Questo Paese è il nuovo grande rischio per l’economia mondiale

Redazione Money Premium

14 Gennaio 2026 - 15:40

Dall’inflazione al crollo del rial. Cosa sta portando al crollo dell’economia dell’Iran?

Questo Paese è il nuovo grande rischio per l’economia mondiale

La guerra con Israele e anni di malcontento per la mancanza di democrazia non erano riusciti, da soli, a produrre uno scossone decisivo al sistema di potere di Teheran.

A farlo, invece, è stato il brusco deterioramento della situazione economica, che nel giro di poche settimane ha portato a una delle fasi più critiche per la stabilità interna del Paese. Oggi il regime iraniano è sottoposto a pressioni senza precedenti sia dall’interno sia dall’esterno, in un contesto in cui crisi sociale, instabilità finanziaria e tensioni geopolitiche si alimentano a vicenda.

Le proteste, scoppiate a Teheran il 28 dicembre e rapidamente diffuse in molte altre città, sono state innescate dal crollo della valuta nazionale, il rial. Solo nel mese di dicembre il rial ha perso il 16%, mentre nel corso dell’ultimo anno la svalutazione complessiva ha raggiunto l’84%. Questo crollo si è tradotto in un aumento immediato dei prezzi, con un’inflazione alimentare annua salita al 72%, quasi il doppio rispetto alla media degli ultimi anni. In un Paese in cui molti stipendi sono fissati su base annuale, la perdita di potere d’acquisto è stata improvvisa e violenta, colpendo soprattutto le fasce popolari e la classe media urbana.

La situazione economica era già fortemente compromessa quando le sanzioni internazionali si sono trasformate in uno scontro sempre più diretto con l’Occidente. La guerra di 12 giorni con Israele e Stati Uniti nel giugno 2025, pur avendo prodotto danni militari relativamente limitati, ha esposto l’Iran alla vulnerabilità di una possibile escalation improvvisa e ha fatto aumentare sensibilmente il rischio percepito dagli investitori. Questo ha reso ancora più difficile l’accesso ai capitali, ha complicato le importazioni di beni essenziali e ha rafforzato la sensazione, diffusa nella popolazione, che l’economia nazionale sia ormai ostaggio di fattori esterni fuori dal controllo del governo.

In questo contesto già teso, il presidente Masoud Pezeshkian ha tentato di imporre riforme economiche rimandate per anni, ma lo ha fatto in un momento politicamente delicatissimo. La proposta di bilancio per il nuovo anno iraniano, a partire dal 20 marzo 2026, è apparsa più restrittiva del previsto e ha immediatamente alimentato nuove tensioni sociali. L’idea che le imposte dovessero coprire una quota crescente delle entrate statali, mentre gli stipendi del settore pubblico sarebbero aumentati a un ritmo nettamente inferiore rispetto all’inflazione prevista dal governo, ha rafforzato la percezione di un’aggiustamento pagato quasi esclusivamente dai cittadini comuni. Anche se il Parlamento ha successivamente attenuato alcune misure, riducendo l’IVA e aumentando i salari più del previsto, il messaggio politico di austerità era ormai passato e ha contribuito a rendere il clima ancora più esplosivo.

Il senso di disuguaglianza è ulteriormente aggravato dal sistema distorto dei tassi di cambio multipli che caratterizza l’economia iraniana. Con le esportazioni di petrolio crollate da oltre 2 milioni di barili al giorno prima del 2011 a circa 300.000 nel 2019, il governo ha distribuito la limitata valuta estera disponibile a tassi fortemente sussidiati. Questo meccanismo, però, ha favorito pratiche di arbitraggio, la fuga di capitali e l’importazione di beni non essenziali, mentre molte imprese che avrebbero realmente bisogno di dollari per acquistare macchinari o materie prime restano escluse. Il tentativo di Pezeshkian di smantellare questo sistema, considerato una delle forme più evidenti di corruzione strutturale, ha colpito interessi consolidati e ha contribuito allo sciopero iniziale dei commercianti del Gran Bazar di Teheran, che ha poi innescato le manifestazioni più ampie.

Per contenere il malcontento sociale, il governo ha introdotto trasferimenti mensili pari a 10 milioni di rial a persona, circa 7 dollari, già erogati a circa 80 milioni di beneficiari, escludendo solo le fasce più ricche. Tuttavia, l’impatto reale di questi sussidi sul costo della vita è minimo e molti li percepiscono come un tentativo simbolico di placare la rabbia piuttosto che come una soluzione strutturale. A questo si sommano problemi cronici di gestione delle risorse, sviluppo urbano incontrollato e scarsità d’acqua, tanto gravi da riaprire il dibattito sul possibile spostamento della capitale, segnale di una crisi che non è soltanto economica ma anche ambientale e amministrativa.

Le proteste continuano e la risposta del regime segue uno schema già visto in passato, con il blocco di Internet, l’uso massiccio delle forze di sicurezza, oltre 500 manifestanti uccisi e circa 100 poliziotti feriti negli scontri in tutto il Paese. Questa instabilità interna ha anche fornito a Donald Trump un nuovo argomento per rilanciare minacce di attacco militare contro l’Iran, aumentando ulteriormente la pressione internazionale su Teheran.

Con l’aggravarsi della crisi interna, cresce anche la preoccupazione per le conseguenze globali. Secondo molti analisti, una possibile escalation potrebbe riflettersi immediatamente sullo Stretto di Hormuz, uno degli snodi energetici più critici del pianeta. I dati di Kpler indicano che circa 13 milioni di barili di petrolio al giorno, pari al 31% dei flussi petroliferi marittimi mondiali, transitano attraverso questo passaggio. Anche una perturbazione parziale del traffico potrebbe innescare una crisi globale del petrolio e del gas e spingere i prezzi verso l’alto di 10-20 dollari al barile, secondo le stime di diversi esperti, anche se una chiusura totale resta improbabile per ragioni tecniche e politiche.

La crisi che l’Iran affronta oggi è quindi allo stesso tempo economica e politica. Le riforme potrebbero, nel lungo periodo, contribuire a ridurre l’inflazione e il deficit, ma nel breve termine comportano costi sociali elevatissimi per una popolazione già provata da anni di stagnazione, sanzioni e instabilità. Senza un miglioramento concreto delle condizioni di vita e senza una riduzione dell’isolamento internazionale, il rischio è che la combinazione di crisi monetaria, disoccupazione, corruzione e repressione renda la situazione sempre più ingestibile, con effetti potenzialmente dirompenti non solo per il Medio Oriente, ma per l’intero equilibrio energetico globale.