Il 2025 è stato uno di quegli anni che cambiano la narrativa di Piazza Affari. L’indice italiano ha chiuso con un ritorno totale vicino al 33%, dividendi inclusi, facendo meglio di gran parte dei listini europei e riportando l’attenzione degli investitori su un settore che per anni era rimasto ai margini del racconto. Le banche. Non come scommessa ciclica, ma come vero pilastro del mercato. E dentro questo movimento c’è stato un titolo che ha fatto molto più degli altri, correndo a doppia cifra e diventando uno dei principali motori del rialzo dell’intero listino.
Non è stata una fiammata. Il 2025 ha confermato che il sistema bancario italiano è entrato in una fase diversa rispetto al passato, fatta di utili elevati, capitale abbondante e una capacità di generare valore che ha retto anche mentre i tassi iniziavano a scendere. La stagione straordinaria dei rialzi della Bce si è trasformata in una normalizzazione più silenziosa ma più strutturata, in cui commissioni, risparmio gestito e servizi hanno smesso di essere una voce accessoria e sono tornati al centro del modello di business.
Oggi le banche pesano oltre il 35% del Ftse MIB, con Unicredit e Intesa Sanpaolo che da sole sfiorano il 28% del paniere. Dopo anni in cui le quotazioni sono salite più in fretta dei fondamentali, il mercato sembra aver trovato un punto di equilibrio più credibile. Ed è proprio da qui che nasce la domanda che oggi divide gli investitori. Se, dopo un rally del 55% in un solo anno, esista ancora spazio per salire nel 2026. Una risposta che non passa dalle promesse, ma dai numeri. E che vale la pena guardare da vicino.
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Intesa Sanpaolo può salire ancora del 20% nel 2026
Dopo essere stata una delle grandi protagoniste del 2025, Intesa Sanpaolo è entrata in una fase diversa, più silenziosa e forse per questo più interessante. Il mercato non guarda più solo alla corsa appena fatta, ma prova a capire se c’è ancora spazio di crescita. Il consenso degli analisti, oggi, è molto meno euforico rispetto a dodici mesi fa. Il grosso della rivalutazione legata ai tassi elevati sembra già alle spalle, ma questo non significa che il percorso sia arrivato al capolinea.
La variabile decisiva restano gli utili. I numeri messi a segno dalla banca negli ultimi esercizi hanno cambiato la percezione del titolo, riportandolo su livelli di redditività che in Italia sembravano difficili da sostenere nel tempo. Utili oltre i 9 miliardi, ritorni sul capitale tangibile al 20% circa e un’efficienza operativa che parla di una struttura ormai molto disciplinata. In una fase di graduale normalizzazione monetaria, la questione non è se questi risultati possano migliorare ancora, ma se possano reggere. Ed è una differenza tutt’altro che marginale.
Proprio qui si apre uno scenario meno scontato di quanto suggerisca il consenso di breve periodo. Se il mercato smette di concentrarsi solo sull’effetto tassi e torna a valutare la qualità strutturale degli utili, la valorizzazione può spostarsi un gradino più in alto. Non si tratta di inseguire stime estreme o di dare per scontati prezzi fuori scala, ma di immaginare un percorso graduale. La capacità di mantenere un ROTE vicino al 20% e una gestione rigorosa di costi e capitale sono gli elementi che possono sostenere i multipli anche nel 2026. In questo quadro, un ulteriore margine di crescita del 15-20% non appare come una scommessa azzardata, ma come il riflesso di un mercato che inizia a essere meno diffidente. Questa è la visione di Morgan Stanley che ha alzato il target price del titolo a 7,2 euro.
Grafico azioni Intesa Sanpaolo
Fonte Tradingview
Tra dividendi, buyback e tassi in calo: perché il rendimento conta più del prezzo
C’è però un altro elemento che spesso passa in secondo piano quando si parla di upside potenziale. Ed è il rendimento complessivo. In una fase in cui i BTP tornano a competere sul terreno del flusso cedolare e la Bce avvia un ciclo di tagli prudente, la differenza la fa la capacità di distribuire capitale senza mettere sotto stress i ratio patrimoniali. Intesa, da questo punto di vista, gioca una partita tutta sua. Un CET1 robusto, nonostante miliardi già accantonati per dividendi, e una qualità dell’attivo che resta tra le migliori del settore italiano.
Per chi investe nel lungo periodo, questo significa una cosa molto importante. Anche se il prezzo dovesse muoversi lentamente, il total return può continuare a essere sostenuto da dividendi generosi e programmi di riacquisto azioni. Se il contesto macro non peggiora drasticamente e il costo del rischio resta sotto controllo, il premio offerto rispetto al risk free domestico resta interessante.
Il vero insight, forse, è proprio questo. Non si tratta di scommettere su un altro rally esplosivo, ma di valutare se il mix tra rendimento e potenziale rivalutazione è ancora competitivo rispetto alle alternative.
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