Negli ultimi anni, la politica commerciale tra Stati Uniti e Unione Europea si è fatta sempre più tesa, con l’imposizione reciproca di dazi su vari prodotti.
L’UE, per proteggere i propri settori industriali e agricoli, ha applicato tariffe doganali significative su diverse categorie merceologiche provenienti dagli USA.
Nel frattempo, l’amministrazione Trump ha minacciato misure tariffarie «reciproche» per contrastare queste politiche.
Ma quali sono i reali effetti di questa guerra commerciale? Quali settori ne sono più colpiti? E quali potrebbero essere le conseguenze future? Esaminiamo nel dettaglio i dati e le prospettive di questo scenario complesso.
L’Unione Europea applica una vasta gamma di dazi sui beni importati dagli Stati Uniti, per un valore complessivo stimato in circa 149 miliardi di dollari, secondo l’analisi di Trade Partnership Worldwide. Queste misure colpiscono una varietà di settori chiave, aumentando i costi per le imprese americane e, di conseguenza, per i consumatori europei. Le automobili provenienti dagli USA, ad esempio, sono soggette a un dazio del 10%, mentre gli Stati Uniti applicano solo il 2,5% sui veicoli europei. Questo squilibrio ha portato a numerosi scontri diplomatici tra Washington e Bruxelles. Anche il settore dell’abbigliamento e dei tessili è fortemente impattato, con tariffe che arrivano al 12%, aumentando significativamente il costo finale per i consumatori europei.
Nel comparto alimentare, l’UE applica tariffe particolarmente elevate su prodotti iconici come il whiskey e bourbon, che subiscono un dazio del 25%, mentre la carne bovina e i prodotti caseari possono raggiungere tariffe fino al 40%. Anche il settore industriale e tecnologico non è esente da barriere commerciali: macchinari, attrezzature elettroniche e componentistica industriale provenienti dagli USA affrontano tariffe comprese tra il 5% e il 15%, penalizzando settori ad alta innovazione come quello aerospaziale e informatico.
Tra le industrie statunitensi maggiormente impattate dalla politica tariffaria dell’UE, il comparto farmaceutico riveste un ruolo di primo piano. Secondo i dati di Trade Census e ImportGenius, il settore farmaceutico esporta ogni anno verso l’Europa prodotti per un valore complessivo di circa 127 miliardi di dollari. Il comparto dei dispositivi medici subisce tariffe che incidono su un volume di esportazioni pari a 37 miliardi di dollari. Strumenti sanitari di precisione, come protesi, vaccini e strumenti chirurgici, sono anch’essi colpiti con tariffe su un totale di 22 miliardi di dollari.
Anche il settore tecnologico soffre particolarmente l’impatto dei dazi, soprattutto per via della Digital Services Tax introdotta dall’UE. Questa tassa colpisce direttamente giganti americani come Google, Amazon e Apple, che devono fare i conti con maggiori oneri fiscali per poter operare nel mercato europeo.
Di fronte a queste barriere commerciali, l’amministrazione Trump ha più volte annunciato l’intenzione di introdurre misure tariffarie «reciproche». In altre parole, qualsiasi paese che imponga dazi sui prodotti statunitensi verrà a sua volta colpito da tariffe equivalenti. Gli USA stanno valutando l’applicazione di nuovi dazi su automobili europee, colpendo produttori come BMW, Mercedes e Volkswagen. Anche il settore agroalimentare potrebbe subire ritorsioni, con nuove tariffe su vino, formaggi e olio d’oliva. Inoltre, materie prime come acciaio e alluminio potrebbero essere tassate fino al 25%, aumentando i costi di produzione per le aziende europee.
Le tariffe reciproche, verso le quali ora Trump sembra propendere, non sono illegali secondo le regole dell’OMC. È l’UE che da anni impone misure protezionistiche, predicando, con solerte ipocrisia, un libero mercato che esiste solo sulla carta.