È legittimo presentarsi al lavoro in pantaloni corti? E cosa può fare il datore di lavoro per vietarlo? Ecco una guida utile.
In una delle estati più calde di sempre torna il dibattito sull’utilizzo dei pantaloni corti al lavoro. D’altronde, non esistendo una regola valida per tutti - e già questo anticipa in parte la risposta alla domanda - è lecito chiedersi quale sia il confine tra la ricerca di un po’ di sollievo dal caldo e il rispetto del dress code aziendale.
Un dubbio che riguarda tanto gli uomini quanto le donne, visto che i pantaloncini vengono spesso considerati un capo poco elegante e, di conseguenza, non adatto ai contesti più formali o istituzionali.
Per dare una risposta il più possibile completa, è quindi necessario chiarire fino a che punto il datore di lavoro possa imporre ai propri dipendenti delle regole sull’abbigliamento, arrivando anche a vietare l’utilizzo dei pantaloni corti in ufficio.
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Quando i pantaloni lunghi al lavoro sono un obbligo
Come prima cosa, è bene chiarire quando l’utilizzo dei pantaloni corti al lavoro è vietato direttamente dalle norme sulla sicurezza, ossia in quali casi non si tratta di una questione di stile o di decoro quanto della necessità di proteggere il lavoratore dai rischi legati alla mansione svolta.
Il riferimento è il decreto legislativo n. 81 del 2008, secondo cui l’abbigliamento utilizzato deve essere adeguato ai rischi presenti sul luogo di lavoro e contribuire alla prevenzione degli infortuni.
I pantaloni lunghi possono quindi diventare obbligatori, anche in piena estate, per chi svolge attività che comportano una maggiore esposizione al rischio di tagli, ferite, schegge o bruciature. È il caso, ad esempio, di chi utilizza una motosega: anzi, in questa situazione non è sufficiente indossare un normale pantalone lungo, ma possono essere necessari specifici indumenti dotati di inserti antitaglio.
Lo stesso principio vale per chi lavora nei cantieri, nei boschi o in qualsiasi altro ambiente in cui v’è il rischio di entrare in contatto con materiali pericolosi oppure insetti. La copertura delle gambe può infatti rappresentare una protezione importante contro infortuni di varia natura, come ad esempio può essere una puntura di insetto.
In un’estate particolarmente calda, un altro aspetto da considerare è l’esposizione prolungata ai raggi ultravioletti. Si potrebbe pensare che il pantalone corto sia più adatto alle alte temperature, ma in alcune attività svolte all’aperto la copertura della pelle può essere necessaria proprio per ridurre i rischi derivanti dall’esposizione al sole.
Naturalmente, la necessità di prevenire un infortunio non può tradursi nella creazione di un altro pericolo, come quello rappresentato da un colpo di calore. Quando è obbligatorio indossare pantaloni lunghi, devono quindi essere privilegiati tessuti leggeri e traspiranti, capaci di limitare il ristagno di calore e sudore.
Resta inoltre l’obbligo del datore di lavoro di adottare tutte le misure necessarie per garantire condizioni di lavoro sicure, intervenendo sull’organizzazione delle attività e sugli orari. Qualora non sia possibile lavorare senza mettere a rischio la salute dei dipendenti, può essere valutato anche il ricorso alla cassa integrazione per temperature troppo elevate.
Il datore di lavoro può vietare i pantaloncini corti?
Nei casi in cui non vi siano esigenze legate alla sicurezza, il lavoratore può vestirsi liberamente oppure il datore di lavoro può comunque vietare i pantaloncini corti?
La questione rientra nel più ampio tema del dress code aziendale. Il datore di lavoro può infatti richiedere ai dipendenti di presentarsi con un abbigliamento decoroso e coerente con il contesto professionale, arrivando anche a imporre una vera e propria divisa.
E anche quando questa non è prevista, può stabilire alcune regole sull’abbigliamento, purché siano giustificate dalle mansioni svolte e da concrete esigenze aziendali.
Queste indicazioni non devono necessariamente essere contenute nel contratto individuale di lavoro: possono risultare anche dal regolamento aziendale o da disposizioni interne, a condizione che siano comunicate chiaramente ai dipendenti.
Devono inoltre essere ragionevoli e proporzionate rispetto all’attività svolta.
Un conto, ad esempio, è vietare i pantaloni corti a chi lavora a contatto con il pubblico in un ambiente formale o rappresenta l’immagine di un’azienda, un altro è applicare lo stesso divieto a un personal trainer o a chi svolge un’attività per la quale un abbigliamento sportivo è del tutto normale. Non perché un lavoro sia più importante dell’altro, ma perché cambiano il contesto e le esigenze professionali.
Negli ultimi anni, comunque, molte aziende sembrano orientarsi verso una maggiore libertà nell’abbigliamento, soprattutto negli uffici in cui non vi è un rapporto diretto con clienti o utenti. In linea generale, quindi, è possibile andare al lavoro in pantaloncini quando non vi siano rischi per la sicurezza né un divieto aziendale legittimo e adeguatamente comunicato.
Anche quando viene imposto un determinato dress code, però, l’azienda deve agire con ragionevolezza. Le regole sull’abbigliamento non possono tradursi in discriminazioni basate, ad esempio, sul sesso, sull’origine etnica o sulla religione.
Anche perché in presenza di una condotta discriminatoria, il lavoratore può rivolgersi al giudice e chiedere la cessazione del comportamento e il risarcimento del danno.