Trump all’attacco su tariffe, bilancio e geopolitica. I primi 80 giorni di una presidenza che ha già cambiato le regole

Glauco Maggi

10/04/2025

Dazi shock, riduzione del bilancio federale, nuove sfide globali da Panama alla Groenlandia: un primo bilancio dell’attivismo frenetico di Donald Trump.

Trump all’attacco su tariffe, bilancio e geopolitica. I primi 80 giorni di una presidenza che ha già cambiato le regole

Il ritmo fulminante con cui Donald Trump ha aperto così tanti fronti di “guerra”, dal pomeriggio del suo insediamento il 20 gennaio, permette di stilare un bilancio fin d’ora, anticipando quello tradizionale dei primi 100 giorni che scadranno a fine aprile.

Ecco un sommario, alla data del 10 aprile, di alcuni dei settori travolti dal suo attivismo.

La politica dei dazi

Le mosse forse più clamorose riguardano il comparto commerciale-tariffario, con l’imposizione generalizzata sui partner internazionali di dazi del 10—20%, corretti da un criterio cosiddetto di reciprocità. Sul piano tecnico il calcolo è arbitrario e a-scientifico, secondo la grande maggioranza degli economisti, ma sul terreno pratico gli inasprimenti sono stati presi molto sul serio da tutti i paesi, i cui leader hanno fatto la fila per ridiscutere con la Casa Bianca gli attuali assetti delle tariffe. Dopo il premier di Israele Bibi Netanyahu, il primo a visitare qualche giorno fa Trump offrendo di abbassare a zero le tariffe sui prodotti Usa, il Giappone, la Corea del Sud, l’Unione Europea e almeno una settantina d’altre nazioni hanno, più o meno ufficialmente, programmato visite e contatti con l’amministrazione USA per firmare nuovi accordi.
L’UE ha ventilato l’idea, che piace a Elon Musk, di azzerare le tariffe reciprocamente, ma Trump punta a qualcosa di più: tra l’altro, convincere gli europei a comprare più gas naturale liquido americano, il che contribuirebbe a ridurre lo squilibrio attuale export-import tra le due sponde dell’Atlantico.
Evidentemente la valutazione generale dei partner commerciali degli USA è per la insostituibilità degli affari di import-export con gli Stati Uniti, che restano la superpotenza che è, anche in presenza di un presidente erratico, imprevedibile, sgradevole. Odiato magari, ma imprescindibile.
L’eccezione è la Cina, che almeno per ora sta rispondendo pan per focaccia – 84% di dazi alle merci americane importate contro il 104%, poi elevato al 125%, imposto da Trump ai prodotti in arrivo dalla Cina. Il problema per il presidente comunista Xi è che la reazione cinese suona come un bluff, visto che l’import cinese negli USA è cinque volte tanto l’export americano in Cina. La confrontation Washington-Pechino, essendo questi scambi la base reale della situazione conflittuale tra i due paesi, appare infatti largamente sfavorevole ai cinesi. E quanto più si estenderanno le trattative di Trump con il resto del mondo, tanto più gli Stati Uniti usciranno dall’isolamento, diplomatico e di immagine, in cui si sono trovati all’annuncio della guerra tariffaria.
A Wall Street ancora aperta, il 9 aprile, Trump ha scritto sul sito Truth Social che “più di 75 paesi ci hanno chiamato per negoziare una soluzione e non hanno, su mio forte suggerimento, reagito in nessun modo alle mie tariffe. Per questo motivo, ho autorizzato una pausa di 90 giorni e ho sostanzialmente abbassato in questo periodo la tariffa reciproca al 10% con effetto immediato”.
Quando il presidente ha aperto le ostilità erga-omnes sul commercio ha bruciato in pochi giorni il brand positivo, romantico, “inspirational”, dell’America post-bellica, agli occhi di quella parte dell’opinione pubblica internazionale che non è mai stata anti-americana a prescindere, prima e dopo la “Guerra Fredda” con l’Unione Sovietica.
Vedremo se gli sviluppi del caos sulle Borse, che hanno reagito crollando (il Dow Jones, indice azionario iconico, è precipitato da 45mila punti di dicembre a 37mila circa, e lo S&P 500 ha perso il 20% dal suo recente massimo entrando in territorio Orso), permetteranno al marchio Made in America di recuperare quel valore, intangibile ma concreto, della superiorità del sistema USA e della sua leadership morale. Se gli indici azionari risaliranno nei prossimi mesi (immediatamente dopo l’annuncio del rinvio dei dazi di 90 giorni, il Nasdaq ha guadagnato il 9%, lo S&P500 circa l’8% e il Dow jones il 6%) ciò sarà in parallelo con le firme dei patti commerciali che andranno nel senso di un bilancio commerciale meno squilibrato di quello attuale che penalizza l’America. E questo significherà che l’opinione pubblica nel mondo globalizzato, democratico e liberale, avrà ritrovato fiducia, o quantomeno interesse pratico, nel seguire la leadership americana. E non solo a Wall Street ma anche, ed è la questione più importante, cruciale, nell’eventualità di crisi geopolitiche che potrebbero maturare nelle relazioni con gli avversari veri e dichiarati dell’America: Cina, Corea del Nord, Russia, Iran.
La sfida globale di Trump sul piano tariffario non aveva fatto distinzioni tra amici e nemici, e questo approccio, lasciando da parte l’etica e i valori sociali e culturali, non ha mai giustificazioni strategiche: infatti, a caldo ha ferito i primi e ringalluzzito i secondi.
Comunque, è presto ora per dichiarare se quello di Trump sia stato un azzardo irresponsabile, oppure una scommessa ragionata da parte di un leader convinto di avere in mano le carte per vincere.

