Stagflazione selettiva in arrivo? Perché l’Europa rischia di più di tutti

Gerardo Marciano

19 Maggio 2026 - 16:55

Petrolio sopra quota 100, rendimenti in salita, banche centrali con le mani legate. Lo shock energetico non colpisce tutti allo stesso modo: ecco chi corre, chi inciampa e chi paga davvero il conto.

Stagflazione selettiva in arrivo? Perché l’Europa rischia di più di tutti

C’è una contraddizione che attraversa i mercati di questa primavera, e ha la forma di un grafico che non torna.

Le Borse americane festeggiano utili record, l’intelligenza artificiale tiene in piedi valutazioni che farebbero girare la testa solo a guardarle, e i grandi indici flirtano con nuovi massimi. Eppure i rendimenti obbligazionari salgono in mezzo mondo, il petrolio è tornato sopra i 100 dollari e dalle banche centrali arrivano segnali sempre meno rassicuranti.

La verità è che, sotto l’apparente solidità del rally globale, si sta consumando una frattura silenziosa. Non riguarda il prezzo del greggio in sé, che pure conta. Riguarda il modo in cui quel prezzo si distribuisce, paese per paese, settore per settore, banca centrale per banca centrale.

Lo shock energetico, in altre parole, non sta colpendo tutti allo stesso modo. Ed è proprio dalle differenze, più che dalle medie globali, che sta nascendo lo scenario macro più interessante (e più scivoloso) di questa stagione.

Non è uno shock globale, è una tassa selettiva

L’analisi di J. Safra Sarasin parte da un’osservazione che merita di essere presa sul serio: lo shock energetico agisce come una tassa esterna sulle economie che importano energia. Sembra una frase tecnica, ma ha conseguenze concrete. Una tassa colpisce di più chi consuma di più e chi ha meno margini per assorbirla. Tradotto in geografia, significa che il petrolio sopra i 100 dollari non è lo stesso evento per tutti.

Gli Stati Uniti sono colpiti soprattutto sul fronte dell’inflazione, meno su quello della crescita. Il PIL reale americano del primo trimestre 2026 è cresciuto a un ritmo annualizzato del 2,0%, in netta accelerazione rispetto allo 0,5% del quarto trimestre 2025, sostenuto da investimenti, esportazioni, consumi e spesa pubblica. È il ritratto di un’economia ancora robusta, capace di assorbire una buona dose di rincari senza rompersi.

Il problema arriva quando si guarda ai prezzi. Ad aprile il CPI statunitense è salito dello 0,6% su base mensile e del 3,8% su base annua. L’energia, da sola, è aumentata del 3,8% nel mese e ha spiegato oltre il 40% dell’incremento complessivo. Per la Federal Reserve è un quadro complicato: l’economia regge, ma l’inflazione torna a tirare, e l’idea di un ciclo di tagli si allontana di settimana in settimana.

Europa: la vulnerabilità non è nel prezzo, è nella struttura

Sull’altra sponda dell’Atlantico la storia cambia. L’Europa ha tre handicap strutturali che la rendono molto più esposta: una forte dipendenza dalle importazioni energetiche, un tessuto industriale ad alta intensità di energia e margini fiscali disomogenei tra Paesi. Quando il petrolio sale, tutti e tre i fattori spingono nella stessa direzione, e nessuna delle banche centrali europee può fare granché per neutralizzarli.

Eurostat ha stimato l’inflazione dell’area euro al 3,0% ad aprile 2026, in salita dal 2,6% di marzo. È un’accelerazione che si spiega quasi interamente con l’energia, e che riapre una conversazione che a Francoforte si sperava di aver chiuso. Philip Lane, membro del Comitato esecutivo della BCE, è tornato a parlare esplicitamente di shock di offerta energetica e delle loro implicazioni per la politica monetaria. Una banca centrale può “guardare attraverso” uno shock temporaneo, ma solo finché non si trasmette a salari, aspettative e prezzi core. Quando quel passaggio avviene, la mano deve restare ferma sui tassi.

Per questo l’ipotesi di rialzi BCE a giugno e poi in autunno non è uno scenario di nicchia. Reuters ha riportato attese diffuse per una mossa a giugno, con un percorso successivo che dipenderà dalla persistenza dei rincari. Il rischio per il Vecchio Continente è la combinazione peggiore possibile: crescita anemica, inflazione sopra target, banche centrali costrette a stringere proprio mentre l’economia ne avrebbe meno bisogno.

