Pignoramento stipendio: entro quale limite è possibile e come funziona

Lo stipendio può essere oggetto di pignoramento, ma al debitore va lasciato comunque il minimo vitale per sopravvivere; ecco come si calcola il limite a seconda dei casi.

Pignoramento stipendio: entro quale limite è possibile e come funziona

Neppure lo stipendio del debitore è al riparo dal pignoramento: entro un certo limite, infatti, anche una parte di retribuzione può essere trattenuta per la soddisfazione dei creditori.

Non tutto lo stipendio può essere oggetto di pignoramento, visto che al debitore va comunque garantito un minimo vitale per sopravvivere. Il limite entro il quale può operare il pignoramento varia a seconda di diversi fattori: ad esempio, questo limite cambia ogni anno - visto che si prende come riferimento l’importo dell’assegno sociale - quando il pignoramento viene effettuato sullo stipendio già accreditato in banca.

Il limite, invece, è sempre lo stesso quando il pignoramento viene eseguito presso l’azienda (sia quando l’esecutore è un privato che nel caso dell’Agente di Riscossione), ossia quando l’importo interessato viene trattenuto direttamente dalla busta paga.

Ci sono diverse condizioni quindi che influiscono sul limite per il pignoramento dello stipendio; ne parleremo in maniera approfondita in questa guida dedicata dove faremo chiarezza su una delle forme più diffuse di pignoramento presso terzi analizzando tutto quello che c’è da sapere.

Pignoramento stipendio: il limite del minimo vitale

Il Codice di procedura civile consente ai creditori - con l’articolo 543 - di soddisfare i propri crediti aggredendo i beni in mano al debitore in vari modi e uno di questi è il pignoramento presso terzi.

Si tratta della presa forzata dei beni del debitore in possesso di terzi; ad esempio, si ha pignoramento presso terzi quando il creditore si appropria dello stipendio o della pensione del debitore.

Tuttavia è bene specificare che non tutto lo stipendio può essere pignorato: esiste infatti un minimo vitale che deve essere garantito alla persona e sulla quale il creditore non può mettere mano.

Ma questo non è l’unico limite che riguarda il pignoramento dello stipendio, poiché le norma variano a seconda delle modalità utilizzate.

Ad esempio, le regole cambiano a seconda che l’atto di pignoramento sia stato notificato al datore di lavoro o direttamente alla banca alla quale viene versata la retribuzione.

Come accennato, il limite più importante al pignoramento dello stipendio è quello del minimo vitale impignorabile. Al dipendente bisogna quindi lasciare una parte dello stipendio - che non può essere toccata per alcun motivo - per permettergli di soddisfare i bisogni vitali.

Nel dettaglio, il massimo di stipendio pignorabile ammonta ad 1/5 della retribuzione mensile. Il calcolo va effettuato sul netto, e non sul lordo.

Se ad agire è l’Agenzia Entrate Riscossione, il pignoramento - che non può mai superare il limite di 1/5 - può avvenire nel limite di:

  • 1/10 dello stipendio se l’importo non supera i 2.500€;
  • 1/7 dello stipendio se l’importo non supera i 5.000€;
  • 1/5 dello stipendio se l’importo è superiore ai 5.000€.

Prendiamo come esempio uno stipendio di 2.000 euro; in tal caso l’importo pignorabile può essere di massimo 400 euro, 200 euro qualora ad agire non sia un privato bensì l’Agenzia delle Entrate Riscossione.

Non ci sono quindi stipendi non pignorabili, perché anche chi prende una piccola retribuzione - ad esempio di 300 euro al mese - dovrà darne una parte al creditore (60€).

Una volta calcolato il minimo vitale, tutto il resto dello stipendio può essere assegnato forzatamente al creditore. Ci sono due diverse procedure - con i relativi limiti - al pignoramento dello stipendio: la prima è quella per cui la notifica dell’atto è stata presentata al datore di lavoro, la seconda invece riguarda la banca presso la quale il debitore ha attivato il conto corrente sul quale viene versata la retribuzione mensile.