Il risanamento del bilancio federale

Sull’impegno verso il risanamento del budget federale, l’alleanza di Trump con Elon Musk ha portato ad un esperimento che, al pari dei dazi, richiede pazienza nel giudizio finale. L’obiettivo del fondatore della Tesla è di ripulire il bilancio pubblico di sperperi, doppioni e frodi, fino a realizzare un risparmio per un trilione, mille miliardi di dollari, entro quest’anno fiscale. Se anche Musk non raggiungesse quella cifra, e si fermasse a 500-700 mila miliardi come suggeriscono le proiezioni indicative, il risultato sarebbe importante numericamente, ed eccezionale per il messaggio di fondo. Il DOGE (dipartimento per l’efficienza del governo) si è infatti già imposto come una iniziativa rivoluzionaria che soltanto i critici politicamente avversi possono sminuire. La lezione che viene dall’attività del team di Musk è che la burocrazia amministrativa è un terreno da tenere sempre sotto il controllo di controllori disincantati, e severi. Quando i volontari del DOGE, tecnici e imprenditori di fiducia di Musk, hanno semplicemente verificato l’età dei beneficiari della pensione pubblica della Social Security, hanno scoperto centinaia di titolari con oltre 130 anni d’età, e molti altri in età da asilo. Anomalie più che sospette, come quel neonato di 9 mesi a cui è stato riconosciuto il diritto a un prestito per migliaia di dollari per avviare un’impresa dalla agenzia governativa dei Piccoli Business. Sono solo le punte dell’iceberg di un sistema pubblico che è una miniera di truffe, e di inefficienze, e che nessun governo dopo Trump potrà trascurare. O almeno lo spero.

Le mosse geopolitiche

Nel settore della geopolitica internazionale Trump ha stupito tutti con le aperture di fronti inattesi fin dai primi discorsi in gennaio. Le citazioni di Panama e della Groenlandia come teatri di interesse per la Casa Bianca sembravano battute. Non lo erano per niente. Su Panama è emerso che Trump non poteva lasciare che ci fossero due porti di proprietà di una società di Hong Kong, di fatto quindi sotto il controllo di Pechino, una minaccia alla sicurezza dei traffici delle navi USA, e non solo. Così ora si sta trattando per perfezionare l’acquisto dei due porti da parte di una banca USA, dopo la visita del segretario di Stato Marco Rubio a Panama.
Il vice presidente DJ Vance si è recato in Groenlandia, aprendo di fatto la questione di un rapporto più stretto con gli USA dell’isola artica, che è un protettorato della Danimarca. Formalmente è già sotto l’ombrello della Nato, ma Trump giudica la posizione dell’isola delicata strategicamente in quanto al centro di interessi sul polo nord dichiarati da Russia e Cina, e ritiene indispensabile una partnership diplomatica e militare dell’America con la Groenlandia, abitata da circa 50 mila nativi che hanno mire d’indipendenza.