L’annuncio è stato dato dal primo ministro. C’entra la guerra in Iran e la chiusura dello stretto di Hormuz.
Lo scorso 10 maggio il primo ministro indiano Narendra Modi ha fatto un annuncio destinato a far discutere: «Per il bene del Paese, dovremo decidere che, per un anno, non acquisteremo gioielli d’oro, nemmeno in occasione di eventi familiari».
Tre giorni dopo, il governo ha raddoppiato i dazi sull’importazione dell’oro, portandoli dal 6% al 15%. Non si tratta di una misura di poco conto, considerando che l’India è il secondo consumatore mondiale di oro dopo la Cina e che nel Paese il metallo prezioso non viene acquistato principalmente come investimento, ma soprattutto come simbolo di status sociale e sicurezza economica. In molte famiglie indiane l’oro rappresenta una tradizione radicata e accompagna matrimoni, celebrazioni e momenti importanti della vita. Per questo chiedere agli indiani di rinunciare agli acquisti per almeno un anno, persino durante le ricorrenze familiari, rappresenta una scelta molto forte.
Perché Modi ha invitato a non acquistare oro
Il motivo che ha spinto Modi a lanciare questo appello è legato al deprezzamento della rupia indiana rispetto al dollaro. Alla base ci sarebbero le tensioni geopolitiche in Medio Oriente e gli effetti della guerra in Iran, con le conseguenze sul traffico energetico internazionale. Attraverso lo Stretto di Hormuz transita una quota fondamentale del petrolio e del gas liquefatto mondiale e le difficoltà nei flussi commerciali hanno fatto aumentare il prezzo dell’energia. L’India, che importa gran parte del proprio fabbisogno energetico, si è così trovata costretta a spendere di più per acquistare greggio.
Il problema è che sia il petrolio sia l’oro vengono pagati in dollari: quando aumenta la domanda della valuta americana, la rupia tende a indebolirsi. Dall’inizio dell’anno la moneta indiana ha perso circa il 6% rispetto al dollaro, risultando tra le valute asiatiche più penalizzate. Una rupia più debole rende automaticamente più costose le importazioni.
In questo contesto di incertezza monetaria, l’oro è diventato il bersaglio principale delle misure del governo. A differenza del petrolio, infatti, non viene considerato un bene essenziale per l’economia quotidiana. Per impedire che le famiglie continuino a comprare oro a prezzi sempre più elevati, aggravando ulteriormente la pressione sulla valuta nazionale, il governo ha scelto una doppia strategia: da un lato l’appello morale di Modi, dall’altro l’aumento dei dazi per scoraggiare concretamente gli acquisti. L’obiettivo è sostenere la rupia e ridurre la pressione sulle riserve valutarie in dollari.
Si è verificato però l’effetto contrario
La risposta del mercato, però, non è andata nella direzione sperata. Le azioni dei produttori di gioielli sono crollate tra il 6% e il 9% nella giornata dell’annuncio, ma nelle gioiellerie fisiche si è verificato l’effetto opposto: invece di raffreddare la domanda interna, il timore di nuove restrizioni ha accelerato gli acquisti. Molti indiani si sono riversati nei negozi per comprare oro prima di ulteriori rincari o limitazioni, generando un classico effetto boomerang.
C’è poi un altro rischio: il contrabbando. Già nel 2013, quando l’India aumentò i dazi sul metallo prezioso, si verificò una forte crescita del mercato parallelo. Molti consumatori iniziarono a procurarsi oro attraverso canali alternativi e meno costosi. Il rischio attuale è quindi che il governo riesca solo a ridurre la domanda ufficiale, spostando una parte degli acquisti nell’economia sommersa.
Ma non c’è solo l’oro. Modi ha anche invitato i cittadini a utilizzare maggiormente i mezzi pubblici, lavorare da casa e limitare gli spostamenti. Inoltre, il governo ha aumentato i prezzi del carburante per la prima volta in quattro anni e introdotto per alcune categorie di dipendenti pubblici l’obbligo di lavorare da remoto due giorni a settimana, con l’obiettivo di ridurre il consumo di petrolio importato.
L’opposizione ha reagito duramente, accusando il governo di scaricare il peso della crisi sui cittadini. Anche il settore orafo ha espresso forte preoccupazione e ha chiesto un confronto diretto con l’esecutivo, temendo che un anno di frenata dei consumi possa mettere seriamente a rischio aziende, occupazione e l’intero comparto.
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