Vince il No al referendum: un risultato che assume un chiaro significato politico per il governo. Ecco perché il Sì ha perso e cosa racconta davvero il voto degli italiani.
Giorgia Meloni ha perso il referendum sulla giustizia. Non è una forzatura: al di là degli effetti giuridici, il risultato ha assunto un significato politico evidente nel momento esatto in cui la presidente del Consiglio ha deciso di esporsi in prima persona nella campagna per il Sì, legando il voto anche alla propria capacità di orientare l’opinione pubblica.
Ma perché ha vinto il No? Le ragioni sono diverse e non si fermano alla comunicazione della maggioranza o ai singoli episodi che hanno segnato le ultime settimane. C’è prima di tutto una dinamica tipica di ogni consultazione popolare: respingere una proposta è più semplice che sostenerla. Dire “No” richiede meno sforzo, meno fiducia, meno disponibilità ad assumersi il peso di una scelta di cambiamento rispetto al dire “Sì”.
Su questo punto la riflessione filosofica offre anche qualche spunto utile. Arthur Schopenhauer descriveva l’essere umano come naturalmente portato alla negazione e al rifiuto, perché la volontà tende a difendersi da ciò che avverte come rischio o rottura dell’equilibrio. Friedrich Nietzsche, in modo diverso, parlava della forza del “dire no” come gesto istintivo, quasi primordiale, che viene prima dell’adesione consapevole a qualcosa. E anche Jean-Jacques Rousseau osservava come il bambino impari molto presto a opporsi, a dire “no” per affermare sé stesso e delimitare il proprio spazio. È un meccanismo elementare che, in forme più complesse, resta anche nel comportamento politico degli adulti.
Non a caso la storia repubblicana italiana mostra quanto sia radicata una certa diffidenza verso le riforme costituzionali, quasi a prescindere da chi le propone. Su questo ha inciso anche il modo in cui la Costituzione viene raccontata nel dibattito pubblico: spesso viene trattata come un testo simbolico, quasi intoccabile, più che come una carta che può essere cambiata seguendo le procedure previste. E così è diventato più facile spostare il referendum dal merito della riforma a uno scontro tra chi difende l’esistente e chi invece vuole modificarlo.
Dentro questo quadro si inserisce poi un altro elemento: la riforma della giustizia è stata percepita da molti elettori come una materia troppo complessa. Il voto, quindi, si è spostato quasi subito dal merito delle modifiche al clima generale del confronto politico: ed è ovvio che, in un contesto del genere, una parte dell’elettorato abbia scelto di respingere la proposta senza approfondirne davvero i contenuti, seguendo una logica di cautela verso il cambiamento.
Qui però ha pesato anche l’immagine della presidente del Consiglio. L’esposizione molto marcata durante la campagna referendaria, unita a toni ritenuti da una parte dell’elettorato poco concilianti, ha finito per produrre una reazione opposta a quella sperata. È un copione già visto nella storia politica recente: quando un referendum viene personalizzato dal leader di governo, il voto smette di riguardare soltanto il testo e diventa un giudizio sulla persona che lo difende.
In questo senso ha pagato anche l’arroganza percepita di Giorgia Meloni che, al pari di quanto fatto a suo tempo da Matteo Renzi, è risultata antipatica a quella parte di popolazione che si è sentita ancora più spinta a votare No. Più la presidente del Consiglio si esponeva, più una parte dell’elettorato trovava nel referendum l’occasione per colpire lei, prima ancora che la riforma.
Meloni ha perso anche quello che storicamente è stato uno dei suoi terreni più forti: i social network. Per giorni si è parlato della partecipazione al podcast Pulp come di una mossa capace di portarla davanti a un pubblico nuovo, diverso da quello abituale. Una lettura discutibile, visto che tra i leader politici italiani la presidente del Consiglio è da anni la più presente e attiva proprio sulle piattaforme digitali. E infatti quell’operazione non sembra aver prodotto il risultato sperato.
