Rivelazione bomba da Davos, in Europa questa banca centrale ammette: non escludiamo ritorno a tassi negativi

Laura Naka Antonelli

22/01/2025

Tassi negativi, banche centrali costrette a fare decisa retromarcia per colpa di Trump? Altro che inflazione, in questo Paese si teme l’opposto.

Rivelazione bomba da Davos, in Europa questa banca centrale ammette: non escludiamo ritorno a tassi negativi

Notizia bomba direttamente da Davos, dove il presidente di una banca centrale ha ammesso di non escludere il ritorno a una politica monetaria incentrata sui tassi negativi, ovvero sui tassi sotto lo zero, smentendo quell’assunto secondo cui non solo la Fed di Powell sarà costretta a chinare il capo di fronte a un destino caratterizzato da tassi di interesse “higher for longer” (più alti per un periodo di tempo più lungo), ma che a prostrarsi di fronte a questo diktat sarebbero anche altre istituzioni, BCE di Lagarde inclusa.

E invece no, sostiene questo banchiere centrale, secondo cui evidentemente l’inflazione non è più quello spauracchio che continua ad assillare molti dei suoi colleghi, tra cui Christine Lagarde e Jerome Powell, costretti ogni volta ad affossare le speranze e le speculazioni dei mercati su tagli dei tassi più aggressivi.

Addirittura il banchiere ripropone la ricetta dei tassi negativi, che per tanto tempo è stata adottata dalla BCE, e non solo, in Europa, quando la minaccia imperante non si chiamava inflazione, ma deflazione. Se lo ricorderà bene l’ex presidente dell’Eurotower ed ex presidente del Consiglio Mario Draghi, che annunciò la nuova era della politica monetaria dell’area euro caratterizzata da tassi sotto lo zero: e mica di poco. Tassi negativi che rimasero attivi fino al luglio del 2022, quando l’impennata dell’inflazione fece trillare la sveglia talmente forte da far scattare di colpo la BCE e la Fed, che nei mesi precedenti erano evidentemente piombati in una fase protratta di letargo.

Tassi negativi, il ritorno dopo carrellata aggressiva di rialzi? La Svizzera non li esclude

Dell’ipotesi di tornare ai tassi negativi non si parla da un bel po’, almeno nei vari consigli delle banche centrali dei Paesi del G7, anche se ipotesi varie su quando si potrebbero ripresentare, secondo alcuni esperti proprio a causa, dopo e per colpa di quei rialzi dei tassi troppo aggressivi che la BCE & Co. hanno varato in particolare nel 2022 e nel 2023, hanno fatto a volte capolino.

A riprendere la questione è stato oggi il numero uno di una banca centrale made in Europe, per la precisione Martin Schlegel, presidente della SNB, Swiss National Bank, ovvero Banca nazionale svizzera, che ha parlato da Davos, in occasione dei meeting annuali del World Economic Forum in corso, che hanno riunito il gotha dell’alta finanza.

Schlegel ha ammesso che in Svizzera “l’inflazione è ben compresa nel nostro target” e che “al momento non siamo preoccupati per il suo trend”. Detto questo, “non possiamo escludere la possibilità di tassi di interesse negativi ”.

Di conseguenza, “se mai dovessimo riattivarli, lo faremo”. Nel caso della Svizzera il motivo si chiama ovviamente, franco svizzero, valuta conosciuta per essere un safe haven, ovvero una moneta in cui i trader si rifugiano in tempi di avversione al rischio. Occhio a tal proposito al rapporto euro-franco svizzero, ovvero EUR-CHF.

E certo l’avversione al rischio potrebbe essere il grande dato di fatto di questo 2025 sui mercati, visto che la seconda presidenza USA di Donald Trump è qualcosa che fa scattare sull’attenti tutto il mondo, Svizzera compresa.

Non è un mistero la paura di economisti e governi stessi per l’erosione dei fondamentali delle economie a causa dell’arma dei dazi che tuttavia in Europa la presidente della BCE Christine Lagarde, se si considerano le dichiarazioni di oggi, starebbe prendendo sotto gamba. Più preoccupato, evidentemente, il governatore della Banca centrale svizzera Martin Schlegel.

Va ricordato, guardando all’area euro che, in occasione del primo rialzo dei tassi di interesse dell’area euro da parte della Banca centrale europea, i tassi sui depositi, che erano stati portati in territorio negativo negli anni precedenti fino a -0,50%, vennero alzati a quota zero. Fu Lagarde a decretare la fine, nel blocco, dell’era dei tassi negativi, per continuare poi ad alzare ulteriormente il costo del denaro. Dieci in tutto le strette monetarie, che si sono concluse nel settembre del 2023, alzando il costo del denaro fino al 4%. La BCE - occhio alla grande svolta attesa - ha poi ridotto i tassi quattro volte, abbassando il tasso sui depositi lo scorso 12 dicembre 2024, al 3%.

