Se il mercato crollasse, le azioni Berkshire Hathaway sarebbero tra le poche a salvarsi

Tommaso Scarpellini

6 Luglio 2026 - 07:54

Un investitore leggendario tiene metà del patrimonio fuori dalla borsa. Conviction o paura di un crollo che pochi vedono ancora arrivare?

Se il mercato crollasse, le azioni Berkshire Hathaway sarebbero tra le poche a salvarsi

Il mercato è ormai immerso fino al collo nella tecnologia. Qualsiasi titolo che ha guadagnato terreno negli ultimi anni lo ha fatto perché ha dichiarato al mercato di volersi aprire all’AI. Il risultato? Oggi quasi metà dell’S&P 500 è rappresentata dalla tecnologia.

Se questa dovesse cedere, per i motivi che ogni giorno si sentono discutere online, potenzialmente potrebbe portarsi dietro tutto il mercato. E i parallelismi con la crisi del 2008 e quella del 2000 sono ovunque. Eppure, in questo scenario di iperconcentrazione, esiste un titolo guidato da un investitore di fama internazionale che sembrerebbe remare controcorrente.

O ha capito qualcosa che gli altri non hanno ancora visto, oppure rischia un abbaglio enorme. Ma se il mercato dovesse crollare, oggi sarebbe forse uno dei pochi titoli con qualche possibilità di salvarsi.

Chi è davvero l’uomo dietro a questo titolo

Si parla di Warren Buffett. Per chi non lo conoscesse, sarebbe difficile non averne mai sentito parlare almeno una volta: viene considerato uno degli investitori più influenti della storia recente, soprannominato per decenni «l’oracolo di Omaha» per la sua capacità di leggere i mercati con un approccio fondato sul value investing, la ricerca cioè di società sottovalutate rispetto al loro valore intrinseco.

Per anni Buffett ha amministrato Berkshire Hathaway insieme al suo storico socio Charlie Munger, trasformando quella che era nata come una piccola società tessile in un colosso assicurativo e industriale che oggi gestisce un patrimonio enorme, capace di muovere mercati con un singolo comunicato. Si tratta di una holding che possiede partecipazioni in decine di società quotate, oltre a controllare interamente business come assicurazioni, ferrovie e utility energetiche.

Nel 2026 Buffett ha lasciato la guida operativa a Greg Abel, manager canadese cresciuto all’interno del gruppo e già responsabile delle attività energetiche di Berkshire, scelto come successore designato dopo anni di affiancamento. Il passaggio di consegne sarebbe avvenuto però in un momento particolare, con un portafoglio che presenta una composizione piuttosto insolita per gli standard storici della società.

Il dato che salta agli occhi è la liquidità: secondo le ultime comunicazioni pubbliche, la riserva di cassa e titoli a breve termine di Berkshire avrebbe superato ampiamente i 300 miliardi di dollari, una cifra che rappresenterebbe oltre la metà del valore complessivo del portafoglio investibile della società. Si tratterebbe della concentrazione di liquidità più alta nella storia del gruppo, frutto di anni in cui Berkshire sarebbe stata una venditrice netta di azioni, riducendo posizioni storiche come Apple di oltre due terzi.

Questo per un investitore che ha sempre fatto della ricerca del valore tra le azioni il proprio marchio di fabbrica risulterebbe quantomeno anomalo. Il motivo non sarebbe del tutto chiaro: da alcune dichiarazioni pubbliche emergerebbe principalmente la difficoltà di trovare prezzi ritenuti convenienti sul mercato attuale.

Eppure, anche sotto la guida di Abel, non sarebbero arrivati grandi nuovi investimenti, se non un’eccezione rilevante: un netto rafforzamento della quota in Alphabet, la holding che controlla Google, che sarebbe stata più che triplicata nel primo trimestre del 2026, fino a diventare una delle prime sette posizioni del portafoglio per valore. Una mossa che alcuni osservatori avrebbero letto come una scommessa specifica sull’infrastruttura legata all’intelligenza artificiale, più che un cambio di rotta generale sulla strategia di cautela adottata negli ultimi anni.

Avere oltre il 50% del portafoglio in liquidità significherebbe, nella pratica, detenerla presumibilmente in Treasury di breve durata, che oggi offrirebbero rendimenti collocabili tra il 4% e il 5,5% circa su base annua.

Una scelta come questa potrebbe sottintendere il pensiero che il mercato azionario nel suo complesso non sia in grado di offrire rendimenti prospettici superiori a quelli di un semplice titolo di stato a breve termine. Per capire perché, può essere utile richiamare il concetto di ERP, l’equity risk premium, cioè il rendimento aggiuntivo che in teoria un investitore dovrebbe ottenere scegliendo le azioni rispetto a un’obbligazione priva di rischio, per compensare la maggiore volatilità e incertezza.

Con un rapporto prezzo/utili di tipo Shiller che secondo alcune stime avrebbe superato la soglia di 40 volte, l’earning yield implicito, cioè l’inverso di quel multiplo, scenderebbe sotto il 2,5%.

Se confrontato con un rendimento dei Treasury vicino al 4,5%, il calcolo che ne deriverebbe sarebbe quello di un ERP potenzialmente negativo: in altre parole, in teoria le azioni offrirebbero oggi meno del presunto «rendimento sicuro» obbligazionario, una condizione storicamente rara e considerata da alcuni analisti un segnale di allerta.

Non sarebbe però detto che questa sia davvero la motivazione reale dietro l’enorme cuscinetto di liquidità.
Un’altra chiave di lettura potrebbe essere ricercata nel cosiddetto Buffett Indicator, l’indicatore che lo stesso Buffett avrebbe definito in passato come una delle misure più efficaci per valutare lo stato del mercato in un dato momento.

Si calcola dividendo la capitalizzazione complessiva del mercato azionario statunitense per il PIL del paese: quando il rapporto supera ampiamente la propria media storica, secondo alcune interpretazioni il mercato si troverebbe in una fase di sopravvalutazione marcata.

Storicamente, livelli superiori a 200 punti percentuali sarebbero stati osservati solo in pochissime occasioni, spesso a ridosso di fasi di forte volatilità sui mercati. Oggi l’indicatore si collocherebbe ben oltre quella soglia, su livelli che secondo alcuni osservatori non avrebbero precedenti nella serie storica disponibile.

Insomma, la ragione di fondo non sarebbe del tutto chiara. Quello che però risulterebbe evidente è che fino a questo momento la scelta sembrerebbe costare a Berkshire in termini di rendimenti mancati: il titolo in borsa non avrebbe infatti mostrato la stessa accelerazione di altri big del mercato negli ultimi mesi.

Ma c’è un aspetto che potrebbe ribaltare la prospettiva. Se dovesse materializzarsi un ritracciamento violento sui mercati, Berkshire potrebbe diventare uno dei titoli più ricercati dagli investitori, proprio perché rappresenterebbe una holding con una parte consistente del capitale già allocata su strumenti a reddito fisso a breve termine, anziché su azioni potenzialmente sopravvalutate.