Altro che recessione. Negli USA l’allarme è sul debito

Tommaso Scarpellini

22 Ottobre 2023 - 16:23

Le borse tornano a guardare la scelta della Fed legata al futuro andamento dei tassi, all’ipotesi di un atterraggio morbido e ai rischi connessi alla dimensione senza precedenti del debito USA.

Altro che recessione. Negli USA l’allarme è sul debito

Le difficoltà sui mercati finanziari non sembrano essersi ancora esaurite, anche se questa settimana si è sentito molto parlare di «Soft Landing» e delle possibili future mosse che Powell, con la Federal Reserve, metterà in campo per combattere la tanto temuta inflazione. L’ipotesi di recessione sembra essere stata scartata anche da buona parte dell’opinione pubblica, che si mostrava apertamente sostenitrice di questa ipotesi, lasciando però spazio ad altre tipologie di preoccupazioni.

Si parla, infatti, di un’ipotetica «crisi del debito» statunitense: la spesa federale è più alta che mai, e solo tra il 2019 e il 2021 è aumentata del 50% per far fronte alle nuove esigenze politiche. Il debito USA ha superato i tanto discussi 33 trilioni di dollari. Di fronte a un costo del denaro, individuato dallo stesso presidente della Fed come «più alto e più a lungo», il rischio di una crisi si è ravvivato, anche fra i grandi investitori. Lo stesso Ray Dalio ha recentemente dichiarato di non essere troppo favorevole all’esposizione nei confronti dei titoli di stato, preferendo il «cash», ovvero la liquidità.

Recessione sì o no?

Le prospettive economiche globali tendono sempre più a frammentarsi, mentre negli Stati Uniti si discute addirittura di un «atterraggio morbido». Questo potrebbe sembrare una buona notizia, ma in realtà aggrava, in parte, la prospettiva dei tassi d’interesse e, quindi, anche i conti del resto del mondo. Tassi elevati, un dollaro forte e un’economia USA resiliente impatterebbero in maniera negativa sulla crescita degli altri Paesi, come in parte sta già accadendo. Secondo il FMI, le prospettive di crescita statunitensi sono rosee: una crescita del 2,1% quest’anno e dell’1,5% l’anno prossimo. In parallelo, le insolvenze societarie, che secondo Moody’s, sono destinate ad aumentare a causa dei rischi di rifinanziamento, con grandi scadenze tra il 2024 e il 2028. Le tanto discusse obbligazioni High Yield, americanizzate come «Fallen Angels,» raggiungeranno un tasso di default del 5%, un rischio che presumibilmente potrebbe riflettersi nel rendimento e quindi nel prezzo degli stessi asset.

Di fatto, in molti stanno ancora domandandosi se la Fed sarà in grado di sfuggire al deterioramento economico, con tutte queste variabili in gioco. Ed è qui che il mondo finanziario si collega nuovamente per introdurre la questione del «rischio del debito,» più pesante che mai, specie nell’ipotesi di una assenza di produttività.

10Y T-Note Fut. (ZN December 2023) 10Y T-Note Fut. (ZN December 2023) Grafico a candele del 10Y T-Note Fut. (ZN December 2023). Fonte: teletrader.com

Ha senso parlare di crisi del debito USA?

Ad appesantisce il bilancio federale senza ombra di dubbio il livello insolito dei tassi d’interesse e la rapidità con cui la banca centrale ha raggiunto questi livelli. Lo sforzo della Fed di dominare l’inflazione sembra funzionare apparentemente, e le prospettive dei primi ribassi sono scontate sul mercato dei futures nel 2024.

Allo stesso modo, la recente modifica delle variabili in gioco ha innescato nuovamente un apprezzamento delle materie prime, considerate da molti uno dei principali motivi, assieme all’espansione della base monetaria M2 del decennio precedente, all’innalzamento improvviso del livello d’inflazione, specie in Europa, che da «momentanea» è diventata persistente.

Come ha ribadito lo stesso Powell nell’ultima conferenza, c’è poco da dare per scontato. Opinione condivisa anche da Yellen, la sostenibilità della politica fiscale statunitense dipende direttamente dall’andamento dei tassi d’interesse.