Prezzo petrolio, nuove previsioni 2025 e view degli analisti con la guerra Israele-Iran

Laura Naka Antonelli

13/06/2025

Quali previsioni per il prezzo del petrolio? Fino a che punto l’attacco di Israele contro l’Iran rischia di scatenare la corsa delle quotazioni? La view degli analisti.

Prezzo petrolio, nuove previsioni 2025 e view degli analisti con la guerra Israele-Iran

La notizia sta scuotendo i nervi dei mercati finanziari globali e, sicuramente, delle banche centrali di tutto il mondo, BCE e Fed in primis, che si sono mostrate relativamente meno preoccupate per l’inflazione, a causa soprattutto del dietrofront dei prezzi energetici.

Nell’arco di poche ore, i prezzi del petrolio sono schizzati fino a +13%, sulla scia dell’attacco senza precedenti che Israele ha lanciato contro l’Iran. Il balzo è stato storico, dal momento che l’ultima volta che le quotazioni del crude oil si sono infiammate a questi ritmi risale a cinque anni fa, ovvero al 2020 .

La comunità affollata degli analisti, che avevano già stilato da un po’ le loro previsioni sul trend dei prezzi dell’oro nero per il 2025, è stata costretta così a rimettersi al lavoro, rilasciando commenti e ipotesi varie.

Guerra Israele-Iran, Trump riuscirà a scongiurare il peggio? L’appello

È d’obbligo, per forza di cose, rimanere nel regno delle possibilità, dal momento che capire come si evolveranno i rapporti tra Israele e l’Iran dopo la carica di attacchi lanciata da Tel Aviv è una impresa che va al di là delle capacità di qualsiasi esperto di mercati.

I fatti parlano tuttavia da soli: Teheran ha già risposto mentre, dal canto suo Donald Trump, che nei mesi della campagna elettorale, prima che la vittoria alle Elezioni USA] del 5 novembre 2024 lo incoronasse 47esimo Presidente degli Stati Uniti, si era presentato come paladino e convinto promotore della pace nel mondo, si è limitato a postare qualche commento sul social Truth Social, incitando Teheran a firmare un accordo “prima che non rimanga più niente.

L’appello è giunto dopo che il segretario di Stato USA Mark Rubio, in una nota, ha affermato che gli Stati Uniti “ non sono coinvolti negli attacchi ” e che “la nostra priorità è proteggere le forze americane nella regione ”.

Di conseguenza, in un momento in cui il ruolo di paciere che Trump ha tanto sponsorizzato da quando è salito alla Casa Bianca si frantuma contro l’esplosione della rabbia di Teheran, che promette vendetta, sui mercati la paura è che l’ennesima escalation delle tensioni geopolitiche non sia una di quelle parentesi più o meno lunghe che, dopo essere state aperte in passato, si sono comunque quasi sempre chiuse.

Il timore è di un punto di non ritorno che possa portare a uno scontro totale tra i due Paesi.

Gli analisti tornano a fare i loro conti, previsioni prezzi petrolio destinate a diventare bullish?

Gli analisti si sono così attivati subito, e tra di loro c’è chi ha presentato anche il worst case scenario, che prevede impennate varie per i prezzi del petrolio.

L’interrogativo è dunque il seguente: fino a che punto le previsioni per il 2025, che finora erano state in alcuni casi decisamente bearish, rischiano ora di diventare bullish?

Finora, l’outlook per i prezzi del petrolio è stato di fatto piuttosto deprimente, a causa di un mix di fattori: un’offerta destinata a rimanere superiore alla domanda, con il gap destinato anzi ad allargarsi a causa della crisi economica mondiale che si teme con l’impatto dei dazi di Trump (che ancora non si conosce, visto che i dazi sono stati messi per ora in pausa).

Altra motivazione che ha supportato le view negative è il cavallo di battaglia presentato sempre da Trump, e riassunto nella ben famosa frase: “ We will drill, baby, drill ”, ovvero “Trivelleremo, baby, trivelleremo”.

Obiettivo: aumentare la produzione energetica degli Stati Uniti per evitare che il Paese dipenda dalla produzione di petrolio estera, dunque dai Paesi che compongono l’OPEC+.

Trivellare insomma il più possibile, al fine di aumentare l’offerta di oil e di gas e portare così “i prezzi a scendere su larga scala, a livelli che nessuno ha mai visto prima”.

