Warren Buffett ha accumulato 334 miliardi di dollari di liquidità. Un numero così grande da sembrare sbagliato.
Eppure è reale, e nessuno ha ancora trovato una spiegazione che regga davvero.
Fino ad oggi.
Il numero che non torna
Trecentotrentaquattro miliardi di dollari in liquidità è un numero che richiede di essere messo in prospettiva per essere compreso nella sua vera dimensione. Berkshire Hathaway ha una capitalizzazione di mercato che supera il trilione di dollari, il che la colloca tra le aziende più grandi del mondo per valore di borsa. Ebbene, quella riserva di cash rappresenta circa un terzo dell’intera capitalizzazione del gruppo. In termini pratici, significa che se si volesse liquidare un terzo di Berkshire e trasformarlo in contante, si otterrebbe grosso modo quella cifra. Tenere un terzo del proprio valore aziendale in cash non è prudenza ordinaria.
Le spiegazioni che non convincono
Le teorie in circolazione sono essenzialmente due, e vale la pena smontarle entrambe con la precisione che meritano, perché è solo sgombrando il campo dalle spiegazioni facili che si può arrivare a quella più profonda e meno ovvia.
La prima teoria è quella ribassista: Buffett si aspetterebbe un crollo dei mercati imminente e starebbe accumulando liquidità in attesa dell’opportunità di comprare a prezzi di saldo. Il problema di questa interpretazione è duplice. Buffett ha sempre dichiarato, nelle lettere annuali agli azionisti di Berkshire che sono diventate un documento di riferimento per generazioni di investitori, di non credere nel market timing, ovvero nella capacità di prevedere i movimenti di breve periodo del mercato e di posizionarsi di conseguenza.
La seconda teoria è quella dell’acquisizione monstre: Buffett starebbe costruendo una riserva di dry powder, ovvero la liquidità pronta a essere deploiata, per un’acquisizione di dimensioni storiche, il cosiddetto «elephant hunting» di cui lui stesso ha parlato nelle sue comunicazioni. Il problema è aritmetico prima ancora che strategico: a 334 miliardi, quale target potrebbe giustificare una riserva simile? Le acquisizioni più grandi della storia dei mercati finanziari si misurano in decine di miliardi, non in centinaia. Non esiste un elefante abbastanza grande da richiedere una riserva di questa entità senza che l’operazione stessa distrugga qualsiasi logica di efficienza del capitale.
La teoria che nessuno ha ancora considerato
Se le spiegazioni convenzionali non reggono, è necessario cercare in una direzione diversa, e quella direzione passa attraverso un dato biografico che è sotto gli occhi di tutti ma che quasi nessuno ha collegato alla posizione di liquidità di Berkshire con la necessaria profondità analitica. Warren Buffett ha 94 anni e Greg Abel prenderà le redini di Berkshire «prima piuttosto che dopo».
La tesi che emerge da questo contesto. Sono un lascito strategico, una dote di liquidità costruita appositamente per dare ai successori un campo d’azione libero, potente e già pronto, senza che questi debbano toccare l’architettura che Buffett ha costruito in sessant’anni di lavoro. I 334 miliardi diventano invece il campo d’azione esclusivo dei nuovi gestori.
Cosa significa per chi investe oggi
Che la teoria sia corretta o sbagliata nella sua specifica formulazione, il dato di fatto che rimane inalterato è uno solo: il più grande allocatore di capitale privato della storia dei mercati finanziari ha scelto, in questo preciso momento, di non investire.
Non di investire poco, non di essere cauto ai margini: di tenere un terzo del valore del proprio gruppo in contante. Questo dato esiste in parallelo con una serie di altri segnali che non possono essere ignorati chi costruisce o monitora un portafoglio di investimenti.
Il FMI ha appena tagliato le stime di crescita globale in tutti gli scenari possibili. Ray Dalio ha collegato pubblicamente Hormuz, dollaro e oro in un’unica tesi di rischio strutturale. Il comparto difesa europeo ha perso miliardi di capitalizzazione in una singola seduta. La Bank of Japan sta normalizzando la propria politica monetaria per la prima volta in una generazione.
Questi segnali non si sommano in modo lineare: si moltiplicano, perché ciascuno di essi riguarda una variabile sistemica che interagisce con le altre in modi che il risparmiatore retail fatica a vedere nella propria interezza.
Il precedente del 2008 e perché questa volta è diverso
C’è un episodio nella storia di Buffett che viene citato sistematicamente ogni volta che si parla della sua accumulazione di liquidità, e che merita di essere analizzato con attenzione proprio perché rivela perché il confronto con il passato, in questo caso specifico, rischia di essere fuorviante. Nell’ottobre del 2008, nel mezzo del panico finanziario più acuto che i mercati avessero visto dai tempi della Grande Depressione, Buffett utilizzò la liquidità accumulata per entrare in Goldman Sachs con cinque miliardi di dollari in condizioni straordinariamente favorevoli, in un momento in cui praticamente nessun altro investitore aveva né il coraggio né la liquidità per farlo. Quella mossa è diventata leggendaria, e ha alimentato l’idea che Buffett accumuli sempre cash in attesa di un singolo grande momento di panico da sfruttare.
Ma la situazione attuale è strutturalmente diversa da quella del 2008 in modo che rende difficile applicare lo stesso schema interpretativo. Nel 2008 c’era un singolo evento di panico, acuto e identificabile, che aveva creato una finestra temporale di opportunità straordinaria su asset il cui valore fondamentale era intatto ma il cui prezzo era crollato per ragioni di liquidità e di paura. Oggi non c’è un singolo evento di panico: c’è una combinazione di rischi diffusi e simultanei.