Tutte le occasioni di acquisto sul mercato USA con la fine dei dazi di Trump

R. F.

16 Maggio 2025 - 07:51

La fine della guerra sui dazi allontana lo spettro della recessione per gli Stati Uniti. Dove investire sul mercato americano?

Tutte le occasioni di acquisto sul mercato USA con la fine dei dazi di Trump

Durante il 2022, il 2023 e il 2024, la maggior parte degli economisti e degli asset manager si aspettavano che il drastico inasprimento della politica monetaria Fed avrebbe causato una recessione negli Stati Uniti. Mi ricordo molto bene il “mantra” che ripetevano i catastrofisti (una razza dura a morire) nei bollettini mensili e nelle interviste alla CNBC: la maggior parte di loro osservava che l’inversione della curva dei rendimenti (cioè una situazione in cui il decennale rendeva meno del biennale sulla curva dei Treasury) e il calo dell’Indice degli Indicatori Economici Anticipatori stavano confermando questa prospettiva di recessione. Io per la verità ero di diversa opinione: sostenevo che quella recessione, siccome era la più ampiamente prevista di tutti i tempi, probabilmente non si sarebbe verificata.

Infatti non si verificò. Incredibilmente la disoccupazione rimase bassa, e così le richieste di sussidi per disoccupazione e la capacità di utilizzo degli impianti rimase alta, al di sopra dell’80%. Mi feci molte domande sulle ragioni della resilienza di fondo dell’economia americana rispetto alle cannonate della Fed. E così arrivai alla conclusione che, a seguito del crack delle spese durante il Covid-19 (marzo 2020-marzo 2021), esisteva nel 2022/2023 ancora una “sacca di risparmio” nelle tasche degli americani e nei bilanci delle aziende che alimentava la spesa per consumi e per gli investimenti, bypassando – per così dire – il rincaro del costo dei prestiti. Era ora di liquidare sia l’inversione della curva dei rendimenti che gli indicatori anticipatori di recessione (ampiamente seguiti da tutti gli economisti) come fuorvianti e scarsamente predittivi.

Attenti quindi La recessione falsa - non quella vera - indotta da indicatori anticipatori fuorvianti potrebbe tornare nel 2025.

Almeno adesso non c’è l’inversione della yield curve (il 2 anni rende 4% e il 10 anni rende il 4,45%) ma gli indicatori anticipatori deboli ci sono.

Questa volta, la causa della recessione fantasma ampiamente prevista è il «caos tariffario» di Trump.

Secondo Polymarket.com, una piattaforma di trending finanziario che pubblica sondaggi economici ogni giorno anche tramite algoritmi sofisticati che catturano indicatori reali e indicatori anticipatori, la probabilità di una recessione era relativamente bassa, intorno al 20%, dal momento dell’insediamento del presidente Donald Trump il 20 gennaio fino all’11 marzo.

Le probabilità poi aumentarono drasticamente, soprattutto dopo il 2 aprile (il «Giorno della Liberazione», ma liberazione da cosa poi?), raggiungendo il 64% l’8 aprile. Fluttuarono intorno al 55% dopo che Trump rinviò di 90 giorni le tariffe reciproche che aveva annunciato il 2 aprile per tutti i Paesi con una notevole eccezione: la tariffa cinese rimase al 145%. Le probabilità di una recessione salirono al 66% il 1° maggio, a seguito della serie di deboli indicatori economici (cioè, fiducia dei consumatori, buste paga ADP, PMI e richieste di sussidi di disoccupazione). Le probabilità scesero poi di nuovo al 60% venerdì 2 maggio, a seguito della pubblicazione di un rapporto sull’occupazione di aprile più forte del previsto. Se andate oggi 13 maggio su www.polymarket.com vedrete che la probabilità “percepita” di recessione negli USA è 40%.

Sebbene per il 2025/2026 la crescita economica positiva rimanga il mio scenario di base, potrebbe essere aumentata leggermente la probabilità oggettiva di una recessione «indotta dalle tariffe» ma essa comunque rimane molto bassa, e se la recessione accadesse, sarebbe molto breve, diciamo due trimestri e non di più. Infatti, personalmente, io sto ancora scommettendo sulla resilienza dei consumatori americani e dell’economia americana in generale.