SNB, l’ultimo taglio dei tassi maxi dalla Swiss National Bank

Nel caso della Svizzera, anch’essa attanagliata dal tarlo dell’inflazione, ma in misura inferiore rispetto alla piaga che ha colpito l’Eurozona, anche qui, dopo una carrellata di strette monetarie, i tassi sono stati sforbiciati dalla Swiss National Bank (SNB): l’ultima volta, nel dicembre del 2024, quando il taglio è stato di 50 punti base, il doppio rispetto alla riduzione di 25 punti base attesa dal consensus.

Quell’ultimo atto dello scorso anno della banca centrale, il quarto taglio consecutivo e il più forte dal gennaio del 2015, ha portato il costo del denaro al minimo dal novembre del 2022. Tutto ’merito’ del trend in forte discesa dell’inflazione, capitolata dall’1,1% di agosto allo 0,7% di novembre . Forse troppo in discesa? Certo è che l’inflazione, in Svizzera, non solo non spaventa più, ma sembra essere fin troppo bassa.

Le proiezioni ufficiali parlano infatti di un tasso di inflazione atteso in media all’1,1% nel 2024, allo 0,3% nel 2025, fino allo 0,8% nel 2026, a fronte di un ritmo di espansione del PIL atteso attorno all’1% nel 2024, e in lieve miglioramento, al ritmo tra l’1% e l’1,5% nel 2025, sulla scia dei tagli lanciati dalla Banca nazionale svizzera.

Tuttavia, gli avvertimenti sono stati già lanciati: l’aumento della disoccupazione, l’indebolimento della produzione e le incognite su come si evolverà il commercio globale con la nuova presidenza di Donald Trump, insieme alle tensioni geopolitiche, rappresentano chiari rischi per l’outlook dell’economia elvetica.

I conflitti commerciali non producono benefici alla Svizzera”, ha detto il numero uno della SNB, comunicando di conseguenza da Davos di essere “pronto a intervenire se necessario sul mercato del forex”. In ogni caso, “un altro tetto massimo (al franco svizzero) non è qualcosa di cui stiamo discutendo”, ha precisato il banchiere.

Tassi negativi in Svizzera, questa agenzia di rating ha già sfornato il verdetto per il 2025

A onor di cronaca, va detto che della possibilità che la SNB torni a sposare la logica dei tassi di interesse negativi si è parlato anche prima dei lavori di Davos.

Gli analisti di Fitch, guardando al tasso attuale del Paese, sforbiciato a dicembre allo 0,50%, avevano inoltre già scritto di prevedere una riduzione di 25 punti base sia nei meeting di marzo che di giugno del 2025: manovre che riporterebbero il costo del denaro, in Svizzera, allo zero per cento.

Fitch aveva aggiunto tuttavia di non escludere ulteriori riduzioni dei tassi, fino a capitolare di nuovo in territorio negativo.

Va ricordato che già nell’autunno del 2024 il banchiere centrale Schlegel aveva affermato di “non potere escludere neanche il ritorno ai tassi negativi”, parlando in occasione della sua prima apparizione pubblica nelle vesti di governatore della Swiss National Bank, dopo aver preso il posto del precedente presidente Thomas Jordan.

La questione tassi sotto lo zero è stata riaffrontata poi in altre situazioni. Oggi Schlegel è sembrato rendere ancora più concreto il ritorno di una politica monetaria, ha ammesso, che non piace a nessuno

“I tassi di interesse negativi, in Svizzera, non piacciono a nessuno. Non piacciono neanche alla Swiss National Bank. Ma se lo dovremo fare, lo faremo ancora”.

Ma non piace, sicuramente, neanche la forza del franco svizzero, oggetto dell’attenzione dei carry trader.

Va detto che in occasione del suo ultimo meeting di politica monetaria, quando i tassi sono stati tagliati in Svizzera di 50 punti base, Martin Schegel aveva lasciato la porta aperta alla possibilità di ulteriori sforbiciate dei tassi nel corso del 2025, affermando tuttavia come fosse meno probabile che la banca centrale li portasse al di sotto dello zero. Le dichiarazioni di oggi lasciano presumere che la paura che Trump affossi l’economia mondiale da parte della Swiss National Bank si sono intensificati. Alla fine di novembre 2024 un articolo pubblicato sul sito RSI ha citato l’analisi stilata dagli economisti del KOF Hans Gersbach, Paul Maunoir e Kieran, secondo la quale l’imposizione di tariffe da parte della seconda amministrazione di Donald Trump colpirebbe in particolare in Svizzera l’industria farmaceutica, dei macchinari, degli strumenti di precisione, degli orologi e delle derrate alimentari, erodendo il PIL reale svizzero di oltre lo 0,2%.