Dopo un lungo periodo di tassi d’interesse negativi, terminato solo l’anno scorso, la Bank of Japan ha indicato la possibilità di un nuovo aumento del costo del denaro entro fine anno.
Il governatore Kazuo Ueda ha infatti lasciato intendere che una svolta nella politica monetaria è sempre più vicina e i mercati hanno immediatamente reagito: i rendimenti dei titoli di Stato giapponesi JGB sono saliti ai massimi da oltre 17 anni, mentre lo yen si è rafforzato all’istante contro il dollaro, pur correggendo leggermente nei giorni successivi. L’impennata dei tassi nipponici ha fatto sentire i suoi effetti anche sui bond di altri paesi, con un aumento — seppur più contenuto — dei rendimenti nei Bund tedeschi e nei Treasury americani.
Il timore principale riguarda la possibile inversione dei grandi flussi finanziari che hanno caratterizzato l’ultimo decennio. Con tassi bassissimi in patria, gli investitori giapponesi hanno preso in prestito denaro in yen per acquistare asset più remunerativi all’estero: è il meccanismo noto come carry trade. Questo fenomeno, dalle dimensioni stimate fino a migliaia di miliardi di dollari, ha sostenuto borse, obbligazioni e perfino mercati alternativi come immobili, private credit e arte. Se però i tassi giapponesi continuassero a salire, una parte di questi capitali potrebbe tornare in patria, riducendo la domanda per bond stranieri e innescando volatilità in altre piazze finanziarie.
L’episodio del luglio 2024 è ancora ben presente: quando la BoJ rialzò i tassi, la borsa giapponese subì il secondo peggior crollo giornaliero della sua storia, con una caduta del 12% attribuita in larga parte all’improvviso disfare delle posizioni in carry trade. Anche questa settimana, alla sola prospettiva di una nuova mossa restrittiva, sia la borsa giapponese sia Wall Street hanno accusato perdite, seppur più moderate.
L’elemento di maggiore preoccupazione deriva dal ruolo del Giappone nella finanza globale: Tokyo è il principale creditore del mondo, oggi più della Cina, e figura tra i maggiori investitori nei Treasury USA. Una risalita dei rendimenti domestici potrebbe dunque provocare una riduzione degli acquisti di debito sovrano americano — proprio mentre gli Stati Uniti e altri paesi del G7 stanno aumentando le emissioni di nuove obbligazioni e le banche centrali stanno riducendo gli stimoli lanciati durante la pandemia. Un perfetto terreno per nuove tensioni nei mercati obbligazionari.
Nonostante questo quadro potenzialmente rischioso, non tutti gli analisti prevedono un’ondata di instabilità globale. Lo yen, pur risalito brevemente, rimane su livelli relativamente deboli, e una volta considerati i costi di copertura valutaria molti bond esteri restano interessanti per gli investitori giapponesi. Inoltre, il potente fondo pensionistico GPIF — e altri grandi player istituzionali — mantiene rigidi vincoli di allocazione verso titoli stranieri, rendendo un rientro di massa dei capitali poco probabile in tempi brevi. Altri esperti sottolineano come rispetto allo scorso anno la speculazione netta sullo yen sia diminuita, riducendo il rischio di una liquidazione caotica delle posizioni in carry trade.
Il futuro resta incerto: la normalizzazione della politica monetaria giapponese potrebbe rivelarsi un semplice riaggiustamento dopo anni eccezionali, oppure il primo tassello di una serie di sussulti finanziari globali. Ciò che appare chiaro è che un Paese rimasto a lungo un’ancora stabile di tassi bassi e liquidità potrebbe presto trasformarsi in un nuovo epicentro di volatilità mondiale. E ogni investitore, dal Giappone a New York, farà bene a seguirne i segnali con grande attenzione.