L’introduzione delle tariffe da parte del presidente statunitense Donald Trump ha scosso i mercati finanziari globali, con effetti particolarmente evidenti sul complesso dei metalli di base quotati al London Metal Exchange (LME).
A partire dall’imposizione di dazi del 25% sulle importazioni di alluminio negli Stati Uniti e dalla minaccia di misure simili sul rame, si è assistito a una dislocazione senza precedenti delle catene di approvvigionamento globali e a una crescente volatilità nei prezzi.
Tra i metalli di base, lo stagno si distingue come l’unico a sfuggire allo “tsunami tariffario”. Nel primo trimestre del 2025, il prezzo dello stagno a tre mesi sull’LME è cresciuto del 25%, superando persino l’andamento dell’oro. Questa performance è stata trainata da una serie di shock nell’offerta: la chiusura della miniera di Bisie in Congo da parte di Alphamin Resources, dovuta all’escalation del conflitto nell’est del paese, e il devastante terremoto in Myanmar, che ha messo in dubbio la ripresa della gigantesca miniera di Man Maw, ferma da 18 mesi. Questi eventi hanno spinto gli investitori a puntare sullo stagno, con posizioni lunghe da parte dei fondi che hanno raggiunto livelli record.
Tuttavia, il mercato non è privo di contraddizioni. Mentre le scorte LME diminuiscono e gli spread temporali si restringono, segnalando una maggiore volatilità, in Cina si osserva un quadro opposto: le scorte dello Shanghai Futures Exchange sono aumentate del 47% dall’inizio dell’anno, raggiungendo 9.872 tonnellate, il livello più alto da settembre 2024. Questo surplus cinese suggerisce che, nonostante i rialzi, lo stagno potrebbe non essere immune a correzioni future.
Il rame è stato al centro delle tensioni tariffarie sin da febbraio 2025, quando Trump ha ordinato un’indagine sulla sicurezza nazionale relativa alle importazioni di questo metallo. La minaccia di dazi ha creato un divario record tra il prezzo del rame “customs-cleared” sul CME statunitense e il prezzo globale dell’LME, spingendo un massiccio movimento di metallo fisico verso gli Stati Uniti. Tuttavia, l’incertezza sulla tempistica e sull’entità dei dazi ha reso il mercato estremamente volatile. Di recente, il prezzo del rame sull’LME è sceso sotto i 9.000 dollari per tonnellata, riflettendo i timori per l’impatto delle tariffe reciproche sull’attività manifatturiera globale.
L’imposizione di tariffe del 25% sull’alluminio importato negli Stati Uniti (in aumento dal precedente 10%) ha avuto un impatto immediato sui premi regionali. Il premio Midwest sull’alluminoonegli USA è salito a oltre 900 dollari per tonnellata rispetto al prezzo base dell’LME, mentre in Europa i premi sono crollati, suggerendo una deviazione del metallo fisico dal mercato statunitense. Sebbene all’inizio dell’anno gli analisti fossero ottimisti sull’alluminio, i segnali contrastanti e la reazione alle tariffe reciproche hanno portato a una vendita generalizzata, in linea con il trend del rame.
Il nichel ha vissuto un primo trimestre 2025 stabile ma poco entusiasmante, con prezzi intrappolati tra 15.000 e 17.000 dollari per tonnellata. La causa principale è l’eccesso di offerta generato dalla sovrapproduzione in Indonesia, che ha inondato il mercato di metallo raffinato. Le scorte LME sono cresciute, con oltre il 50% del nichel nei magazzini proveniente da materie prime indonesiane lavorate in Cina, rispetto all’11% di inizio 2024. Nonostante i margini di profitto ridotti per gli operatori indonesiani, non si intravede una riduzione della produzione, lasciando il nichel in una condizione di sovrabbondanza.
Il piombo ha mostrato una sorprendente resilienza nonostante un eccesso di scorte. A marzo 2025, la cancellazione di 120.000 tonnellate di scorte LME non ha influenzato né i prezzi né gli spread temporali, suggerendo che il mercato fisico non percepisce una carenza. Le scorte totali sono salite a 331.000 tonnellate, rispetto alle 21.500 di inizio 2023, un livello che riflette un’abbondanza strutturale e un’attività di arbitraggio nei magazzini LME.
Lo zinco è stato il fanalino di coda tra i metalli LME nel 2025, nonostante una riduzione costante delle scorte. La produzione mineraria, calata del 2,8% nel 2024, ha stretto la catena di approvvigionamento delle materie prime, portando le tariffe di trattamento delle fonderie in territorio negativo nella seconda metà dell’anno scorso. Tuttavia, il 2025 segna un’inversione di tendenza: nuove miniere e riavvii stanno aumentando l’offerta, con le tariffe di trattamento spot risalite a 35 dollari per tonnellata. Con una domanda stagnante, soprattutto nel settore edilizio, si prevede un eccesso di zinco raffinato nei prossimi mesi.
L’indice dei metalli di base dell’LME (.LMEX) ha perso il 6% in una sola settimana, segno della crescente paura di una guerra commerciale globale. Le tariffe di Trump hanno amplificato le turbolenze micro e macro, dislocando i mercati e generando opportunità speculative, come nel caso dello stagno, ma anche rischi significativi, come per rame e alluminio. Mentre lo stagno beneficia di shock nell’offerta, metalli come nichel, piombo e zinco devono fare i conti con un eccesso strutturale. In questo contesto, gli investitori e gli analisti dovranno monitorare attentamente l’evoluzione delle politiche commerciali e le risposte dei mercati globali, in un 2025 che si preannuncia cruciale per il futuro dei metalli di base.