Il 13 gennaio 2024, tra poco più di due mesi, i circa 24 milioni di abitanti di Taiwan saranno chiamati a scegliere il loro prossimo presidente. L’esito delle sempre più imminenti elezioni presidenziali taiwanesi influenzerà i rapporti tra l’isola, autogestita ma considerata dal governo di Pechino parte integrante del proprio territorio - nonché una “provincia ribelle” da riannettere alla madrepatria con le buone o con le cattive - e la Cina, intesa appunto come Repubblica Popolare Cinese.
Già, perché nel caso in cui le urne dovessero confermare al potere il Partito Progressista Democratico (PPD), Taipei continuerà sulla linea tracciata dall’attuale presidente Tsai Ing-wen: massima autonomia e indipendenza dalla Cina. Il problema è che, dall’altra parte dello Stretto di Taiwan, il presidente cinese Xi Jinping ha più volte lasciato intendere di voler annettere Taiwan alla mainland a qualunque costo. Compreso quello di combattere gli indipendentisti taiwanesi con le armi.
Uno scenario del genere coinciderebbe con un conflitto regionale con ripercussioni mondiali, visto che i principali partner di Taiwan coincidono con gli Stati Uniti. A fronte di uno scenario del genere, Washington chiamerebbe in causa altri alleati: asiatici, come Giappone e Corea del Sud, ma anche occidentali. Un disastro totale, insomma, che tutti vorrebbero evitare puntando sulla diplomazia. Ecco perché le prossime elezioni presidenziali taiwanesi sono così cruciali.
I candidati e i partiti in corsa a Taiwan
Definita la posta in palio delle elezioni presidenziali taiwanesi – il futuro (geo)politico dell’isola, le relazioni con la Cina, il rischio di un conflitto – è doveroso analizzare i partiti in corsa e i loro candidati.
Tra i principali contendenti troviamo William Lai del citato PDD, liberale e scettico nei confronti della Cina, Hou Yu-ih del Kuomintang (KMT), partito conservatore e nazionalista, indipendentista e anti comunista, ma al contempo propenso ad intavolare un dialogo proficuo con Partito Comunista Cinese, e Ko Wen-je del partito centrista Partito popolare di Taiwan (TPP). Spazio, poi, all’outsider indipendente Terry Gou, il miliardario proprietario di Foxconn, l’azienda che produce circa il 70% degli smartphone spediti da Apple in tutto il pianeta.
Scendendo nel dettaglio, lo scorso aprile il PDD ha eletto il vicepresidente William Lai Ching-te come candidato presidenziale. Toccherà a lui correre contro Hou Yu-ih, il nuovo sindaco della città di Taipei. I due favoriti candidati alla presidenza hanno strategie diverse per preservare la pace nella regione e con la Cina.
Mentre Lai ha una posizione allineata all’ala indipendentista, Hou segue un approccio conciliante, specchio del KMT. Il partito nazionalista, infatti, si oppone all’idea di una Taiwan indipendente e accetta il principio secondo cui esisterebbe una sola Cina. È lo stesso principio sbandierato da Pechino, se non che il KMT ritiene che la “vera” Cina sia la Repubblica di Cina, ovvero Taiwan, mentre i comunisti di Pechino la Repubblica Popolare Cinese (ovvero l’attuale “Cina”).
Hou è una soluzione che non dispiacerebbe a Xi, visto che l’uomo del KMT proporrebbe un’agenda basata sul mantenimento dell’indipendenza di Taiwan de facto, sotto però la designazione de jure della Cina.
Il nodo della Cina e l’ascesa degli outsider
Attenzione al terzo incomodo, il Partito popolare di Taiwan, alternativa alla storica rivalità tra DPP e KTM. Il candidato del partito che potrebbe addirittura superare, o quanto meno insidiare il KMT, è Ko Wen-je. L’ex militante del DPP ha dichiarato in un’intervista che lo “status quo” di Taiwan di un’indipendenza de facto, ma non ufficiale, sarebbe l’unica opzione realistica al momento.
Entrambi concordano tuttavia sulla necessità di rafforzare le capacità di autodifesa militare di Taiwan per scoraggiare la Cina a sferrare un possibile attacco militare. Cambia il loro modus operandi. Secondo Lai, il miglioramento delle capacità militari e il rafforzamento delle alleanze e delle relazioni economiche con Paesi esteri, sono la chiave per dissuadere Pechino dall’avventurismo militare. Ko (ma anche Hou) punta invece nei maggiori scambi nell’economia, nell’istruzione e in altri campi, nonché nella ripresa del dialogo diplomatico ad alto livello con la Cina, per attenuare le tensioni e mantenere la pace nello Stretto di Taiwan.
E Mr. Foxconn Terry Gou? Il tycoon si candida come indipendente, ma i suoi sondaggi sono molto bassi. Ha accusato il DPP di portare l’isola sull’orlo della guerra con la Cina con politiche ostili e controproducenti, e spiegato che solo lui, grazie ai suoi estesi contatti commerciali e personali in Cina e negli Stati Uniti, sarebbe in grado di mantenere la pace. Il momento della verità è sempre più vicino.