Sulle miniere di materie prime critiche, l’Italia rischia l’ennesimo buco nell’acqua

Guido Salerno Aletta

23/08/2024

Per l’Italia, nel settore delle materie prime critiche, si ripropongono le stesse questioni che hanno portato all’abbandono delle miniere di zolfo in Sicilia e di quelle di bauxite in Sardegna.

Sulle miniere di materie prime critiche, l’Italia rischia l’ennesimo buco nell’acqua

“Prima conoscere, poi discutere, infine deliberare”, così affermava Luigi Einaudi in un suo pamphlet rimasto famoso soprattutto per il titolo polemico: “Prediche inutili”.
Discutere senza conoscere è soprattutto una pessima abitudine, perché il confronto si radicalizza per partito preso, sulla base di presupposti inesistenti o non adeguatamente valutati. Si arriva a litigare inutilmente.

Alla fine, non resta che ricorrere alle considerazioni di circostanza, con il solito “poi vedremo”, sospendendo il giudizio finché non se ne saprà di più: più che saggezza, è la presa d’atto di quanto sia sterile discutere e soprattutto decidere senza conoscere.
Ed è proprio di questi giorni la polemica, mediatica e politica, sul provvedimento legislativo volto ad accelerare in Italia i tempi per la concessione dello sfruttamento minerario di materie prime critiche, fra cui sono comprese le cosiddette “Terre rare”, impiegate per la realizzazione di apparati informatici avanzati, soprattutto in campo militare.
L’importanza strategica di questi minerali è determinata dalla concentrazione dei giacimenti più ricchi in Cina, che ne ha controllato in modo assai severo lo sfruttamento e vietata l’esportazione libera al fine di esercitare un potere di condizionamento sul piano geopolitico.
Ci sono giacimenti in pochi altri Paesi dell’Africa su cui la stessa Cina e la Russia hanno spesso ottenuto permessi di prospezione per l’attività di ricerca e diritti di sfruttamento.

Per l’Occidente, si tratta di uscire da una morsa di approvvigionamenti negati o centellinati a costi esorbitanti, che potrebbe rivelarsi fatale: di qui, la decisione della Unione europea di incentivare la ricerca e l’estrazione dei minerali critici esistenti nel sottosuolo dei Paesi aderenti.
Per quanto riguarda l’Italia, il portale Gemma curato dall’ISPRA, ed in particolare il Dashboard Critical Raw Materials, forniscono una mappa assai dettagliata delle localizzazioni dei giacimenti conosciuti, senza fornire però ulteriori indicazioni in termini di quantità stimata e grado di concentrazione.

In termini più generali, su un’altra mappa dello stesso portale, compaiono ad esempio i siti delle numerosissime miniere di zolfo esistenti in Sicilia: decenni fa, rappresentavano una risorsa di grande valore economico sul piano industriale, soprattutto per la vulcanizzazione della gomma. La metodologia di estrazione era però assai costosa, perché richiedeva l’impiego di numerosissimi minatori che operavano in condizioni estremamente disagiate: anche per questo motivo sono state abbandonate.
Lo stesso vale per le miniere di bauxite di cui è ricca la Sardegna: sono state abbandonate perché l’estrazione dell’alluminio richiede enormi quantità di energia, che lì è indisponibile ai prezzi che renderebbero competitiva la lavorazione rispetto ai Paesi che ne dispongono in abbondanza.

Un terzo esempio è quello dei giacimenti di gas e di petrolio di cui è stato ricco il Mar Adriatico e che si trovano sotto i fondali del Mar Jonio: nel primo caso, i pozzi sono stati abbandonati a mano a mano che si esaurivano; nel secondo caso, l’estrazione è giustificata solo comparativamente, cioè quando è conveniente rispetto ai prezzi internazionali dei prodotti importati in Italia e che comprende il trasporto via nave da Paesi lontani come quelli del Golfo Persico, oppure quando viene meno lo storico rifornimento a prezzi bassissimi dai Paesi a noi vicinissimi come la Libia.
Estrarre petrolio o gas dai giacimenti sottomarini situati a grande profondità, come sembra nel caso del Mar Jonio, ha infatti costi esorbitanti rispetto a quelli di un campo in pieno deserto dove il petrolio affiora senza grandi sforzi.

C’è poi una grande differenza tra la coltivazione delle miniere e quello dei giacimenti di petrolio o di gas: nel primo caso, non solo la produzione di materiale di scarto è enorme ma serve tantissima manodopera; nel secondo caso, bastano pochissimi tecnici nella fase di perforazione dei pozzi ed ancor meno durante il loro sfruttamento che dura anche un decennio.
Per l’Italia, nel settore delle materie prime critiche, si ripropongono le stesse questioni che hanno portato all’abbandono delle miniere di zolfo in Sicilia e di quelle di bauxite in Sardegna: da una parte, occorre valutare sia la dimensione dei giacimenti ma soprattutto i costi di lavorazione del materiale estratto; dall’altra, le esigenze di manodopera a costi accettabili.
Si potrebbe arrivare ad un paradosso: se in Italia ci fossero i giacimenti idonei ma non i minatori disponibili ai salari che ne rendono economico lo sfruttamento, dovremmo “importare” manodopera a basso costo dai Paesi africani, dove la povertà imperversa. Assisteremmo alla creazione di città di soli immigrati, “a bocca di miniera”, con le immaginabili conseguenze sul piano sociale e politico: invece di essere dispersi su centinaia di ettari di coltivazioni di pomodori, gli immigrati sarebbero concentrati in aree molto ristrette dove terrebbero in pugno gli impianti.

Sarebbero le condizioni ideali per sobillare l’esplosione di rivolte.
Insomma: per quanto riguarda lo sfruttamento in Italia di giacimenti di materie prime critiche ne sappiamo ancora davvero troppo poco.
Anche a Bruxelles, le decisioni prese a vanvera sembrano essere la regola.