Non si parla di altro: dazi e recessione USA. Due elementi che spesso sono uniti dallo stesso filone conduttore. Ma nel puzzle economico e finanziario che sta costruendo Trump, c’è un pezzo che non riesce proprio ad incastrarsi: l’inflazione.
Se secondo le stime economiche ci sarà una recessione negli USA, molto probabilmente dovuta ai dazi, cosa accadrà all’inflazione? Logicamente, si potrebbe pensare che questa scenderà insieme al PIL USA, ma questa non è un’opinione condivisa da tutti gli esperti.
In particolare, incuriosiscono le ultime stime di Goldman Sachs, che sembrano sostenere un’altra evidenza. Ma quale? Un’evidenza molto più pericolosa.
Trump e la politica dei dazi: una strategia che ha sorpreso molti
A quanto pare, Trump non intende fare marcia indietro sulla questione dazi. E pensare che molti erano convinti che fosse solo una mossa strategica per intimorire gli altri Paesi. Comunque sia, volendo o nolendo, gli Stati non sono rimasti fermi a guardare, e possiamo dire che la guerra commerciale ha avuto ufficialmente inizio.
Cosa provocherà? In questo senso alcune stime possono venirci in aiuto. La prima, oramai un po’ datata, perché risale ad almeno una settimana fa, è la stima di crescita del PIL del primo trimestre GDPNow della Fed di Atlanta. Come ormai molti sanno, questa previsione indica una contrazione del 2.4%. Un dato piuttosto preoccupante.
I motivi di questa contrazione? Ne sono stati elencati molti, ma anche in questo caso i dazi avranno la loro parte. Curioso notare come molto poco si parli di come reagirà l’inflazione di fronte a questa evidenza. Oltretutto, quando se ne sente parlare, spesso viene considerata in senso positivo, e il mercato sembra reagire di conseguenza.
C’è infatti una generale aspettativa di un abbassamento dei tassi Fed, proprio in risposta alla recessione. Lo simostra l’aumento della probabilità di ben 3 tagli nel 2025, visibile dal CME Fed WatchTool. Ma attenzione: forse i mercati si stanno dimenticano che la Fed non guarda al PIL, bensì all’inflazione. Il suo mandato prevede l’obiettivo di mantenere l’inflazione vicina al 2%. Quindi, il mercato potrebbe star facendo un grande errore a stimare tagli nei tassi d’interesse, qualora l’inflazione non dovesse effettivamente scendere.
Il rischio della stagflazione
Si potrebbe pensare: «Ma come potrebbe l’inflazione non scendere se scende il PIL?» In effetti, è un evento meno comune, ma non così raro da essere trascurabile. Si parla di stagflazione.
Questa è un’ipotesi che, secondo le stime di Goldman Sachs, non può essere esclusa. Secondo la loro previsione, il tasso tariffario medio statunitense aumenterà di 10 punti percentuali o più, il che probabilmente farà aumentare i prezzi al consumo. Goldman Sachs stima che il PCE core potrebbe salire in uno scenario neutrale a circa il 3%, e nello scenario più rischioso anche al 3.3%.
In pratica, nessun «no landing», nessun «soft landing» e purtroppo neanche un «hard landing». Sarebbe uno scenario stagflattivo. Per questo motivo, oggi più che mai il mercato segue con estrema attenzione i dati sulla disoccupazione: nella stagflazione tradizionale, quella descritta nei libri di economia, il tasso di disoccupazione aumenta, e lì si creano i veri problemi per un sistema economico.
La situazione attuale: davvero dobbiamo preoccuparci?
La situazione oggi, però, è diversa rispetto agli scenari stagflattivi del passato. Quindi, per molti, è troppo presto per gridare «al lupo al lupo».
La stagflazione, a dire il vero, è un evento non così frequente: è accaduta solo una volta nelle ultime quattro recessioni. Ecco qualche dato che dovrebbe rassicurare:
- Il tasso di disoccupazione USA è al 4.1%, inferiore rispetto al precedente 4.8%.
- Il tasso d’inflazione seguito dalla Fed, il PCE core, è al 2.6%, in riduzione rispetto al 2.9% rilevato precedentemente.
Ad oggi, quindi, non ci sono motivi per preoccuparsi troppo a livello economico. Ciò che preoccupa è la prospettiva di una guerra commerciale più aggressiva.
A essere messi sotto pressione, quindi, sono i modelli previsionali.
In sostanza, siamo di fronte a un bivio
Guardando al passato, visto che spesso è indicativo del futuro, nel 2016 ci fu una guerra commerciale simile, che finì per passare in secondo piano dopo pochi mesi dall’inizio. Con l’avvicinarsi della metà del mandato presidenziale, le misure più drastiche tendono ad affievolirsi, per evitare di appesantire una possibile rielezione. Ma forse è inutile star a guardare al passato, proprio perché nel 2016 i tassi non erano a questi livelli, e sul tasso d’inflazione c’era quasi il problema opposto.
La tempesta perfetta, dunque, potrebbe arrivare, ma non è ancora una certezza. Molto dipenderà dall’evoluzione della politica commerciale di Trump e dalle reazioni della Fed. Se la recessione si confermerà nei prossimi mesi e l’inflazione dovesse rimanere alta, il rischio di stagflazione diventerebbe concreto. Tuttavia, i dati attuali non mostrano ancora segnali chiari in questa direzione, e per questo non molti analisti la tirano in ballo.
Quindi è ancora presto per demoralizzarsi, e forse può aiutare sapere che di situazioni economicamente ben peggiori di questa negli ultimi anni ce ne sono state molte, e che i mercati sono sempre riusciti a superarle.