Pronti per un’estate ricca di ribassi sui mercati finanziari?

Tommaso Scarpellini

30 Aprile 2025 - 11:28

Un estate ricca di ... Incertezza politica, volatilità elevata e segnali tecnici fragili sulle azioni globali. Per quale ragione sono elementi da non sottovalutare?

Pronti per un’estate ricca di ribassi sui mercati finanziari?

Avete presente il detto: Sell in May and go away?

Ci perseguita puntuale ogni inizio primavera, quando la natura si risveglia e i mercati sembrano, paradossalmente, iniziare a rallentare. Ogni anno ci poniamo la stessa domanda: ha davvero senso vendere in questo periodo e rientrare solo a settembre? Se il nostro istinto non può offrirci risposte certe, forse possono farlo i numeri.

Ha davvero valenza statistica?

Storicamente, il concetto di Sell in May trae origine da una tendenza osservata sui principali indici azionari. Analisi storiche dal 1950 a oggi mostrano che il rendimento medio dell’S&P 500 tra novembre e aprile si aggira intorno al 6-7%, mentre tra maggio e ottobre scende al 1-2%. Una differenza esistente, ma non sempre affidabile: la sua forza predittiva dipende fortemente dal contesto macroeconomico.

Forse non tutti lo sanno, ma se si analizzano gli ultimi cinque anni, il detto «sell in May» avrebbe avuto poco senso. Dal 2019 al 2024, l’S&P 500 ha spesso ottenuto rendimenti positivi anche durante l’estate, trainato da politiche monetarie accomodanti e dalla spinta tech. Anche ampliando a dieci o quindici anni, la dinamica resta simile: salvo eccezioni, la stagionalità si è indebolita.

Quando è più evidente?

Le cose cambiano radicalmente quando si isola l’analisi ai soli bear market. Nei crolli come quello delle dot-com o della crisi finanziaria globale, il rendimento medio tra maggio e ottobre vira decisamente in negativo, con perdite che in alcuni casi hanno superato il -6%.
Questo avviene perché nei bear market la liquidità si contrae, il sentiment peggiora e l’assenza estiva degli operatori amplifica le oscillazioni negative.

Un elemento fondamentale è il comportamento del VIX. Quando l’indice di volatilità è stabilmente sopra la media, storicamente intorno a quota 20, il «Sell in May» acquista una validità concreta. Durante i bear market più severi, come nel 2001 e nel 2008, il VIX sopra 30 è stato un chiaro campanello d’allarme, coincidente con performance estive potenzialmente negative.

Ma il dato più interessante riguarda la combinazione tra incertezza e bassa liquidità. Nei bull market, l’estate non danneggia i prezzi perché domanda e offerta si contraggono in modo equilibrato. Nei bear market o in condizioni di incertezza crescente, invece, anche una leggera prevalenza di vendite può portare a cadute improvvise.
Questo meccanismo spiega perché, durante i periodi ribassisti, i mesi estivi diventano statisticamente sfavorevoli.

Dati raccolti da LSEG confermano questa tendenza:
nei bear market, giugno è positivo solo nel 10% dei casi, settembre nel 20%, agosto nel 30%.
Il rendimento medio da maggio a ottobre in questi contesti si attesta attorno a un -2%. Un dato che rafforza la prudenza.

Cosa aspettarsi nel 2025

Guardando al presente, l’estate 2025 si presenta con elementi che meritano attenzione.
L’indice di incertezza politica è tornato ai livelli massimi registrati durante il COVID-19, segnalando un aumento delle tensioni sistemiche. Questo fattore, già di per sé destabilizzante, ha avuto un ruolo chiave nel sell-off di aprile sull’S&P 500.

Dal punto di vista tecnico, l’indice principale continua a scambiare sotto la media mobile a 200 periodi. Nonostante i tentativi di rimbalzo, il quadro resta fragile: l’RSI a 14 giorni fatica a superare quota 50 e il numero di titoli sopra la propria media a 50 giorni resta inferiore al 40%. Sono segnali che, in un contesto normale, richiederebbero cautela; in un’estate a bassa liquidità, diventano ancora più critici.

Anche l’ATR dell’S&P 500, misura della volatilità intraday, è aumentato senza essere seguito da un incremento proporzionale dei volumi. Un’accoppiata che rivela fragilità strutturale.

Quale indizio dall’obbligazionario?

Un ulteriore segnale viene dal MOVE Index. La volatilità sui Treasury, pur scesa dai massimi di aprile, resta elevata. Storicamente, tensioni obbligazionarie anticipano o accompagnano fasi di debolezza sulle azioni.

Anche il rendimento intrinseco del mercato azionario, l’earning yield, è inferiore al rendimento dei Treasury USA a tutte le scandeze, evidenziando un premio al rischio negativo. Un elemento che potrebbe disincentivare questa volta il «buy the dip», e stipolare una carenza di domanda nei mesi estivi.

Il quadro, quindi, combina incertezza politica, pressione tecnica ribassista e volatilità latente: tutti fattori che storicamente aumentano il rischio di correzioni estive.

Quindi?

In definitiva, il detto Sell in May and go away non va preso come una regola assoluta, ma neanche liquidato come una leggenda priva di fondamento.
Nei bull market, il fenomeno stagionale è spesso trascurabile. Nei bear market, invece, e in contesti di alta incertezza come quello attuale, il detto acquista una valenza strategica, seppur non una certezza statistica.

Vero è che il 2025 presenta una combinazione di fattori, politica incerta, trend tecnico debole, volatilità persistente, che rendono l’applicabilità di questo principio più concreta che in altri anni recenti. E questa per quanto spiacevole, è un evidenza da non trascurare nelle proprie analisi.

Ma non manca chi invece mantiene una visione contrarian anche in questa situazione: secondo molti, l’incertezza ed il bear market sono stati artificialmente indotti da comunicazioni politiche fallaci, come i dazi di Trump, che ha squilibrato gli equilibri di mercato. Quindi, in realtà, non dovrebbe esserci ne incertezza, e ne bear market, ed in questo caso, fra un anno, potremo guardare all’estate 2025 come una di quelle eccezioni statistiche rare, ma pur sempre esistenti.

Come sempre sui mercati, non è questione di certezze, ma di probabilità. E in questo caso, la probabilità sembra suggerire cautela.