I giudizi del rating sono pronti a confermare quanto nelle scorse settimane è emerso circa la scelta di campo politica del governo Meloni, anche in campo economico-finanziario: l’esistenza di un soccorso a stelle e strisce contro qualsiasi prospettiva politica di retrocessione del Paese in Europa.
La prova del rating
Standard&Poor’s, Moody’s e Fitch, agenzie di riferimento del sistema anglosassone, si aspettano a confermare il debito italiano nel rating e a sostenere di fatto una manovra economica che alle logiche della finanziarizzazione globalizzata strizza certamente l’occhio.
Innanzitutto con quell’ammiccamento sull’improbabile piano di privatizzazioni presentato da Giancarlo Giorgetti, poi per un’attenzione tutta sistemica alla riduzione delle imposte, da guadagno di reddito o di capitale che siano. Ma che soprattutto dovrà necessariamente allertare gli investitori di oltre Atlantico per supplire alla carenza di sostegno destinata ad arrivare alle finanze pubbliche dal mondo comunitario se sul fronte delle regole di bilancio il 2024 farà all’Italia sorprese spiacevoli.
Non tutto il mondo anglosassone chiaramente “tifa” Meloni. L’agenzia Bloomberg, ad esempio, nell’annuncio di lavoro per un’offerta rivolta a un reporter per la sede romana ha invitato a presentarsi chi volesse lavorare mentre “il governo Meloni testa la pazienza degli investitori mostrando la sua vena populista”. E il Financial Times dice che la luna di miele tra Meloni e gli altri leader, con conseguente guadagno di fiducia, è in calo. Ma più di tutto vale quanto detto da Larry Fink, Ceo di BlackRock, in un’intervista a Milano Finanza.
Fink ha dichiarato: “Penso che l’Italia sia più forte ora di quanto non fosse un anno fa. E non si può dire lo stesso di altri sistemi economici. Quindi avete un motivo in più per essere ottimisti”. Dello stesso avviso Goldman Sachs, che tramite l’economista per l’area euro-mediterranea Filippo Taddei ha promosso le politiche del governo su casi come il Superbonus: “Sebbene la transizione non sia semplice, la misura è stata accolta in modo positivo dai partecipanti al mercato”.
Perché la finanza Usa punta sull’Italia
Già nell’aprile 2020 i due giganti furono tra i maggiori market mover a consigliare l’acquisto di Btp italiani in una fase difficile segnata dall’esplosione della pandemia di Covid-19. Gli Usa vedono sempre più l’Italia come perno in Europa in una fase in cui da un lato temono un’austerità di ritorno, depressiva per lo sviluppo globale. E dall’altro sperano che Roma possa controbilanciare Francia e Germania nella loro corsa a costruire potentati industriali e tecnologici alternativi, in Occidente, a quelli statunitensi. Oltre che a cercare una via europea sulle relazioni con Russia e Cina che Meloni, come Mario Draghi prima di lei, non sembra incentivare decisamente, preferendo l’atlantismo duro e puro.
Da qui emerge la corsa americana al sostegno dell’investimento italiano. Simone Crolla, consigliere delegato della Camera di Commercio Italo-Americana (AmCham)è il regista di una crescente attenzione dei fondi Usa per l’Italia. 80 investitori Usa sostengono il nascituro fondo da un miliardo di euro per il Made in Italy del ministro Adolfo Urso. E mentre Ben Laider, Global Markets Strategists di eToro, elogia Piazza Affari, “seconda borsa al mondo” per tasso di crescita nell’anno solare, Wolfram Mrowetz, Ceo di AliseiSim, dichiara che “per quanto riguarda la Borsa, i numeri in crescita ai quali abbiamo assistito sono anche merito degli Stati Uniti, perché la Casa Bianca ha sostenuto gli investimenti americani sulla piazza italiana. Un modo per assicurarsi anche, da parte del presidente Joe Biden, il sostegno sia alla causa ucraina sia al contrasto alla Via della Seta”.
Tutto ha un prezzo
Un sostegno a costo zero? Niente affatto. In un anno i dati del governo Usa sottolineano che l’Italia è tra i Paesi che maggiormente hanno aumentato la quota di possesso di debito pubblico Usa. In una fase in cui i mercati dei titoli di debito sono in sofferenza, Roma aumenta da 38 a 45,5 miliardi di euro ad agosto 2023 il suo possesso di titoli americani in un anno.
Un dato in controtendenza con molti Paesi ma non con chi in questa fase ha maggior bisogno dell’assistenza Usa, come l’Ucraina (l’analisi di Piccole Note è ottima in tal senso). Segno che ogni appoggio ha un pegno. E buona parte dei crediti che l’Italia ottiene dal sostegno americano si traducono anche in acquisti di debito Usa da parte dei nostri attori pubblici e privati. Una partita di giro che mostra il prezzo dell’appoggio americano al sistema-Paese. Condizionato a mantenere una gerarchia più che pensato al sostegno tra pari. Washington, in sostanza, aiuta l’Italia perché Roma le serve in un contesto di egemonia occidentale. E Meloni non può non saperlo.