Rendimento del 5%, ora questi ETF battono i BTP

Claudia Cervi

18 Febbraio 2026 - 07:54

Rendimenti BTP in calo e caccia alla rendita: ecco la simulazione reale con 10.000 euro in ETF al 5% e il confronto a 5, 10 e 15 anni con i titoli di Stato. I numeri sorprendono.

Rendimento del 5%, ora questi ETF battono i BTP

Tra il 2022 e il 2024 bastava comprare un BTP per sentirsi un investitore soddisfatto. Cedole tornate sopra il 4%, rischio percepito basso, il grande ritorno del “titolo di Stato che paga”. Per molti è stato il primo vero momento di sollievo dopo anni di rendimenti zero.

Poi lo scenario ha iniziato a cambiare. Dalla seconda metà del 2024 la BCE ha invertito la rotta e i tagli dei tassi sono arrivati uno dopo l’altro. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Oggi, febbraio 2026, i rendimenti restano interessanti ma non sono più l’occasione irripetibile di due anni fa. La stagione delle cedole facili è finita. Ma gli investitori non hanno smesso di cercare rendite passive. Anzi, la fame di flussi cedolari è tornata a crescere.

È qui che entrano in scena gli ETF ad alto dividendo, diventati in pochi mesi i nuovi protagonisti del mondo income. In Europa ne esistono ormai oltre 90, progettati per distribuire dividendi elevati con panieri azionari globali. Alcuni hanno registrato afflussi miliardari in tempi record, segnale che qualcosa sta cambiando nelle abitudini dei risparmiatori.

Per chi cerca reddito è utile capire se gli ETF possano davvero competere con i BTP. E soprattutto, cosa succede se guardiamo il lungo periodo.

ETF al 5%, simulazione reale con 10.000 euro investiti in 5 fondi da dividendo

Immaginiamo una strategia prudente e molto realistica. Un portafoglio da 10.000 euro diviso in cinque ETF ad alto dividendo, tra i più grandi e diffusi sul mercato europeo e globale. Amundi STOXX Europe Select Dividend 30, iShares STOXX Europe Select Dividend 30, WisdomTree Europe Equity Income, Xtrackers Euro Stoxx Quality Dividend e Xtrackers STOXX Global Select Dividend 100. Distribuendo 2.000 euro su ciascun fondo si ottiene un portafoglio molto diversificato su centinaia di società ad alta cedola. Il rendimento medio è pari al 5% lordo annuo.

In pratica significa circa 500 euro lordi di dividendi ogni anno, che diventano circa 370 euro netti dopo la tassazione del 26%.

Se l’investitore decidesse semplicemente di incassare la rendita senza reinvestirla, il flusso cumulato sarebbe di circa 1.850 euro dopo cinque anni. Dopo dieci anni i dividendi netti salirebbero a 3.700 euro. Dopo quindici anni si arriverebbe a circa 5.550 euro, senza considerare alcuna crescita del valore degli ETF.

Il punto chiave è che questa simulazione è volutamente prudente. Non stiamo ipotizzando crescita dei dividendi, né rivalutazione delle quote. Solo la cedola.

Se invece i dividendi venissero reinvestiti, entrerebbe in gioco la capitalizzazione composta. Dopo cinque anni il guadagno netto sarebbe di circa 1.993 euro, dopo dieci anni di 4.376 euro e dopo quindici anni di circa 7.250 euro. Tutto generato esclusivamente dai dividendi.

BTP a 5 anni, il confronto che spiazza chi cerca cedole

Passiamo al primo confronto diretto con i titoli di Stato. Partiamo dal breve periodo, quello che molti risparmiatori considerano “zona comfort”. Il miglior BTP a cinque anni disponibile a febbraio 2026 offre un rendimento netto del 2,32% con scadenza 2031.

Tradotto in numeri significa che investendo 10.000 euro il guadagno netto complessivo a scadenza si aggira intorno a 1.160 euro. Una cifra certa, ma inferiore a quella che si ottiene con gli ETF.

Nello stesso arco temporale la strategia a dividendo genera circa 1.850 euro netti di flussi. Parliamo di oltre il 50% in più di rendita potenziale già nei primi cinque anni.

Il prezzo da pagare è noto. Più volatilità, nessuna scadenza prestabilita. Ma la differenza nei flussi è difficile da ignorare.

BTP a 10 anni, qui il divario con gli ETF inizia ad allargarsi davvero

Quando l’orizzonte si allunga, la fotografia diventa ancora più interessante. Il miglior BTP con scadenza 2036 offre oggi un rendimento netto del 2,97%. Su 10.000 euro investiti il guadagno complessivo arriva a circa 2.970 euro.

Il portafoglio ETF, nello stesso periodo, genera circa 3.700 euro netti di dividendi senza reinvestimento. La distanza si amplia e cambia la logica dell’investimento.

Il BTP restituisce capitale e rendimento alla fine del percorso. Gli ETF continuano a produrre reddito anche dopo il decimo anno. È qui che entra in gioco la differenza tra rendimento a scadenza e rendita continua.

BTP a 15 anni, il punto in cui cambia completamente il finale dell’investimento

Sul lungo periodo il confronto diventa ancora più interessante. Il BTP a 15 anni con scadenza 2041 offre un rendimento netto del 3,76%, per un guadagno complessivo di circa 5.640 euro su 10.000 investiti.

Il portafoglio ETF genera circa 5.550 euro netti di dividendi nello stesso periodo. In pratica si arriva quasi allo stesso risultato. Ma c’è una differenza decisiva.

Alla scadenza del BTP il flusso si interrompe. Il titolo viene rimborsato e la rendita finisce. Gli ETF restano in portafoglio e continuano a distribuire dividendi. Potenzialmente per altri quindici anni, o per sempre. Se poi si decide di reinvestire ogni anno il rendimento da ETF è nettamente superiore a quello del BTP.

Ed è questo il vero cambio di paradigma che sta emergendo tra i risparmiatori europei a caccia di reddito.

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