L’idea che l’amministrazione Trump possa indebolire il dollaro trova scarsa adesione nei mercati finanziari, soprattutto per la riluttanza europea.
Il riferimento storico è all’Accordo del Plaza del 1985, un’intesa tra Stati Uniti, Giappone, Francia, Germania e Regno Unito per svalutare il dollaro e ridurre i deficit commerciali statunitensi. Tuttavia, l’attuale scenario economico e politico rende improbabile una sua riproposizione.
Uno degli ostacoli principali è la divergenza tra l’economia statunitense e quella della zona euro. Mentre gli Stati Uniti hanno goduto di una crescita economica sostenuta (+2,5% di PIL nel 2023) e una politica monetaria restrittiva con tassi d’interesse tra il 5% e il 5,25%, l’Europa affronta incertezze economiche con una crescita stagnante (+0,6% di PIL nell’Eurozona nel 2023) e una politica monetaria espansiva della Banca Centrale Europea (BCE), che mantiene i tassi al 4%.
Il tasso di cambio effettivo reale del dollaro è aumentato del 35% nell’ultimo decennio, avvicinandosi alla rivalutazione del 40% registrata prima del Plaza Accord. Tuttavia, a differenza degli anni ’80, il sistema finanziario globale è oggi dominato dai flussi di capitale, che hanno un impatto maggiore rispetto ai tradizionali squilibri commerciali. Nel 2023, gli investimenti netti in asset statunitensi hanno superato i 500 miliardi di dollari, rafforzando ulteriormente la valuta americana. Inoltre, la quota del dollaro nelle riserve valutarie globali rimane al 58%, confermando il suo status dominante.
Il gestore di fondi valutari Stephen Jen ha ipotizzato un possibile «Mar-a-Lago Accord» per il 40° anniversario del Plaza Accord, suggerendo che la Cina potrebbe accettare un compromesso su dazi e valuta. Tuttavia, in Europa, l’euro è spesso definito «una valuta oltre lo Stato», con la BCE che ha piena autonomia sulla politica monetaria e obiettivi di stabilità finanziaria e inflazione. Il trattato UE consente solo un «orientamento» da parte dei ministri delle finanze, senza un meccanismo chiaro per un’azione coordinata. Inoltre, la Cina ha accumulato riserve valutarie per 3.200 miliardi di dollari, dimostrando una maggiore resistenza a eventuali pressioni esterne.
L’amministrazione Trump ha più volte denunciato squilibri commerciali e manipolazione valutaria, ma le sue politiche rischiano di ottenere l’effetto opposto. Le minacce tariffarie portano spesso al rafforzamento del dollaro, poiché aumentano i rischi economici per gli altri paesi e rafforzano la percezione del biglietto verde come rifugio sicuro. Inoltre, l’insistenza del Segretario al Tesoro Scott Bessent sulla supremazia globale del dollaro entra in conflitto con ogni tentativo di svalutazione. Il deficit commerciale statunitense ha raggiunto i 900 miliardi di dollari nel 2023, eppure l’effetto delle tariffe ha finora rafforzato, anziché indebolito, la valuta.
Secondo l’ex funzionario del Tesoro USA Mark Sobel, «i deficit americani sono creati in America» e non possono essere risolti da interventi esterni. Il dollaro rimarrà forte finché l’attrattiva degli asset statunitensi prevarrà. Il differenziale dei tassi tra Stati Uniti ed Europa, con un differenziale medio del 1,5%-2%, spinge gli investitori globali verso il dollaro. Pertanto, aspettarsi un nuovo Accordo del Plaza è un’illusione: le condizioni politiche ed economiche attuali rendono altamente improbabile un accordo globale per la svalutazione del dollaro.