Sovvenzioni? È tutta una truffa: i soldi del PNRR sono debito europeo che pagheremo noi per 30 anni

Raphael Raduzzi

30/05/2026

Basta con la favola del PNRR: non è la manna dal cielo, è l’ennesimo cappio europeo sulla spesa pubblica italiana.

Sovvenzioni? È tutta una truffa: i soldi del PNRR sono debito europeo che pagheremo noi per 30 anni

In questi giorni sta tenendo banco l’ennesima polemica sull’incapacità italiana di spendere i fondi del PNRR. Questa volta il pomo della discordia nasce da un articolo del prestigioso Financial Times a firma di Amy Kazmin e Paola Tamma in cui sul banco degli imputati ci finisce, manco a dirlo, il governo di turno.

Uno dei primi punti dell’articolo riguarda la scarsa capacità di spesa dei fondi PNRR da parte dell’Italia. Su questo, molte cose si possono contestare alla UE, ma non quella di non dare una buona trasparenza sui fondi PNRR.

Infatti, sulla sezione dedicata ai recovery plans del sito della Commissione si possono trovare dati interessanti per ogni paese. Ad esempio, l’Italia, sui 194 miliardi accordati tra 122,6 di prestiti e 71,7 di sovvenzioni ne ha già ricevuti 153 (pari al 78,8%) ed è già stata approvata la nona delle dieci tranche di finanziamento che porterà il totale a 166 miliari (pari all’85% dei fondi).
Per fare dei paragoni con altri paesi europei la Germania, che non ha chiesto prestiti ma solo le cosiddette sovvenzioni ha ottenuto l’80% dei 30 miliardi pattuiti, la Spagna invece è al 69% dei 102 miliardi richiesti tra sovvenzioni e prestiti, i Paesi Bassi al 60% (3 miliardi ottenuti sui 5 spettanti) e la Polonia appena al 49% dei 55 miliardi tra prestiti e sovvenzioni. Essendo fondi che vengono sborsati solo dopo il raggiungimento di milestones e target si può notare fin da subito come l’Italia sia stata uno dei paesi più celeri ad ottenere i fondi grazie ad investimenti e riforme.

E quanti fondi ottenuti sono stati già spesi? Secondo Eurostat l’Italia ha speso il 57% di quanto ottenuto, la Spagna il 43% mentre la Polonia il 26%. Certo, molti paesi del Nord Europa hanno già speso cifre più considerevoli, ad esempio la Germania che è arrivata all’80% di spesa. Detto questo va appunto ricordato come la Germania abbia ricevuto circa un ottavo dei fondi rispetto all’Italia, 24 miliardi contro 153.
In questo senso se c’è qualcuno da criticare per la lentezza della spesa di quei fondi è la stessa UE con la mole enorme di burocrazia legata alla rendicontazione dei fondi PNRR comune come si vede dai dati a tutti i paesi e rafforzata in Italia dalle scelte del governo Draghi che con la sua struttura di gestione ha voluto addirittura controlli preventivi della Corte dei Conti.

Il Financial Times sembra poi sostenere, intervistando vari collaboratori del primo piano Draghi, che le cause del flop siano da intendersi nelle varie revisioni del piano operate dal governo Meloni a cui vengono imputate previsioni di crescita economica asfittiche.

Lungi dal voler difendere la maggioranza ma praticamente tutti i paesi europei hanno dovuto rivedere i propri piani di ripresa e resilienza a causa dell’aumento esorbitante dei prezzi del 2022-2023 e spesso per la bocciatura di alcuni progetti come, ad esempio, gli stadi di Firenze e Venezia (inseriti dal governo Draghi). Inoltre, verrebbe da ricordare che le stesse previsioni del primissimo piano Draghi offrivano molte ombre a chi sapeva leggere tra le righe: ad esempio era previsto un modesto impatto del 3,6% del PIL in 6 anni e nello stesso arco temporale si prefigurava una diminuzione del saldo commerciale dovuto all’aumento più ampio delle importazioni rispetto alle importazioni. Non c’è da meravigliarsi dato che quasi tutto il PNRR si regge(va) su green e digitale, due filiere non proprio italianissime.

Dunque, era del tutto evidente che un piano legato all’importazione di tecnologia dall’estero, fortemente burocratizzato e legato molto spesso a progetti tirati fuori in fretta e furia dai cassetti dei ministeri con scadenze improponibili avesse esiti diversi. Se a tutto ciò si aggiunge la truffa semantica delle cosiddette sovvenzioni del PNRR, che in realtà sono fondi ottenuti emettendo debito europeo che andrà ripagato dal bilancio UE dal 2027 in poi per almeno trent’anni o tramite maggiori eurotasse o tramite maggiori contributi degli stati membri (cioè sempre noi), ecco che il quadro è completo.

Quindi no, cari amici del Financial Times, il PNRR non è mai stato un piano per spingere l’economia italiana ma piuttosto per sottrarre una fetta importante della spesa pubblica alle competenze esclusive statali ed estendere quindi la sorveglianza fiscale ed imporre riforme agli stati membri. Chi ha propagandato per anni una versione diversa, cioè in pratica tutta la politica italiana, ora purtroppo si trova a dover fare i conti con la realtà.