Perdite elevate e pantano militare, le difficoltà dell’Idf a Gaza

Andrea Muratore

06/02/2024

Israele impantanato a Gaza. Non si hanno dati certi sulle vittime e dei feriti. Che scenari si aprono per la guerra?

Perdite elevate e pantano militare, le difficoltà dell’Idf a Gaza

La guerra di Gaza tocca il quarto mese di durata e tra Israele e Hamas i combattimenti proseguono senza che, come era prevedibile, una vera soluzione militare emerga all’orizzonte. Le Israel Defense Force martellano la Striscia di Gaza con sempre maggior durezza e, secondo i dati delle Nazioni Unite, al 30 gennaio i morti palestinesi erano già 26.637. In larga misura donne e bambini colpiti dai bombardamenti di Israele.

Nonostante l’avanzata struttura sociale e la percepita trasparenza, Israele fatica a comunicare dati altrettanto precisi. Formalmente i morti israeliani accertati dal 7 ottobre a oggi sono 1.410. La stragrande maggioranza nel giorno dei brutali attacchi dei militanti che hanno compiuto massacri nel Sud di Israele dopo l’infiltrazione del 7 ottobre. Quel giorno morirono 1.139 abitanti di Israele tra cittadini e stranieri, 764 dei quali civili. Minore trasparenza emerge sui morti in guerra nel conflitto sul terreno avviato dall’invasione della Striscia.

Quanti sono i morti di Israele?

I dati ufficiali parlano di una conta dei morti inferiore a quella dei caduti palestinesi, ma tutt’altro che indifferente: 219 soldati avrebbero perso la vita, un dato che rappresenterebbe “il bilancio peggiore nella storia recente del Paese”, come ha ricordato Le Monde. Ma la prestigiosa testata francese lancia un caveat ricordando che quella a Gaza “è una guerra condotta lontano dagli occhi: dal 7 ottobre Israele vieta il libero accesso alla stampa nell’enclave” e capire i dati delle perdite israeliane e della stesse tipologia di operazioni in atto è difficile.

Contando i morti del 7 ottobre, Tel Aviv riconosce ufficialmente 562 militari delle Israel Defense Force caduti complessivamente. Il 7 ottobre sono stati uccisi molti ufficiali di medio rango, mentre in seguito scorrendo la lista delle perdite si notano molti gradi dal sergente al capitano. Il canale X DD Geopolitics ha dichiarato che Israele potrebbe sottovalutare o sottostimare volutamente i calcoli. Anche il prestigioso Haaretz ha spinto il governo a pubblicare con maggiore attenzione i rapporti su morti e feriti ricordando che spesso le comunicazioni sottendevano un “divario considerevole e inspiegabile tra i dati riportati dai militari e quelli dagli ospedali”. I dati ospedalieri ottenuti dalla testata mostrano che il numero di soldati feriti era “il doppio del numero dell’esercito”.

Il nodo feriti

Il conservatore Times of Israel ha recentemente fissato a 6mila il numero dei militari feriti dal 7 ottobre a oggi. Un rapporto superiore al 10 a 1 tra feriti e morti è possibile ma rappresenterebbe una forbice superiore a quello canonicamente tipico dei conflitti contemporanei, che oscilla tra i 4 e i 6 feriti per caduto in combattimento. I pochi e scarni dati che filtrano da Gaza possono esser estrapolati al meglio solo quando si parla di soldati ospedalizzati. Ma la scarsa trasparenza di Tel Aviv impone di pensare che la leadership israeliana sta prendendo le misure con un conflitto che non va nella direzione sperata di una schiacciante vittoria militare.

I miliziani di Hamas hanno costretto Israele a schierare una brigata nel zona del campo profughi di Al-Shati a Gaza il 28 gennaio dopo esser tornati a compiere operazioni di logoramento in un’area ove l’Idf pensava di averli cacciati definitivamente.

Nella parte occidentale di Gaza City, occupata dalle truppe dello Stato ebraico nello scorso novembre, le ben organizzate Brigate al-Qassam di Hamas stanno rilanciando la loro continua guerra di logoramento. Le fonti dell’Idf parlano di incursioni condotte da commando costituiti da piccoli numeri di combattenti contro convogli e unità isolata.

Hamas non molla, Israele si interroga

“Dalla metà di gennaio, le fazioni palestinesi hanno rivendicato la responsabilità di attacchi con razzi e mortai nei distretti di Jabaliya e Sheikh Radwan e nel sud della città, nonché di aver lanciato razzi contro Israele dal nord dell’enclave. Questa rinascita dei combattenti islamici contraddice la retorica degli ufficiali israeliani che affermavano, alla fine del 2023, di aver “ripulito” questi quartieri e di aver smantellato tutte le divisioni di Hamas a Gaza”, ha sottolineato un’analisi di Le Monde.

Il nodo sulla chiarezza sulle perdite si sovrappone al dilemma di fondo dell’assenza di una strategia politica per la guerra e il dopoguerra. La coscienza critica del governo Netanyahu è il Ministro della Difesa Yoav Gallant, che è assieme al capo del Mossad David Barnea e al capo dello Shin Bet Ronen Bar tra i fautori della ricerca di un obiettivo credibile per la costruzione di una via di fuga vittoriosa per Israele. La sensazione è che per settori di ultradestra del governo Netanyahu la guerra sia un fine, non un mezzo: il fine necessario a conseguire la completa annessione di Gaza e il rafforzamento del progetto nazionalista. Tutto questo sulla pelle della popolazione palestinese e delle truppe israeliane mandate a morire senza un fine preciso ora che la guerra ha ben superato gli obiettivi di difesa del Paese dal terrorismo. Gallant, Barnea e Bar lo sanno. Netanyahu lo deve capire. Pena una destabilizzazione di Israele e il prosieguo di una guerra che sta impantanando l’intera regione.

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