Anzi, quella partecipazione ha finito per mettere ancora più in evidenza un tratto che accompagna Meloni da tempo: la difficoltà a esporsi in un vero contraddittorio. Il linguaggio usato era molto lontano dagli schemi abituali di Pulp, così come le domande sono apparse a molti chiaramente concordate. Nulla di scandaloso, sia chiaro, ma da quell’intervista non è uscita una Meloni più forte o più sicura. Si è semmai rafforzata, in certi ambienti, l’idea di una leader “protetta” e poco spontanea. E quindi, ancora una volta, del bersaglio da battere votando No.
Nel frattempo proprio sui social si è sviluppata una mobilitazione fortissima, soprattutto tra gli elettori più giovani e più attivi politicamente. In molti casi il dibattito si è mosso su toni allarmistici e su semplificazioni anche molto forzate. La riforma è stata raccontata da alcuni come una minaccia agli equilibri democratici, come l’anticamera di un controllo del governo sulla magistratura, come una Costituzione da difendere da un attacco che spesso però non veniva spiegato davvero nel merito. Eppure questo racconto ha funzionato. Molti influencer si sono schierati in favore del No, facendo leva proprio su quell’elettorato giovane a cui questa volta Giorgia Meloni ha faticato ad arrivare. Ma a pesare è stato anche il mutismo di gran parte della maggioranza, che ha preferito lasciare avanti lei, quasi da sola, invece di condividere il peso della campagna. Una scelta che ha aumentato ancora di più la personalizzazione dello scontro e, quindi, anche il prezzo politico della sconfitta.
In questo contesto è emersa anche una difficoltà che Meloni non è mai riuscita a scrollarsi di dosso. Nonostante in questi anni di governo non ci sia stato quello smantellamento di diritti e libertà personali evocato da chi gridava al “ritorno del fascismo” dopo la vittoria del Centrodestra alle elezioni del 2022, c’è ancora chi riesce a mobilitare consenso facendo leva sulla minaccia di una deriva totalitaria. Ed è proprio qui che la comunicazione della presidente del Consiglio ha mostrato il suo limite più evidente.
Meloni, inoltre, non è riuscita a dare spiegazioni convincenti su alcuni episodi che hanno segnato il dibattito nelle ultime settimane, come nel caso Delmastro. Il richiamo alla solita “manina” non ha aiutato, anzi: ha dato ancora una volta l’impressione di una comunicazione difensiva, incapace di affrontare fino in fondo le obiezioni e di uscire dalla logica della giustificazione permanente.
È questo, molto probabilmente, l’errore più importante della comunicazione di Giorgia Meloni. Questa volta avrebbe dovuto cambiare atteggiamento, evitare il più possibile di personalizzare il referendum e provare a tenere il confronto sul merito della riforma. Invece è accaduto l’opposto, soprattutto nelle ultime settimane, e così il voto si è trasformato, per una parte dell’elettorato, in un giudizio politico sulla sua leadership.
Di certo questa campagna referendaria non è stata un modello di comunicazione politica. I toni sono stati spesso considerati esagerati, tanto che lo stesso Mattarella è dovuto intervenire per chiedere di abbassarli. A questo si sono aggiunte notizie false e letture distorte arrivate dall’una e dall’altra parte, in un clima sempre più confuso e polarizzato.
Eppure si è trattato di una campagna capace di portare alle urne quasi il 60% dell’elettorato. Un dato importante, che però racconta più un voto di contrapposizione che un voto di costruzione. Più che una spinta a sostenere una riforma, è sembrata la voglia di dare voce agli scontenti, a chi vede inevitabilmente in Giorgia Meloni il nemico da battere.
Più che spiegare perché ha vinto il No al referendum, quindi, forse bisogna soffermarci sul perché il Sì ha perso. Perché il punto politico sta tutto lì. Il fronte favorevole alla riforma partiva da una posizione di vantaggio nei sondaggi, ma quel consenso non solo non è stato consolidato: si è sfarinato nel corso della campagna, lasciando spazio alla crescita del No e alla trasformazione del referendum in qualcosa di diverso da ciò che il governo avrebbe voluto.
Non un voto sulla riforma della giustizia, ma un voto su Meloni. E che ancora una volta vede perdere il leader di governo in carica.
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