Trump fa tremare l’Europa. L’introduzione dei nuovi dazi europei sulle esportazioni verso gli Stati Uniti sta già causando scossoni importanti in alcuni settori chiave. Tra le prime vittime di questa stretta commerciale c’è un colosso farmaceutico europeo, un nome che fino a poco tempo fa rappresentava un punto di riferimento globale e che ora perde il 30% in 2 giorni.
Ma il calo improvviso del titolo non è solo l’effetto dei dazi. Questi hanno semplicemente dato il colpo di grazia a una situazione già critica, fatta di crescente concorrenza, problemi interni e difficoltà a fronteggiare la diffusione di farmaci contraffatti. Un mix esplosivo che ha mandato in fumo oltre il 60% del valore in Borsa in appena dodici mesi, cancellando in un attimo i successi di un primo semestre 2024 che sembrava promettere tutt’altro destino.
Di seguito, cosa sta davvero succedendo all’azione europea crollata del 30% in 2 giorni e perché questa potrebbe essere una lezione utile per molte aziende che faticano a cogliere i cambiamenti geopolitici e strategici in corso.
Dazi e guerre commerciali
La politica protezionistica di Trump ha trasformato i dazi in una spada di Damocle per molte aziende europee, Novo Nordisk inclusa. Il recente accordo, che prevede un 15% di tariffa su molti beni europei, ha messo sotto pressione un comparto come quello farmaceutico, tradizionalmente considerato quasi intoccabile. L’incertezza sul fatto che i farmaci possano essere esclusi o meno dai dazi aggiunge solo ulteriore instabilità a un mercato già complesso.
Ma il vero nodo è un altro: la decisione di posticipare a fine decennio l’apertura del nuovo stabilimento negli Stati Uniti lascia intendere una scarsa capacità di adattamento rapido alle nuove condizioni commerciali. In un mercato dove il tempismo è cruciale, questo slittamento rischia di pesare come un macigno sui margini e sulla capacità di competere.
Problemi interni e il peso della concorrenza
Dietro i numeri negativi si intravede anche un clima di tensione interna. Il cambio ai piani alti previsto per agosto, con l’uscita dello storico CEO Lars Fruergaard Jorgensen e l’arrivo di Maziar Mike Doustdar, non è solo un passaggio di testimone, ma il segnale che qualcosa, nella macchina perfetta di Novo Nordisk, si è inceppato. La perdita di terreno in Nord America a favore di Eli Lilly, che ha saputo giocare meglio la carta dell’innovazione con farmaci più efficaci e richiesti, racconta di una strategia che non ha saputo tenere il passo.
A questo si aggiunge un altro fronte critico: la lotta alla contraffazione. Le oltre 100 azioni legali avviate negli Stati Uniti non sono bastate a contenere la diffusione di farmaci non autorizzati. E qui non c’è solo in gioco la reputazione, ma la sicurezza dei pazienti e la tenuta del business.
Un futuro incerto tra opportunità e rischi strutturali
Grafico azioni Novo Nordisk
Fonte Tradingview
Dal punto di vista finanziario, la svalutazione del dollaro rende ancora più incerto il futuro. L’azienda ha già rivisto al ribasso le stime per il 2025, con un taglio previsto di 4 punti sulla crescita delle vendite e del 7% sull’utile operativo. Il flusso di cassa libero è ora atteso tra 35 e 45 miliardi di corone danesi. I primi numeri del semestre, però, restano solidi: +18% le vendite e +29% l’utile operativo a cambi costanti.
Da un punto di vista tecnico, il titolo ha quasi raggiunto un supporto statico in area 300 corone danesi, decisivo per scongiurare un crollo in area 230. Basterà? Le risposte arriveranno con i conti ufficiali, attesi per il 6 agosto. Ma una cosa è certa: serve più di un cambio di rotta per affrontare una stagione in cui nulla può più essere dato per scontato.