Hormuz, il vero punto di rottura

Ogni shock energetico ha un epicentro fisico, e questo non fa eccezione. Lo Stretto di Hormuz è la trama sotto la trama, il luogo in cui la geopolitica diventa prezzo. Secondo l’IEA, l’offerta globale di petrolio è scesa ulteriormente ad aprile, con perdite cumulate da febbraio pari a 12,8 milioni di barili al giorno. La produzione dei Paesi del Golfo colpiti dalla chiusura dello Stretto è risultata inferiore di 14,4 milioni di barili al giorno rispetto ai livelli prebellici. L’agenzia ipotizza una graduale ripresa dei flussi da giugno, ma stima comunque una flessione media dell’offerta globale per l’intero 2026.

Numeri come questi spiegano perché il mercato non stia prezzando un normale ciclo del greggio, ma uno shock logistico e geopolitico su una delle rotte più sensibili del pianeta. Ed è un quadro che i produttori stessi stanno trattando come strutturale. Gli Emirati Arabi Uniti, ad esempio, stanno accelerando un progetto di oleodotto per aggirare Hormuz e potenziare la capacità di esportazione attraverso Fujairah. Non sono mosse da emergenza passeggera. Sono investimenti di lungo periodo per ridurre una vulnerabilità che si è rivelata più seria di quanto chiunque volesse ammettere.

Asia: il Giappone paga il conto più alto, la Cina meno di quanto sembri

In Asia la mappa del rischio è meno intuitiva di quanto si pensi. Il Giappone è probabilmente la grande economia avanzata più esposta in questo momento. Reuters ricorda che il Paese dipende dal Medio Oriente per circa il 95% delle forniture di petrolio, una quota enorme della quale passa proprio da Hormuz. Tradotto: un avvitamento dei prezzi colpisce Tokyo molto più di Washington.
Il rincaro si sta già trasmettendo ai prezzi all’ingrosso. Ad aprile l’inflazione wholesale giapponese ha registrato il ritmo più alto degli ultimi tre anni, trainata da petrolio, chimica e costi di importazione. È un dato che apre la strada a ulteriori rialzi della Bank of Japan. Un sondaggio Reuters indica una probabile mossa dal tasso attuale dello 0,75% all’1,0% a giugno, con un possibile secondo rialzo nel quarto trimestre. Per un’economia con crescita modesta e valuta debole, la combinazione è particolarmente delicata.

La Cina è una storia diversa, e merita di essere raccontata senza scorciatoie. È sì un grande importatore di greggio, ma il petrolio pesa meno nel suo mix energetico complessivo rispetto ad altri Paesi asiatici. Inoltre, il governo controlla amministrativamente i prezzi dei carburanti e può attutire la trasmissione immediata al CPI. Le previsioni internazionali restano compatibili con una crescita nell’area del 4,4-4,6% per il 2026: il Fondo Monetario Internazionale stima 4,4%, l’Asian Development Bank 4,6%. Pechino non è immune, ma ha più leve di altri per assorbire lo shock nel breve periodo.

Obbligazioni: perché la duration intermedia torna a fare gola

C’è un punto sull’obbligazionario che vale la pena fissare, perché è meno ovvio di quanto sembri. Nella prima fase di uno shock energetico il mercato vende bond: vede più inflazione, immagina tassi più alti, scarica duration. Nella seconda fase, però, se i rincari iniziano a comprimere consumi, margini industriali e fiducia, la paura si sposta. Non è più l’inflazione il problema centrale, ma la crescita.

È in quel passaggio che la duration intermedia torna a essere interessante. Non si tratta di scommettere su un ritorno immediato dei tagli. Si tratta di riconoscere che, se l’energia cara e i tassi alti finiscono per frenare la domanda, il mercato comincerà a prezzare un rallentamento futuro. Le scadenze sui 5-7 anni, indicate da J. Safra Sarasin come zona di compromesso, offrono sensibilità al calo dei rendimenti senza esporsi troppo ai rischi fiscali e di inflazione di lunghissimo termine. È una posizione di equilibrio, più che di entusiasmo.

