Reddito di cittadinanza tolto a luglio 2023, conviene fare ricorso contro la decisione del governo?

Simone Micocci

16 Gennaio 2023 - 17:00

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Reddito di cittadinanza tolto dopo 7 mesi, esistono i presupposti per fare ricorso al giudice? Ecco perché è meglio lasciar perdere.

Reddito di cittadinanza tolto a luglio 2023, conviene fare ricorso contro la decisione del governo?

Il Reddito di cittadinanza verrà tolto a luglio 2023 a tutte le famiglie, eccetto a coloro che nel loro nucleo familiare hanno almeno un componente minorenne, disabile o over 60.

Per tutti gli altri la legge di Bilancio 2023 rivede quanto stabilito dal decreto originario, secondo il quale il Reddito di cittadinanza può essere percepito - nel rispetto dei requisiti e della condizionalità - per un periodo continuativo di 18 mensilità. Fermo restando il suddetto limite, infatti, viene stabilito che nel 2023 se ne potrà usufruire per un massimo di 7 mensilità; chi ne gode in maniera continuativa, quindi, riceverà l’ultima ricarica a luglio dopodiché l’assegno verrà tolto e non se ne potrà più fare domanda.

A tal proposito, sono in molti a cercare una soluzione per evitare il suddetto taglio: c’è chi pensa a come aggiungere un componente over 60 al nucleo familiare, come pure chi ritiene esistano i presupposti per fare ricorso al giudice contro la decisione del governo.

La domanda è: se la normativa originaria riconosceva il Reddito di cittadinanza per 18 mesi, è legittimo un intervento successivo del governo che lo toglie anticipatamente? Fermo restando che solamente un giudice può rispondere a questa domanda, a oggi non sembrano esserci gli estremi per fare ricorso contro una tale decisione.

Taglio del Reddito di cittadinanza e diritti acquisiti

Per la ragione suddetta, c’è chi ritiene che con la decisione presa in legge di Bilancio 2023 il governo Meloni sia andato contro il principio del diritto acquisito, ossia quella categoria di diritti che una volta entrati nella sfera giuridica di un soggetto sono immutabili, anche in presenza di eventuali cambiamenti dell’ordinamento giuridico.

Ad esempio, la pensione è un diritto acquisito.

La domanda è: vale anche per il Reddito di cittadinanza? Una volta che ne viene riconosciuto il diritto spetta in ogni caso per 18 mesi (a meno che nel frattempo non ne vengano meno i requisiti oppure non intervenga una sanzione)? Noi lo abbiamo chiesto a Giampiero Proia, professore di Diritto del lavoro all’Università Roma Tre nonché avvocato patrocinante presso la Corte di Cassazione.

Nel dettaglio, Proia ritiene che è legittimo, e costituzionale, interrompere a un certo punto la fruizione del Reddito di cittadinanza per alcune categorie di persone. Ci ricorda, infatti, che “nei rapporti di durata la legge può intervenire anche mentre sono in essere”.

D’altronde, ritiene il giurista, il Reddito di cittadinanza non si configura come diritto acquisito, anche perché verrà sostituito da altre forme di lotta alla povertà.

Alla luce di tale parere, non sembra essere conveniente ricorrere contro la decisione del governo, in quanto difficilmente ci sarà un giudice che darà ragione al ricorrente. Potrebbe trattarsi solamente di una perdita di tempo e denaro, ragion per cui è bene prendere atto del fatto che tra appena 7 mesi i pagamenti mensili cesseranno e che bisognerà orientarsi su altre misure.

La politica ha accettato la cancellazione del Reddito di cittadinanza

A conferma che l’eliminazione del Reddito di cittadinanza è del tutto legittima c’è l’atteggiamento di quella parte di politica che invece confidava sulla conferma della misura. Si pensi al Movimento 5 stelle, con Giuseppe Conte che ha preso parte alle proteste di piazza contro l’eliminazione del Reddito di cittadinanza pur consapevole di non avere sufficienti strumenti per evitarlo. Niente proposta di call action, né tantomeno di referendum (come invece fece Renzi per eliminarlo).

Insomma, il governo si è mosso entro i confini della legge e non ci sarà Tribunale, men che meno la Corte Costituzionale, che la penseranno diversamente. Molto però dipenderà dalle decisioni che verranno prese nel 2024: come spiegato dallo stesso professor Proia, infatti, “il sistema non può rimanere senza interventi a favore delle famiglie povere e in condizioni di disagio che impediscono l’occupabilità: questo è il concetto sacrosanto e che, se non si rispetta, può anche incorrere in violazione di principi costituzionali”.

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