e sia di rivali commerciali. Cruciale la settimana dal 5 aprile al 12 aprile, quando il sell-off dei Treasury provocò uno rialzo di ben 50bps del rendimento del decennale USA, passando dal 4% al 4,5%.
Ovviamente, nei giorni immediatamente successivi al Liberation Day la maggior parte degli indici globali ha subito cali, ma nella seconda settimana di aprile abbiamo assistito ad una netta divergenza tra i titoli dei mercati emergenti e quelli statunitensi. Tra il 9 e il 21 aprile, l’S&P 500 è sceso di oltre il 5%, mentre l’MSCI Emerging Markets Index è salito del 7%. Il “travaso” della liquidità internazionale è stato evidente.
Sebbene i titoli USA e i Treasury abbiano registrato una leggera ripresa da allora, il recente declassamento di Moody’s ha riacceso le preoccupazioni sul debito pubblico USA tra gli operatori. Lunedì scorso, il rendimento dei Treasury trentennali ha brevemente superato il 5%, toccando livelli che non si vedevano dal novembre 2023, mentre martedì gli indici azionari statunitensi hanno interrotto una serie positiva di sei sedute consecutive.
È questo l’inizio di una nuova rotazione di portafoglio per i grandi “money managers” internazionali? Non c’è bisogno di sottolineare che gli eventi recenti rafforzano per costoro la necessità di una maggiore diversificazione geografica, su questo non c’è alcun dubbio.
Il fatto è che, come abbiamo già detto, dopo aver sottoperformato l’S&P negli ultimi dieci anni, le azioni dei mercati emergenti sono in una posizione unica per sovraperformare nel prossimo ciclo. Questa possibile “tempesta perfetta” (positiva) nasce da un potenziale indebolimento del dollaro USA, da un posizionamento degli investitori estremamente basso su questo tipo di assets e da una crescita robusta degli utili associata a valutazioni scontate.
Secondo i dati di FactSet, molti investitori statunitensi detengono solo il 3-5% dei propri portafogli in mercati emergenti, contro il 10,5% detenuto nell’indice MSCI Global, che rappresenta società di grande e media capitalizzazione nei 23 mercati sviluppati.
Tra i mercati emergenti, sempre secondo JP Morgan si ritiene che l’India e la Cina offrano le migliori prospettive di crescita nel lungo periodo, mentre l’Argentina presenta valutazioni particolarmente convenienti. I miglioramenti nei rating sovrani di Paesi come Grecia e Brasile hanno inoltre aumentato l’attrattiva di queste destinazioni. Soprattutto per quanto riguarda i bond governativi emessi in questi paesi.
Dopo anni di sovraperformance degli Stati Uniti, gli investitori globali stanno iniziando a guardarsi attorno in cerca di diversificazione e rendimenti di lungo termine. E i mercati emergenti sono tornati al centro del dibattito. Un dollaro in indebolimento - sotto pressione per le preoccupazioni fiscali e il crescente debito - ha storicamente favorito i flussi verso i mercati emergenti e la stabilità delle loro valute, anche per una considerazione non da poco: per quei paesi emergenti - sia governi che imprese - che hanno emesso debito in dollari all’estero, l’indebolimento del dollaro nei confronti della valuta domestica alleggerisce l’onere del servizio del debito.
Ma cosa potrebbe distinguere l’attuale ottimismo rispetto ai precedenti rally dei mercati emergenti, che si sono poi sgonfiati?
Infatti, abbiamo già assistito a rally dei mercati emergenti che alla fine hanno perso slancio, spesso perché guidati da catalizzatori macroeconomici di breve periodo.
Questo ciclo attuale, grazie alla fuga dal dollaro e dai Treasury innescata da Trump, però potrebbe essere diverso, grazie alla combinazione di valutazioni fortemente scontate, posizionamento degli investitori storicamente basso e progressi strutturali nella profittabilità, cioè bilanci più solidi nei mercati chiave.
Mi piace qui sottoporre alla vostra attenzione alcuni ETF (ho scelto i più liquidi fra quelli attualmente quotati alla Borsa Italiana) da inserire nel vostro portafoglio, sempre coerentemente con il vostro appetito per il rischio e rispettando il sano principio della diversificazione, secondo il quale non bisogna destinare ai mercati emergenti più del 5%-10% del proprio portafoglio.
Ecco i due prodotti più interessanti.
1) iShares Core MSCI Emerging Markets IMI UCITS ETF (Acc)
ISIN IE00BKM4GZ66 Ticker EIMI
L’iShares Core MSCI Emerging Markets IMI UCITS ETF (Acc) replica l’indice MSCI Emerging Markets Investable Market (IMI). L’indice MSCI Emerging Markets Investable Market (IMI) replica i titoli azionari dei mercati emergenti di tutto il mondo. Non è molto costoso in termini di commissioni: l’indice di spesa complessiva (TER) dell’ETF è pari allo 0,18% annuo. È l’ETF più economico e più grande che replica l’indice MSCI Emerging Markets Investable Market (IMI).
Replica la performance dell’indice sottostante con replica fisica totale (acquistando tutti i componenti dello stesso). Non distribuisce dividendi. I dividendi sono accumulati e reinvestiti nell’ETF. Inoltre è un ETF di dimensioni molto grandi con un patrimonio gestito pari a 21,6 mld di euro.
2) Xtrackers MSCI Emerging Markets UCITS ETF 1C
ISIN IE00BTJRMP35 Ticker XMME
Xtrackers MSCI Emerging Markets UCITS ETF 1C replica l’indice MSCI Emerging Markets. L’indice MSCI Emerging Markets replica i titoli azionari dei mercati emergenti di tutto il mondo.
L’indice di spesa complessiva (TER) dell’ETF è pari anch’esso allo 0,18% annuo. Il Xtrackers MSCI Emerging Markets UCITS ETF 1C è il 2° ETF più grande - dopo il primo summenzionato - che replica l’indice MSCI Emerging Markets. Replica la performance dell’indice sottostante con replica a campionamento (acquistando solo i componenti più importanti dello stesso). I dividendi dell’ETF sono accumulati e reinvestiti nell’ETF. Anche questo ETF quindi non distribuisce utili. L’ETF Xtrackers MSCI Emerging Markets UCITS ETF 1C è un ETF di dimensioni grandi con un patrimonio gestito pari a 5,9mld di euro.
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