Le valutazioni azionarie dei mercati emergenti sono scese per la prima volta da almeno due decenni a meno della metà di quelle delle azioni americane, un segnale che per alcuni investitori evidenzia opportunità sempre più interessanti nelle economie in via di sviluppo.
Dopo aver ritracciato dai massimi storici toccati a fine giugno, l’MSCI Emerging Markets Index è quotato a 9,9 volte gli utili stimati per il prossimo anno, mentre l’S&P 500 Index tratta a un multiplo superiore a 20. Questo sconto record riflette da un lato il ruggente mercato toro delle azioni americane legate all’intelligenza artificiale e dall’altro il protrarsi della sotto-performance di Cina e Hong Kong, che insieme pesano per oltre un quinto del benchmark emergente.
I mercati da tenere d’occhio
I guadagni registrati quest’anno dai paesi in via di sviluppo sono arrivati in larga misura dalle società di intelligenza artificiale di Corea del Sud e Taiwan, spingendo alcuni gestori a scommettere che il resto della classe di asset possa guidare ulteriori avanzate. Comprare l’MSCI EM è un modo per diversificare rispetto agli Stati Uniti.
Nel complesso l’MSCI EM Index ha guadagnato il 19 per cento da inizio anno, con la gran parte dei rialzi attribuita a SK Hynix Inc. e Samsung Electronics Co. in Corea del Sud e a Taiwan Semiconductor Manufacturing Co.. Tuttavia, dalla fine di febbraio, quando è scoppiato il conflitto in Medio Oriente, l’indice emergente è salito solo del 3 per cento, a fronte di un balzo del 13 per cento dell’S&P 500.
Non tutti i mercati emergenti trattano allo stesso modo
Nello stesso periodo le performance regionali si sono mostrate fortemente divergenti: mentre l’Asia ha dominato i movimenti quotidiani, i listini latinoamericani sono rimasti sostanzialmente invariati e quelli dell’Europa emergente, del Medio Oriente e dell’Africa hanno registrato ritorni modesti.
Anche le valutazioni appaiono ampiamente disperse. Taiwan, India e il settore tecnologico di Hong Kong trattano tra 17 e 18 volte gli utili stimati, le azioni della Cina continentale a meno di 14 volte, mentre diversi altri mercati emergenti restano inchiodati a multipli a una sola cifra: il Brasile a 8,2 volte, l’Argentina a 8,6, Dubai a 9,4, la Turchia a 4, le Filippine a 9,5 e l’Egitto a 8.
Questi livelli di prezzo, uniti al divario storico con gli Stati Uniti, stanno inducendo una parte crescente della comunità finanziaria a rivalutare l’esposizione verso le economie in via di sviluppo, nella convinzione che lo sconto eccessivo possa offrire un margine di sicurezza e un potenziale di recupero una volta che i fattori di concentrazione e di rischio geopolitico si attenueranno.