Petrolio, cambia la mappa della produzione mondiale. Ora le big puntano su Grecia, Africa e Sud America

Flavia Provenzani

22 Aprile 2026 - 14:22

Le big dell’oil investono 120 miliardi in Africa, Sud America e Grecia per slegarsi dal Medio Oriente ed evitare i rischi dello Stretto di Hormuz.

Petrolio, cambia la mappa della produzione mondiale. Ora le big puntano su Grecia, Africa e Sud America

Le maggiori compagnie petrolifere mondiali stanno accelerando gli investimenti in nuovi giacimenti in Africa, America Latina e Mediterraneo orientale nel tentativo di ridurre la dipendenza dal Medio Oriente e il rischio di una possibile interruzione delle forniture attraverso lo Stretto di Hormuz.

Secondo un’analisi del Wall Street Journal, Exxon Mobil, Chevron, BP, Shell e TotalEnergies stanno già dirottando decine di miliardi di dollari verso progetti in Nigeria, Namibia, Brasile, Venezuela, Egitto e al largo delle coste greche.

Il motivo? Il forte aumento delle tensioni intorno all’Iran e la paura che una possibile chiusura o restrizione del traffico attraverso lo Stretto di Hormuz possa colpire circa un quinto delle forniture mondiali di petrolio e gas naturale liquefatto.

Al centro della nuova ondata di investimenti c’è Exxon Mobil. La società si sta preparando a investire fino a 24 miliardi di dollari in giacimenti in acque profonde in Nigeria, una delle maggiori espansioni del gruppo americano al di fuori degli Stati Uniti negli ultimi anni. Parallelamente, la società sta lavorando a nuove trivellazioni al largo della Grecia, nonché ad accordi preliminari in Iraq, Turchia e Gabon.

Anche Chevron sta espandendo la sua presenza anche al di fuori delle sue tradizionali aree del Golfo. La big dell’oil ha aumentato il suo coinvolgimento in progetti congiunti in Venezuela e si sta preparando per nuove trivellazioni in Egitto e nel Mediterraneo orientale. BP punta invece alla Namibia, una delle nuove province petrolifere a più rapida crescita al mondo.

Secondo le stime della società di consulenza Wood Mackenzie, i nuovi progetti attualmente in fase di sviluppo al di fuori del Medio Oriente potrebbero generare un valore di oltre 120 miliardi di dollari nei prossimi anni.

Siamo davanti a una netta inversione di tendenza rispetto al decennio scorso, quando le principali compagnie si concentravano su giacimenti più economici e più vicini alle infrastrutture del Golfo. Ora il rischio di un’escalation militare e di possibili interruzioni delle forniture ha iniziato a prevalere sui costi più alti legati alle operazioni in regioni più lontane.

Secondo il WSJ, l’amministrazione statunitense sta già esercitando pressioni sul settore per aumentare la produzione interna. La scorsa settimana, il Segretario all’Energia Chris Wright e il Segretario degli Interni Doug Burgum hanno incontrato i vertici delle principali compagnie petrolifere per esortarli ad accelerare gli investimenti e a mantenere elevati i livelli di produzione. Anche in territorio statunitense temono che una crisi prolungata con l’Iran possa portare a una nuova impennata dei prezzi. Negli ultimi giorni, il petrolio Brent si è nuovamente avvicinato ai 95 dollari al barile dopo che Teheran ha emesso nuovi avvertimenti relativi al transito attraverso lo Stretto di Hormuz.

Per le aziende questo significa maggiori ricavi, ma anche una maggiore vulnerabilità. Secondo le stime citate dal WSJ, dei danni o delle interruzioni delle esportazioni dal Qatar potrebbero costare a Exxon fino a 5 miliardi di dollari all’anno.

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