Queste sono le materie prime in cui investire con la guerra in Iran

Claudia Cervi

24 Marzo 2026 - 21:04

Il petrolio corre, ma non è l’unico. I grandi operatori stanno già puntando su altre materie prime che il mercato non ha ancora prezzato.

Queste sono le materie prime in cui investire con la guerra in Iran

Il petrolio è passato da 70 a oltre 110 dollari al barile in poche settimane. Poi ha rallentato. Il gas resta su livelli elevati. L’oro sale, ma senza una direzione chiara.

Qui il mercato rischia di sbagliare.

Molti investitori stanno leggendo questo movimento come l’ennesimo shock destinato a rientrare. Prezzi alti per qualche settimana, poi normalizzazione. È lo schema visto più volte negli ultimi anni, solo che questa volta i numeri potrebbero raccontare un’altra storia.

Oggi circa il 15% dell’offerta globale di petrolio è a rischio. Negli anni ’70 era tra il 5% e il 7%. E con una capacità produttiva inutilizzata scesa intorno al 3-5%, il margine di sicurezza è più basso, non più alto.

Anche l’Agenzia Internazionale dell’Energia è corsa ai ripari mettendo sul tavolo il più grande rilascio di riserve petrolifere di sempre.

E chi guarda solo il prezzo del petrolio rischia di arrivare tardi. I grandi operatori si stanno muovendo in un’altra direzione. Aumentano le coperture sull’energia, rivedono le esposizioni e iniziano a entrare su quelle materie prime che non riflettono ancora il rischio di un conflitto lungo.

Ed è qui che iniziano a emergere le materie prime su cui si stanno già muovendo i capitali.

Petrolio e gas, tutti guardano qui ma il mercato potrebbe essere già in ritardo

Il petrolio è la prima materia prima da monitorare, è il primo prezzo che reagisce alla guerra. È il segnale più visibile, ma è anche quello più facile da leggere male.

Il ritracciamento delle ultime sedute ha rafforzato l’idea che il mercato stia già assorbendo lo shock. In realtà, i fondamentali si stanno muovendo nella direzione opposta. Il traffico nello Stretto di Hormuz è ancora ridotto, le scorte globali si stanno assottigliando e la capacità di compensare eventuali interruzioni è più limitata rispetto al passato. Analisti e investitori stanno dunque guardando alla tenuta del sistema nelle prossime settimane. Il mercato oggi sta ancora prezzando uno scenario di tensione temporanea. Non sta prezzando una riduzione strutturale dell’offerta.

Se il conflitto dovesse prolungarsi, uno scenario tra 120 e 150 dollari al barile diventerebbe verosimile. Secondo diverse stime, un blocco prolungato dello Stretto potrebbe togliere dal mercato fino a 10-12 milioni di barili al giorno.

A quel punto, la domanda globale inizierebbe a rallentare e l’inflazione tornerebbe sopra il 4-5%, con effetti diretti su crescita e consumi,aumentando il rischio di stagflazione.

Il petrolio resta il centro della scena. Ma è solo il primo livello.

Grafico petrolio Wti Grafico petrolio Wti Fonte Tradingview

Fertilizzanti e chimica, pochi stanno guardando qui ma è già cambiato tutto

Non è il petrolio l’unico mercato sotto pressione. Fertilizzanti e chimica di base stanno già mostrando segnali più netti.

Il Medio Oriente pesa in modo rilevante su questa filiera. Da qui arriva una quota importante dell’export globale di urea e circa il 15% della produzione di polietilene. Quando questa catena si inceppa, l’effetto si scarica su tutta l’industria.

Questo scenario sta già favorendo i produttori fuori dal Medio Oriente, soprattutto in Nord America, dove i costi energetici restano più bassi.

I numeri iniziano già a muoversi. Dall’inizio del conflitto, i fertilizzanti a base di azoto sono saliti di circa il 30%: quando l’offerta si restringe e la domanda tiene, i prezzi si adeguano.

È su queste materie prime, difficili da sostituire, che si stanno spostando i capitali. È lo stesso meccanismo visto nel 2022 con il gas. Solo che stavolta il mercato se ne sta accorgendo molto più lentamente.

Le prime conseguenze iniziano già a vedersi lungo la filiera agricola. Le interruzioni nelle forniture stanno riducendo la disponibilità di fertilizzanti e, secondo diverse stime, potrebbero portare a un calo del 20-25% nell’utilizzo in Paesi chiave come Brasile e India.

Il rischio è che la tensione si sposti dai mercati delle materie prime a quelli alimentari, con pressioni sui prezzi di grano e soia già tra la fine del 2026 e l’inizio del 2027.

Metalli strategici e difesa, quasi nessuno li guarda ma è qui che può nascere il vero movimento

C’è un terzo livello, ed è quello più interessante: i metalli industriali e strategici. È qui che si stanno concentrando i grandi fondi e i produttori, che guardano sempre più alla disponibilità di queste materie prime.

I primi segnali si vedono già. L’alluminio si sta muovendo più degli altri, sostenuto dal fatto che circa il 9% dell’offerta globale arriva dal Medio Oriente. In Asia, il premio sull’alluminio ha già raggiunto i livelli più alti dal 2015, segnalando una forte tensione sulla domanda. Quando quella produzione si riduce, il mercato reagisce subito. I prezzi hanno già toccato area 3.300-3.400 dollari a tonnellata, con alcune stime che indicano possibili salite fino a 4.000 dollari in caso di ulteriori interruzioni.

Su altri metalli il movimento è meno evidente. Rame e nichel restano più indietro, frenati dal contesto macro.

Ed è qui che si crea il disallineamento. Perché la domanda sta cambiando. Non è più solo legata alla crescita economica, ma a esigenze strategiche.

La guerra moderna richiede infatti materie prime specifiche. Droni, sistemi missilistici, infrastrutture militari. Tutto questo aumenta la pressione su metalli difficili da sostituire, spesso concentrati in poche aree del mondo. È qui che il mercato è ancora indietro.

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