Ma è davvero possibile? Sulla carta, i presupposti ci sarebbero: il boom di gas di scisto prodotto negli Stati Uniti in questi ultimi 15 anni ha trasformato la nazione nel più grande produttore di petrolio e di gas del mondo e in un grande Paese esportatore, blindando l’economia dall’influenza dell’OPEC e della Russia.

Tra i fattori tenuti in considerazione dagli esperti nello stilare le previsioni per il trend dei prezzi del petrolio per il 2025, ovviamente i rischi geopolitici sono stati presi sempre in considerazione.

E tuttavia, non in modo significativo, almeno fino a oggi, in quanto finora molti esperti hanno ricordato come le impennate dei prezzi del petrolio collegate alle tensioni di turno si siano alla fine sempre sfiammate, in alcuni casi anche nel giro di poche ore.

I worst case scenario per i prezzi del petrolio di JPMorgan e ING

Nelle ultime ore, tuttavia, alcuni analisti non hanno perso tempo: come quelli di JPMorgan, che hanno presentato il loro scenario peggiore, il cosiddetto worst case scenario, avvertendo che i prezzi del petrolio potrebbero volare anche alla soglia di 130 dollari al barile, nel caso in cui il conflitto tra Israele e l’Iran dovesse intensificarsi in modo drammatico.

Preoccupato di quanto possa accadere ai prezzi del petrolio è anche Warren Patterson, responsabile della divisione di strategia delle commodities ING Groep che, in una nota, ha scritto che, nel caso in cui gli asset petroliferi dell’Iran “upstream e midstream venissero colpiti, una quantità fino a 1,7 milioni di barili al giorno di esportazioni potrebbe essere a rischio”.

Si tratterebbe, ha precisato Patterson, di una quantità “ sufficiente per portare il mercato del petrolio a essere caratterizzato da una situazione di surplus a una di deficit, nel corso del secondo semestre di questo anno”.

In questo caso, “lo scenario potrebbe vedere il Brent schizzare fino a $80 al barile”, anche se la precisazione di Patterson è che, nello scenario di base, “ i prezzi potrebbero attestarsi attorno a quota $75 ”.

Ma anche qui c’è il worst case scenario, che è piuttosto devastante: se la continua escalation del conflitto fermasse le consegne di petrolio nello Stretto di Hormuz, quasi 14 milioni di barili al giorno di offerta di petrolio, secondo l’esperto di ING, potrebbero essere a rischio, “ abbastanza per spingere i prezzi fino a $120 al barile ”.

E non è neanche questo il worst case scenario in assoluto, in quanto “se le interruzioni delle consegne persistessero fino alla fine dell’anno, potremmo vedere il Brent salire ai nuovi record della storia, superando il record di chiusura di $150, testato nel 2008 ”.

La previsione sui prezzi del petrolio meno allarmante

La view di Saxo Bank, pur indicando un worst case scenario, non è così allarmante. “Il petrolio potrebbe balzare fino a $80, nel caso in cui le tensioni del Medio Oriente fossero interessate da una escalation e i rischi sull’offerta si materializzassero”, ha commentato Charu Chanana, responsabile divisione degli investimenti di Saxo Markets a Singapore.

Allo stesso tempo, ha avvertito Chanana, non si possono fare i conti senza uno degli osti più importanti, ovvero l’OPEC+, l’associazione che comprende i Paesi OPEC come l’Arabia Saudita e Paesi non OPEC come la Russia. E associazione che si sta mettendo in evidenza ritirando i tagli all’offerta che aveva avviato in precedenza, dunque riversando sul mercato del petrolio nuove quantità di barili (fattore che dovrebbe di per sé frenare il rialzo dei prezzi, facendo salire l’offerta).

Vale la pena però di ricordare che l’Iran è il terzo principale produttore di petrolio tra i Paesi OPEC, dietro solo all’Arabia Saudita e all’Iraq, con una produzione che eccede 3 milioni di barili al giorno.

Nessuno se la sente insomma di negare il grande rischio al rialzo che i prezzi del petrolio crude corrono.

Ad affrontare la questione anche Rebecca Babin, US senior energy trader di CIBC Private Wealth che, interpellata da Yahoo Finance nella serata di ieri, ha sottolineato che “il rischio più immediato riguarda le esportazioni iraniane”. E le cose potrebbero andare anche peggio, in quanto “esiste anche la possibilità di perdite dirette di offerta (di petrolio), nel caso in cui Israele colpisse le infrastrutture petrolifere dell’Iran”.