È una questione di buon senso: se l’economia USA ha resistito all’inasprimento feroce della politica monetaria della Fed negli ultimi tre anni, perché dovrebbe soccombere proprio nel 2025, con la guerra dei dazi che è durata solo qualche mese?

Insomma, sia io che molti altri analisti ci aspettiamo che l’America resisterà al caos tariffario di quest’anno.

Credo anche che il FMI e l’OCSE, prima o poi abbasseranno le probabilità di recessione rispetto ai recenti documenti emessi nel 2025, perché credo che sia la Cina che gli Stati Uniti potrebbero essere pronti a sospendere reciprocamente le loro tariffe, mentre negoziano un accordo commerciale.

In altre parole, entrambe le parti potrebbero iniziare a cedere sulle loro pretese. Nessuna delle due parti può sopportare il “dolore economico” di una guerra commerciale, che potrebbe essere più dolorosa per l’economia americana che per quella cinese. Infatti, già molti negozi “retail” negli USA e le grandi catene di distribuzione, da WalMart a Home Depot hanno annunciato che ci sono seri rischi di ritrovarsi scaffali vuoti se non sarà trovato un accordo.

D’altra parte, gli americani hanno meno tolleranza al “dolore economico” dei cinesi, essendo gli americani intrinsecamente più “spendaccioni” dei parsimoniosi cinesi. E poi la classe politica americana ha più fretta dei di quella cinese: le ripercussioni elettorali sul partito repubblicano alle mid term elections del 2026 potrebbero essere molto, ma molto pesanti. In Cina no, visto che c’è una dittatura.

Ovviamente mi aspetto che Trump - falsamente - dichiarerà vittoria nella sua guerra commerciale con il resto del mondo. Entro la fine del periodo di rinvio di 90 giorni delle sue tariffe reciproche del Giorno della Liberazione, è probabile che gli Stati Uniti abbiano firmato numerosi accordi con i principali partner commerciali americani. I ritardatari potrebbero arrivare durante un secondo periodo di rinvio di 90 giorni. Lo ripeto: la guerra sui dazi ha le settimane contate. Trump ha bisogno di lasciarsi alle spalle la questione commerciale per ridurre le probabilità di una recessione, che danneggerebbe le possibilità dei repubblicani di mantenere le loro esigue maggioranze in entrambe le camere del Congresso alle elezioni del novembre 2026.

C’è anche un altro motivo per cui Trump deve sbrigarsi a trovare un accordo con la Cina e con il resto del mondo. Trump ha infatti bisogno di risolvere rapidamente la questione ora che sono state depositate numerose cause legali che contestano la sua autorità costituzionale di imporre tariffe sulla base della sua affermazione che “esse siano giustificate da una crisi nazionale” da lui dichiarata.

Poiché non risulta che l’economia americana sia oggi un’economia da “tempi di guerra” né che ci siano eccezionali calamità incombenti sul popolo americano, è facile che la Corte Suprema possa dare ragione ai vari stati federali (gli attori di queste cause) costringendo poi Trump a ritirare i decreti legislativi tariffari e mostrando al mondo la sua sconfitta. E questo Trump non se lo può permettere(*).

Intendiamoci, non sto escludendo del tutto la possibilità di una recessione negli USA. Potrebbero ancora esserci problemi di supply chain, cioè interruzioni dell’offerta derivanti dalla guerra commerciale ancora irrisolta con la Cina. Sondaggi aziendali regionali e nazionali mostrano un indebolimento temporaneo dell’attività economica e un aumento dei prezzi durante marzo e aprile. Le misure della fiducia dei consumatori sono a livelli recessivi, soprattutto quelle che tracciano le aspettative dei consumatori ma, come abbiamo visto, questi potrebbero essere falsi segnali recessivi, perché basati soprattutto su interviste a campione, effettuate durante il mese di aprile, quello più critico della «trade war».

Possiamo quindi ancora scommettere sulla resilienza della spesa dei consumatori, che è stata potenziata dalla spesa dei Baby Boomer in pensione. E possiamo anche scommettere sulla tenuta della spesa delle imprese. Sebbene le incertezze legate alle tariffe possano pesare sulla spesa in conto capitale, sono sicuro che la spesa relativa al cloud computing e all’intelligenza artificiale rimanga forte. In questo periodo storico, l’investimento aziendale in AI non risente del ciclo economico, perché è di tipo “strategico” per le imprese. Chi non investe ora in AI probabilmente sarà tagliato fuori dal mercato in futuro abbastanza vicino. NVIDIA e MICROSOFT devono far parte del vostro portafoglio per almeno 10 anni ancora.

