Se il tuo nucleo familiare è composto solo da te e guadagni meno di €1.103 netti al mese, secondo l’ISTAT sei a rischio povertà.
Quanto bisogna guadagnare in Italia per essere a rischio povertà? La risposta sta in un numero calcolato ogni anno dall’ISTAT che divide, almeno sulla carta, chi riesce ad arrivare a fine mese da chi invece è considerato a rischio povertà.
Secondo il report Istat «Condizioni di vita e reddito delle famiglie 2024-2025», la soglia di rischio povertà è fissata al 60% del reddito mediano equivalente, pari a 13.237 euro annui, circa 1.103 euro netti al mese. In altre parole, chi vive da solo e guadagna meno di questa cifra è, per definizione statistica, a rischio povertà.
Ma attenzione, è una misura relativa. Il nucleo familiare, in questo calcolo, è determinante. Se in casa ci sono più redditi, la soglia cambia.
Quasi 11 milioni di italiani sotto soglia
Nel 2025, in base ai redditi del 2024, risulta a rischio di povertà il 18,6% delle persone residenti in Italia (in calo rispetto al 18,9% del 2024) per un totale di circa 10 milioni e 908mila individui.
I redditi nel frattempo sono cresciuti, con il reddito medio annuo delle famiglie nel 2024 che ha raggiunto i 39.501 euro, con una crescita del 5,3% in termini nominali e del 4,1% in termini reali rispetto al 2023.
Ma la crescita non so è ridistribuita in modo uniforme, con il 20% delle famiglie con i redditi più elevati che percepisce 5,1 volte quanto guadagna il 20% con i redditi più bassi, secondo ISTAT.
L’Italia è sopra la media europea
Il confronto con il resto d’Europa è il dato più difficile da digerire. Le nuove statistiche Eurostat mostrano che nel 2024 le persone a rischio di povertà nell’Unione Europea erano 72,4 milioni, pari al 16,3% della popolazione, in aumento dello 0,1% rispetto all’anno precedente.
Per il 2026, le stime preliminari Eurostat indicano un leggero aumento del tasso di rischio povertà nell’UE al 16,4%, mentre in Italia il tasso dovrebbe rimanere stabile intorno al 18,6%, al di sopra della media europea.
Ma la posizione dell’Italia nel ranking europeo rimane scomoda. Il nostro Paese si colloca all’ottavo posto tra i 27 Paesi monitorati per tasso di rischio povertà. Meglio di noi i principali Paesi europei: Francia al 16,3%, Germania al 16,1%, Portogallo al 15,4%, tutti sotto la media UE. Solo la Spagna sta peggio, con il 19,5%, dato però in calo rispetto all’anno scorso, a differenza dell’Italia che non registra alcun miglioramento.
Non è solo il reddito a definire la povertà
Il reddito mensile è il primo indicatore, ma non è capace di dipingere il quadro completo. Per questo l’ISTAT guarda anche ad altri due fattori che possono fare scattare la condizione di rischio povertà, anche in famiglie che magari uno stipendio ce l’hanno.
Il primo si chiama “bassa intensità lavorativa” e riguarda le famiglie in cui le persone tra i 18 e i 64 anni, nel corso dell’anno, hanno lavorato meno di un quinto del tempo in cui avrebbero potuto farlo. Non disoccupati nel senso classico del termine, ma persone che lavorano poco, in modo discontinuo, a singhiozzo.
Nel 2025 questa condizione coinvolge l’8,2% della popolazione, in calo dal 9,2% del 2024, per un totale di circa 3,9 milioni di persone. La direzione è quella giusta, ma i numeri assoluti restano difficili da ignorare.
Il secondo fattore è la deprivazione materiale e identifica chi non riesce a pagare una bolletta in ritardo, non si può permettere una settimana fuori casa durante l’anno, deve tenere il riscaldamento spento perché costa troppo e non ha abbastanza soldi per far fronte a una spesa imprevista di qualche centinaio di euro. Cose che a molti sembrano normali, ma che per alcuni italiani non lo sono. Nel 2025 questa condizione è in aumento: coinvolge il 5,2% della popolazione, contro il 4,6% dell’anno precedente. Quasi un milione di persone in più rispetto a 12 mesi fa.
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