Trump non sarà mai un presidente normale, e dio eviti che lo diventi. Quale presidente normale avrebbe raggiunto lo storico risultato del rilascio degli ostaggi di Gaza con annessa resa di Hamas, e vittoria di Israele?
Lo so, già si legge che non è vera pace, che i palestinesi sono divisi e circolano ancora le armi; che ci sono miliziani dei diversi gruppi che si sparano; che c’è in corso un regolamento dei conti tra fazioni. Però, si tratti di guerriglia o di scaramucce residue, è una lotta in seno al popolo palestinese che non è destinata a riaprire fronti di conflitto con Israele paragonabili agli attacchi di livello esistenziale che ne hanno minacciato la sopravvivenza fino alla firma dell’accordo per la consegna dell’unica arma che era rimasta ad Hamas, la vita dei nemici in cattività.
I presidenti che il mainstream giudica “normali” - l’ultimo campione è stato Joe Biden e prima di lui Barack Obama - sono quelli che accettano supinamente, o addirittura propugnano, il contesto di quel multilateralismo a prescindere che è imposto dalle Nazioni Unite sulla base del numero e non della qualità democratica e libera dei 190 governi rappresentati. Dove Cuba pesa come l’Australia, mentre Cina e Russia hanno il potere di veto contro ogni misura che aiuti l’Ucraina o Israele.
Trump non ci sta. E infatti ha compreso subito che per difendere sul serio Israele gli USA dovevano uscire dal patto nucleare USA-UE che garantiva entro 10 anni la bomba a Teheran. E poi ha distrutto l’impianto sotterraneo iraniano che sembrava indistruttibile. Con questa mossa “anormale!” Trump ha conquistato la fiducia totale del premier israeliano, ma soprattutto ha rafforzato i rapporti con il mondo musulmano, dal Medio-Oriente all’Indonesia.
Gli Accordi di Abramo tra Israele e quattro Paesi islamici (Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Marocco e Sudan), realizzati da Trump alla fine del primo mandato, erano stati sottovalutati da tutti in Occidente, ma non dagli altri paesi islamici che erano restati fuori ma ne avevano compreso la valenza strategica.
I governanti di Arabia Saudita e delle altre nazioni islamiche avevano un bisogno vitale di affrancarsi dall’estremismo che stava negando le loro chance di sviluppo economico e civile, e Trump è stato abilissimo e spregiudicato ad offrirsi come partner in questo trend.
Il caso più clamoroso è il Qatar, che si era ritagliato una rendita di posizione giocando su due opposti campi: aveva dato agli americani la concessione formale a stabilire una base militare nel 1992 (presidente H.W. Bush), e quattro anni dopo, nel 1996, l’allora emiro Sheikh Hamad bin Khalifa Al Thani aveva fondato la TV Al Jazeera. Nata con l’intento di essere “indipendente”, divenne di fatto, successivamente, la voce mediatica ufficiosa delle formazioni islamiche ultrà, da Al Qaeda all’ISIS etcetera.
Nel 2011/2012, poi, il fondo sovrano Qatar Investment Authority (QIA) aveva comprato il Paris Saint Germain per entrare nel businnes del calcio mondiale. È stato un segnale di modernizzazione finanziaria e di diversificazione economica che Trump ha capito benissimo, da uomo d’affari. E quando la Boeing ha tardato a consegnare i nuovi velivoli alla Casa Bianca, la famiglia reale del Qatar ha deciso di donare al presidente un Boeing 747-8 di lusso, del valore di 400 milioni di dollari, da usare provvisoriamente come Air Force One ma destinato a finire nella Presidential Library di Trump. Lui ha accettato subito, e ovviamente è stato subissato di critiche dall’opposizione in Congresso, e anche dai suoi imbarazzati alleati. Tutti, o quasi, consideravano la donazione una oscenità istituzionale, e un conflitto di interessi. Avevano ragione, formalmente, non fosse che Trump aveva capito l’importanza concreta di avere strettissimi interessi da condividere proprio con quel leader con il turbante di uno stato islamico, ovviamente non democratico. L’accordo sul Boeing donato faceva parte di un eccezionale ed ampio rafforzamento delle relazioni tra USA e Qatar, suggellato da un ordine di acquisto di jet della Boeing da parte del governo di Doha, firmato durante la visita di Trump a Doha, che ammontava a 200 miliardi di dollari. Per Trump la proposta del Qatar era stato un «grande gesto» e liquidò con una battuta i critici: sarebbe stato «stupido» rifiutare un aereo così costoso, bello, e gratis.
Infine, va ricordato che nella capitale Doha, proprio per il ruolo da mezzano svolto dal Qatar tra gli islamici radicali e gli USA, vivevano i dirigenti di Hamas in esilio fuori Gaza, e che lì, con questi ultimi, si svolgevano da tempo i colloqui dei mediatori egiziani, turchi e qatarini con l’obiettivo di arrivare alla liberazione degli ostaggi e alla tregua. Israele ha bombardato Doha il 9 settembre 2025 con un attacco aereo mirato contro i capi di Hamas riuniti in una villetta nel quartiere Qatara, in una operazione, chiamata “Fire summit”, preparata da oltre un anno e che ha coinvolto dieci bombe sganciate da caccia israeliani dopo un avventuroso volo di rifornimento aereo a 1.800 km dalla base. L’obiettivo era eliminare i vertici di Hamas che erano presenti per discutere una proposta di cessate il fuoco avanzata dagli Stati Uniti. Questo attacco è stato il primo delle Forze di Difesa Israeliane contro il Qatar, ed è stato definito “storico” perché ha colpito la leadership politica di Hamas durante dei negoziati di tregua. Trump, andato su tutte le furie, ha imposto a Bibi di porgere scuse formali ai reali del Qatar.
E lui ha obbedito, con una dichiarazione ufficiale. Bene, quale presidente americano sarebbe mai riuscito a far digerire a Bibi un’azione simile? Inoltre, nell’occasione, Trump ha addirittura offerto al piccolo paese islamico la clausola 5 della Nato, ossia la promessa di difenderlo con le armi contro qualsiasi futuro attacco.
Trump ha dimostrato che, per vincere in una situazione che pareva impossibile, non essere “normali” è stata la sua carta vincente.