Quale è la strategia allora? Aumentare o non aumentare il nostro peso azionario nel portafoglio bilanciato di fondi o di azioni ? Be’, tutto dipende dal vostro profilo di rischio, ma se parliamo di mercato americano, vi consiglio di aumentare il peso azionario, oltre che con i classici ETF replica dell’S&P500 e del Nasdaq anche con questi due prodotti Invesco (N.B. non possiedo prodotti Invesco né sondo in alcun conflitto di interesse con i prodotti Invesco, ma solo li ritengo particolarmente interessanti in questa fase storica del mercato azionario americano)

Facciamo prima una analisi metodologica.

Fino a mercoledì 14 maggio, l’indice S&P 500 è praticamente “flat” da inizio anno, dimostrando quanto sia importante per gli investitori non reagire in modo eccessivo ed emotivo agli eventi quotidiani che causano ribassi talvolta allarmanti – ma temporanei - nel mercato azionario.

Tuttavia, il mercato azionario ha sempre attraversato correzioni (generalmente definite come cali di almeno il 10% da un massimo recente) ed è entrato più volte in mercati orso (cali del 20%) negli ultimi 100 anni, ma si è sempre ripreso. Pensate che negli ultimi 30 anni, fino a oggi, il rendimento medio annuo dell’S&P 500 è stato del 10,4%, secondo FactSet. Nulla a che vedere con i rendimenti dei Treasury.

Se a metà aprile vi siete pentiti di avere una grossa parte del vostro portafoglio in un fondo indicizzato all’S&P 500 ed eravate preoccupati, ma avete tenuto duro fino alla ripresa di queste ultime tre settimane, senza dubbio ora siete più sereni. Ma ora è il momento di riconsiderare la riallocazione di una parte del vostro portafoglio a favore dell’equity. Dipende dal vostro appetito per il rischio.

Se siete investitori a lungo termine che stanno costruendo un capitale per la pensione, non modificate la vostra composizione patrimoniale del portafoglio in periodi di paura e volatilità, ma mantenetela coerente con il vostro profilo di rischio. Sappiate però che raramente potrete ridurre la volatilità del vostro portafoglio senza diminuire significativamente i vostri rendimenti a lungo termine.

Chi investe solo in BOT a 3 mesi per 10 anni di seguito non può pretendere performance medie annue decadali pari a quelle dell’S&P500 di cui sopra. Tornando alle azioni, che probabilmente restano il veicolo migliore di accrescimento del capitale nel lungo termine, esistono approcci all’indicizzazione di benchmark azionari meno volatili, che vi consentono di rimanere investiti in grandi società statunitensi riducendo però il rischio di concentrazione su pochi titoli.

Se per voi attendere pazientemente durante periodi di elevata volatilità rappresenta uno sforzo mentale eccessivo, potreste prendere in considerazione un approccio di investimenti in ETF indicizzati, ma che siano ETF focalizzati su azioni che mostrano una volatilità dei prezzi relativamente bassa.

Ho preso in considerazione l’ETF Invesco S&P 500 Low Volatility, ISIN IE00BWTN6Y99, Ticker HDLV.

Questo ETF replica i 50 titoli azionari ad elevato rendimento da dividendi con la più bassa volatilità dell’S&P 500.
L’indice di spesa complessiva (TER) dell’ETF non è alto. È pari allo 0,30% annuo. Questo è l’unico ETF che replica l’indice S&P 500 Low Volatility High Dividend. L’ETF replica la performance dell’indice sottostante con replica fisica totale (acquistando tutti i componenti dello stesso). I dividendi dell’ETF sono distribuiti agli investitori trimestralmente.

