La permanenza dell’Italia nella nuova Via della Seta è durata circa quattro anni. Nelle scorse ore, infatti, il governo italiano ha ufficialmente informato la Cina sul desiderio di non rinnovare il Memorandum of Understanding firmato nel 2019 e relativo alla partecipazione di Roma alla Belt and Road Initiative (BRI).
La decisione di Meloni
Dopo sei mesi di voci, indiscrezioni e ipotesi più o meno plausibili, Giorgia Meloni ha guidato la retromarcia silenziosa del suo esecutivo da un progetto, quello lanciato dal presidente cinese Xi Jinping nel 2013, ritenuto troppo ambiguo per poter essere mantenuto attivo.
Ambiguo, intanto, dal punto di vista geopolitico, visto che la stagione dell’apertura occidentale verso Pechino ha subito un brusco stop in seguito alle crescenti tensioni tra Usa e Cina, aggravato da altre crisi regionali (dalla guerra in Ucraina alla questione taiwanese) e spinosi nodi commerciali (il dominio del Dragone sulle auto elettriche e su alcuni materiali strategici).
E ambiguo, anche, dal punto di vista economico. Questo, in particolare, perché, a detta del governo Meloni, la BRI non avrebbe portato vantaggi significativi all’Italia, almeno non nella quantità immaginata al momento dell’adesione.
Italia-Cina: il piano di Roma dopo l’addio alla BRI
L’accordo del 2019 scadrà nel marzo 2024, e si sarebbe rinnovato automaticamente se Roma non avesse fornito alla Cina un avvertimento scritto della propria volontà di abbandonare la BRI (il tutto con almeno tre mesi d’anticipo).
Una fonte governativa italiana, ha fatto sapere Reuters, ha riferito che Pechino avrebbe ricevuto “nei giorni scorsi” una lettera per spiegare alla controparte cinese che l’Italia non avrebbe rinnovato il patto. “Abbiamo tutta l’intenzione di mantenere ottimi rapporti con la Cina anche se non facciamo più parte della Belt and Road Initiative. Altre nazioni del G7 hanno relazioni più strette con la Cina di noi, nonostante non siano mai state nella BRI”, ha dichiarato una seconda fonte governativa.
E allora, senza Via della Seta, su quali canali intenderà puntare Roma per implementare i suoi rapporti economici con il gigante asiatico? In primis, l’Italia farà leva sul Partenariato strategico globale del 2004, allora firmato da Silvio Berlusconi e dall’ex primo ministro cinese Wen Jiabao.
Dopo di che, nel corso del 2024 ci sono almeno tre occasioni che Roma potrà sfruttare per cancellare l’onta del ripensamento sulla BRI e sperare di inaugurare una nuova era nei rapporti economici-commerciali con il Dragone. La prima coincide con la presidenza italiana del G7, che potrebbe consentire al governo italiano di usare la leva diplomatica per attutire le tensioni globali e farsi apprezzare tanto dagli Stati Uniti quanto dalla Cina. Citiamo, poi, la visita oltre la Muraglia (non ancora programmata ma certa) del Presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, e la celebrazione, a gennaio, dell’anniversario dei 700 anni dalla morte di Marco Polo.
Il peso dell’economia
Tutto questo vale dal punto di vista italiano. C’è però da fare i conti con la possibile reazione cinese. Siamo davvero sicuri che Pechino non cambierà atteggiamento nei confronti dell’Italia? Difficile immaginare una polemica rumorosa da parte del Dragone, che metterebbe così in risalto la notizia della “perdita” dell’unico Paese del G7 ad aver aderito alla BRI. Come se non bastasse, la leadership comunista deve pensare a problematiche interne ben più urgenti: dalla crisi immobiliare alle relazioni tempestose con gli Stati Uniti, che potrebbero sfociare in guerra aperta nel Mar Cinese Meridionale.
Attenzione però, perché è probabile che la Cina possa in qualche modo sostituire l’Italia in alcuni di quei settori che avevano fin qui fatto apprezzare il Bel Paese all’ombra della Città Proibita. Ci riferiamo al settore del lusso e dell’alta moda, dell’agroalimentare e dei macchinari. Dimensioni particolarmente rilevanti, a giudicare dai dati.
Per quanto riguarda il primo punto, secondo un rapporto di PricewaterhouseCoopers (PwC) il mercato cinese del lusso raggiungerà i 119 miliardi di dollari nel 2025, contribuendo a circa un quarto della quota del mercato globale del lusso. Nel 2022 le esportazioni italiane di prodotti tessili, abbigliamento, pelli e accessori verso il Paese asiatico avevano raggiunto un valore di 3,5 miliardi di euro.
L’export agroalimentare Made in Italy del primo semestre del 2021, invece, aveva raggiunto il valore record di 24,81 miliardi con un aumento del 12% rispetto all’anno precedente. Nei primi sei mesi del 2023, è stato registrato un +3,2%. Sempre nel 2021, infine, l’export italiano di macchinari e apparecchiature era stata la principale voce dell’export italiano verso la Cina, raggiungendo i 4,2 miliardi di euro.
Al netto dell’ampio margine di crescita possibile per l’Italia in ogni voce elencata, Pechino potrebbe favorire i competitor di Roma - dalla Francia alla Spagna - tutti pronti ad approfittare dell’inghippo italiano lungo la Via della Seta. Se così fosse, l’uscita dalla BRI non scatenerebbe un terremoto diplomatico, quanto la perdita, da parte della stessa Italia, di una corsia preferenziale nel mondo degli affari cinesi. Una corsia fin qui mai veramente sfruttata a dovere dagli esecutivi italiani.