Azioni: utili da record, ma il mercato è meno generoso di quanto sembri

Sul fronte azionario la fotografia è quasi paradossale. Secondo FactSet, all’inizio di maggio la crescita blended degli utili dell’S&P 500 nel primo trimestre era stimata al 27,1%, ben oltre il 13,1% atteso a fine marzo. Un aggiornamento successivo l’ha portata vicino al 27,7%, il livello più alto dal quarto trimestre 2021. Numeri che, da soli, spiegano perché Wall Street stia tenendo nonostante energia cara e tassi elevati.

Il rally americano resta sostenuto da utili reali, dal ciclo dell’intelligenza artificiale e dalla domanda di semiconduttori, data center e infrastrutture digitali. Però la qualità del rialzo è cambiata. Reuters segnala che l’attenzione degli investitori si concentra ora su Nvidia e sui grandi retailer, perché entrambi raccontano una parte della verità: i primi dicono se il boom AI giustifica ancora multipli stellari, i secondi se i consumatori americani stanno cominciando a sentire il peso dell’inflazione energetica.

Il messaggio operativo è meno entusiasta del titolo dei giornali. Non basta più dire “azionario sì” o “azionario no”. La fase favorisce chi è capace di essere selettivo. Growth di qualità, tecnologia, comunicazione, sanità e utility tendono a reggere meglio dei ciclici puri e delle small cap quando lo scenario passa da reflazione a possibile rallentamento.

Materie prime e oro: il rischio non è chiuso, è solo meno visibile

La presa di profitto sulle materie prime ha una sua logica. L’IEA, nel suo aggiornamento di aprile, ha parlato di un aumento eccezionale dei prezzi dopo lo shock di offerta, con il North Sea Dated intorno a 130 dollari al barile. Una corsa così rapida porta naturalmente a fasi di consolidamento, perché il mercato si ferma a misurare quanto rischio sia già nei prezzi.
Ma consolidamento non significa fine del problema. Tre variabili restano apertissime: la durata effettiva dello stallo intorno a Hormuz, la capacità dei Paesi del Golfo di esportare attraverso rotte alternative e la reazione della domanda globale a un greggio che resta sopra le soglie di guardia.

Bastano due di queste tre a inclinarsi nel modo sbagliato perché la fiammata torni a salire.
L’oro vive in una dimensione un po’ a parte. In uno scenario fatto di inflazione energetica, tensioni geopolitiche, banche centrali con poco spazio di manovra e crescita incerta, il metallo prezioso continua a giocare il ruolo di copertura macro più che di scommessa direzionale. È meno un trade e più un’assicurazione.

La domanda vera: fiammata o nuova fase di stagflazione selettiva?

Messo tutto in fila, il quadro che emerge non è quello classico di un ciclo che rallenta tutto insieme, in modo ordinato. È qualcosa di più disomogeneo, e per questo più difficile da gestire. Gli Stati Uniti hanno ancora carburante per correre, grazie a utili forti e a una minore dipendenza energetica. L’Europa rischia di inciampare, schiacciata tra inflazione che non scende e crescita che non parte. Il Giappone si trova a pagare il conto più salato per la sua geografia energetica. La Cina prova a reggere lo shock con strumenti amministrativi che gli altri non hanno.

La contraddizione più affilata del momento è proprio questa: Wall Street festeggia trimestrali da record mentre il mercato obbligazionario, in mezzo mondo, sta segnalando che qualcosa nel motore inflazione-crescita non gira più come dovrebbe. Le due cose possono convivere per qualche tempo. Non per sempre.

La domanda decisiva, allora, non è quanto durerà il caro petrolio. È più scomoda: stiamo guardando una fiammata che si esaurirà, oppure stiamo entrando in una fase di stagflazione selettiva, dove alcune aree del mondo cresceranno, altre si fermeranno e tutte dovranno fare i conti con un costo del capitale più alto e meno banche centrali pronte a venire in soccorso?

Per chi investe, la conclusione operativa è meno spettacolare delle premesse, ma più utile. Attenzione alla duration intermedia. Selettività sull’azionario, con un occhio agli utili reali e non solo alle narrative. Cautela sui ciclici più esposti al rallentamento europeo. Oro come copertura strutturale. E sulle materie prime, dopo il forte rialzo, più disciplina che entusiasmo. Non è un decalogo, è un atteggiamento. In una fase in cui il mondo non rallenta più tutto insieme, anche i portafogli non possono più ragionare come se lo facesse.