Per il debitore conoscere quale tra queste due modalità di pignoramento è stata adottata è molto semplice: nella notifica dell’atto, infatti, è indicato il nome del terzo pignorato, quindi o il datore di lavoro o la banca.

Vediamo nel dettaglio come funziona ognuna di queste procedure.

Pignoramento dello stipendio: notifica al datore di lavoro

La notifica del pignoramento dello stipendio può essere inviata direttamente al datore di lavoro del debitore. Una volta ricevuta la comunicazione, questo invia al creditore un rendiconto della situazione del debitore, indicando se è in credito oppure no.

Dopo la comunicazione c’è la comparsa davanti al giudice del Tribunale Civile, dove sia il terzo pignorato che il debitore devono presentarsi all’udienza.

Qui il giudice verificherà che il datore di lavoro abbia presentato dichiarazione positiva sull’esistenza di crediti del dipendente, dopodiché autorizza il pignoramento.

A questo punto per il debitore non c’è più una via di fuga: fino a quando non sarà saldato il debito, dal suo stipendio sarà trattenuto 1/5 dell’importo.

È bene precisare che nel calcolo dell’importo pignorabile non rientrano eventuali cessioni del quinto. Ad esempio, se su uno stipendio di 2.000 euro il dipendente ha effettuato la cessione del quinto in favore di banche o finanziarie, l’importo pignorabile sarà sempre di 400€ (1/5 di 2.000€).

Il pignoramento dello stipendio viene meno con la cessazione del rapporto lavorativo, quindi se il dipendente viene assunto da un’altra azienda la notifica va presentata nuovamente. Anche il TFR del dipendente può essere oggetto di pignoramento, ma sempre nel limite di 1/5 dell’importo netto totale.

Pignoramento dello stipendio superiore ad 1/5, ecco quando è possibile

Ci sono dei casi in cui la parte di stipendio pignorata può essere superiore al limite di 1/5. Questo accade quando ci sono più creditori contemporaneamente, ma solo se ci sono crediti di natura differente.

Facciamo chiarezza: la normativa stabilisce che quando vengono notificati più pignoramenti nello stesso momento, si procede con il saldo del credito in maniera progressiva, ovvero il secondo creditore riceve quanto gli spetta solo dopo che sono stati saldati tutti i crediti del primo.

Il giudice quindi autorizzerà il pignoramento dello stipendio “in accodo”, ovvero uno dopo l’altro.

Tuttavia, è possibile che i crediti non siano della stessa natura. Ad esempio, se una persona è debitrice nei confronti di un libero professionista (crediti privati) ma allo stesso tempo anche dello Stato, il pignoramento complessivo può superare il limite di 1/5 ma lo stipendio garantito deve essere di almeno la metà.

Pignoramento dello stipendio versato in banca

La procedura del pignoramento dello stipendio notificato alla banca è la stessa di quella per il datore di lavoro, ma ci sono delle differenze sui limiti.

È stato stabilito, infatti, che non sono pignorabili le somme depositate sul conto pari a tre volte l’assegno sociale.

Quindi, se consideriamo che questo nel 2019 ammonta a 457,99€ euro, il pignoramento può riguardare solamente gli importi eccedenti i 1.373,97 euro.

Ad esempio, se sul conto corrente sono detenuti 4.000 euro legati alla retribuzione da dipendente, se ne possono pignorare 2.655.79. Al lavoratore, quindi, per mettersi al riparo dal pignoramento basterà non lasciare sul conto corrente un importo superiore ai 1.373,97 euro..

Questo vale solamente per il primo pignoramento mensile; dai successivi accrediti di stipendio, infatti, per il pignoramento torna a valere la regola di 1/5 dell’importo totale e netto.

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