Un neolaureato in Svizzera prende quasi il triplo rispetto a un giovane italiano, nonostante gli stipendi siano in aumento. Peggio di noi solo Spagna e Polonia.
La retribuzione di ingresso dei neolaureati in Italia rimane tra le più basse in Europa, nonostante i progressi fatti negli ultimi anni: un giovane italiano guadagna mediamente 32.000 euro l’anno, con un aumento del 7% rispetto al 2022. Il confronto con gli altri Paesi del Vecchio Continente giustifica la fuga di cervelli che caratterizza il nostro Paese da diversi anni.
In Svizzera, infatti, i giovani neolaureati guadagnano quasi il triplo rispetto ai colleghi italiani, mentre Germania e Austria offrono fino al doppio dello stipendio italiano. A fare la differenza è anche il settore di riferimento, oltre al genere e alla localizzazione.
Quanto guadagnano i neolaureati in Italia e in Europa? Ecco un’analisi aggiornata delle retribuzioni per i giovani che si affacciano per la prima volta al mercato del lavoro.
Quanto guadagna un neolaureato in Italia?
A fotografare l’andamento delle retribuzioni dei neolaureati in Italia e in Europa è stata l’ultima “Total remuneration survey” (edizione 2025) di Mercer, società del gruppo Marsh, che ha analizzato 735 aziende operanti in Italia, per un totale di circa 270.000 osservazioni retributive. Il campione utilizzato include piccole, medie e grandi imprese con un fatturato medio di 830 milioni di euro e circa 1.430 dipendenti.
I risultati pongono l’Italia agli ultimi posti della classifica: nel nostro Paese, infatti, i giovani appena laureati percepiscono mediamente 32.000 euro l’anno, nonostante gli aumenti dell’ultimo periodo (+7% dal 2022).
Peggio di noi solo la Spagna e la Polonia, dove però l’aumento medio dei salari negli ultimi anni è stato rispettivamente di +16% e +41%.
Permane un importante gap di genere, oltre a numerose differenze a livello geografico. A parità di competenze, gli uomini tendono a guadagnare circa il 12-14% in più rispetto alle colleghe già dal primo anno di lavoro. Nel Nord Italia si concentrano le offerte migliori e le aziende più grandi, mentre al Sud rimangono ancora difficoltà nella selezione del personale e differenze salariali notevoli.
Inoltre, i neolaureati italiani si sono dimostrati molto selettivi nella scelta dell’ambiente di lavoro: circa il 26-33% dei giovani non è più disposto ad accettare offerte inferiori ai 1.250 euro netti al mese, prediligendo aziende che offrono stabilità e percorsi di crescita chiari.
Gli stipendi dei neolaureati in Europa: dove si guadagna di più?
Nel confronto con l’Europa, l’Italia resta ai margini. In testa alla classifica c’è la Svizzera, dove i neolaureati riescono a guadagnare fino a 90.000 euro l’anno, cioè quasi il triplo rispetto alla retribuzione dei giovani italiani.
A seguire ci sono Austria e Germania, entrambe attorno ai 57.000 euro l’anno. L’Olanda occupa la posizione intermedia con 47.500 euro per i primi anni di lavoro. Sopra di noi restano anche la Francia (42.000 euro) e il Regno Unito.
Quali sono i settori più pagati
Una variabile importante da tenere in considerazione per determinare le retribuzioni dei neolaureati è il settore di appartenenza: secondo la survey, infatti, il life science si conferma il comparto più attrattivo e più remunerativo, con una retribuzione di ingresso media di 34.000 euro, superiore del 6,25% alla media nazionale.
A seguire ci sono i settori di manifattura (33.525 euro), beni di consumo (32.950 euro), high tech (32.825 euro) ed energia (32.250 euro).
Agli ultimi posti in classifica, tra i settori meno remunerativi, ci sono i servizi non finanziari che offrono una retribuzione di ingresso pari a 28.400 euro, circa l’11% in meno rispetto alla media italiana.
Oltre il salario: mancano politiche strutturate per i giovani
Al di là dei numeri sulle retribuzioni iniziali per i diversi settori e nei singoli Stati UE, la survey evidenzia una mancanza di politiche strutturate per i laureati.
Infatti, solo il 16% delle aziende italiane intervistate ha dichiarato di avere una politica specifica e strutturata per questa fascia di lavoratori, mentre il 36% delle imprese offre percorsi di carriera formalizzati. Nel complesso, meno della metà delle imprese investe in programmi di formazione professionale e/o istruzione.
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