L’ETF Invesco S&P 500 High Dividend Low Volatility UCITS ETF gestisce un patrimonio pari a 296 mln di Euro. Nel portafoglio trovate i 50 titoli dell’S&P 500 con la più bassa volatilità di prezzo negli ultimi 12 mesi, calcolata nei momenti in cui il suo portafoglio viene ricostituito, il che avviene quattro volte l’anno: a febbraio, maggio, agosto e novembre. È quindi una strategia più conservativa per aiutare le persone a dormire sonni più tranquilli. Ma su periodi più lunghi, l’approccio a bassa volatilità potrebbe rappresentare un prezzo troppo alto da pagare in termini di rendimento assoluto. Dipende da voi. Avete capito che dell’investimento in azioni non si può fare a meno,ma desiderate una bassa volatilità? Questo ETF fa per voi.

C’è poi una seconda strategia. Una strategia indicizzata focalizzata su titoli di qualità nell’S&P 500. Per «qualità» di un titolo aziendale intendo la capacità di generare profitto costantemente nel tempo, basso debito, leadership nel settore di appartenenza, coerenza tra gli bbiettivi a lungo termine e risultati effettivi ecc.
Un investitore a lungo termine convinto, un po’ meno preoccupato per la volatilità ma che desidera comunque ridurre la concentrazione di portafoglio in pochi e più grandi componenti dell’S&P 500 potrebbe prendere in considerazione l’ETF Invesco S&P 500 Quality, ISIN IE00BDZCKK11, Ticker PQVM.

Esso replica l’indice S&P 500 Quality, Value & Momentum Multi-Factor.
L’indice S&P 500 Quality, Value & Momentum Multi-Factor si compone di 100 titoli azionari americani ad alta e media capitalizzazione con la più elevata esposizione aggregata a 2 fattori di investimento importanti: qualità e valore.

Il peso massimo consentito per ciascun settore è pari al 40%. L’indice di spesa complessiva (TER) dell’ETF è pari allo 0,35% annuo. Invesco S&P 500 QVM UCITS ETF è l’unico ETF che replica l’indice S&P 500 Quality, Value & Momentum Multi-Factor. Non ne esistono altri. L’ETF replica la performance dell’indice sottostante con replica fisica totale (acquistando tutti i componenti dello stesso).

Attenzione: non è un ETF ad accumulazione. I dividendi dell’ETF sono distribuiti agli investitori trimestralmente. Possiede però un unico difetto: l’ETF Invesco S&P 500 QVM UCITS ETF è un di piccole dimensioni con un patrimonio gestito pari a 56 mln di Euro. Ha una valutazione di cinque stelle nella categoria U.S. Fund Large Blend di Morningstar. L’indice viene ricostituito due volte l’anno, il terzo venerdì di giugno e di dicembre. I titoli dell’S&P 500 vengono selezionati fino a ridurli ai 100 che ottengono il punteggio di qualità più elevato, combinando il rendimento del capitale proprio (ROE), con il rapporto tra indebitamento e valore contabile (debt-to-book value).

Questi due fattori vengono quindi ponderati all’interno dell’indice, moltiplicando i punteggi di qualità per la capitalizzazione di mercato delle società. Esistono vincoli di ponderazione, incluso un limite del 5% di peso massimo per ciascun titolo quando l’indice viene ribilanciato. L’approccio basato sul punteggio crea un portafoglio concentrato, con i 10 principali titoli che costituiscono il 47,3% dell’ETF Invesco S&P 500 Quality venerdì scorso. Ma solo tre dei suoi primi 10 titoli – Meta Platforms Inc., Apple e Nvidia – sono anche tra i 10 maggiori componenti dell’S&P 500. L’ETF Invesco S&P 500 Quality ha registrato i risultati migliori su tre e cinque anni: ha tipicamente catturato circa il 95% del movimento al rialzo dell’S&P 500, mentre ha catturato circa l ’80% del ribasso dell’intero indice.

(*) = alla data del 13 maggio 2025, oltre la California, che è lo stato più importante economicamente, sono 12 gli Stati che hanno fatto causa a Donald Trump. Si tratta di Arizona, Colorado, Connecticut, Delaware, Maine, Minnesota, Nevada, New Mexico e Vermont. Tutti gli stati hanno procuratori generali democratici, ma Nevada e Vermont hanno governatori repubblicani. Ci sono poi New York, Illinois e Oregon. La ragione è sempre la stessa: gli Stati che fanno causa al presidente Trump sostengono che non ha il potere di «imporre dazi arbitrariamente», poiché solo il Congresso ha il potere di legiferare sulle tariffe, e chiedono alla Corte Suprema di impedire l’applicazione dei dazi illegali.

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