La sospensione delle attività a Cigar Lake, nel Saskatchewan canadese, ha riportato l’uranio al centro dell’attenzione dei mercati. La miniera di Cameco, con una capacità di circa 19 milioni di libbre l’anno di U3O8, è oggi il più grande sito produttivo al mondo. Lo stop non nasce da un problema diretto in miniera, ma dal fermo dell’impianto di McClean Lake, gestito da Orano, dove viene trattato il minerale estratto a Cigar Lake.
La causa è il guasto all’unità di produzione di acido solforico. Orano punta a riavviare l’impianto e a reperire forniture alternative, ma i tempi stimati per una ripresa sono di circa due settimane.
Cameco non prevede per ora di modificare la guidance produttiva 2026. Il mercato però ha reagito subito, tanto che alla notizia le società esposte all’uranio hanno registrato rialzi tra l’1 e il 4%, segnale che anche un’interruzione limitata può pesare sulle aspettative. Il motivo è dato dal fatto che Cigar Lake non è una miniera qualsiasi. Nel 2025 ha prodotto 19 milioni di libbre, il 13% dell’offerta mineraria mondiale e circa il 10% dell’offerta complessiva di ossido di uranio.
È quindi un nodo critico di una filiera già tirata. La vulnerabilità è accentuata dalla natura del giacimento. Cigar Lake ha riserve con tenore di U3O8 molto elevato, intorno al 17%, contro una media mondiale vicina al 3%, ma opera in condizioni geologiche complesse, tra arenarie instabili, acqua, congelamento del terreno e rischi radiologici. Anche un fermo a valle può creare problemi operativi a monte.
Il contesto di mercato spiega perché la notizia sia stata letta con attenzione. Dopo i minimi di inizio 2025, quando lo spot era sceso verso 65 dollari per libbra, il prezzo dell’uranio è risalito oltre 80 dollari ed oggi i contratti a termine sono indicati intorno a 94 dollari per libbra, circa il 10% sopra lo spot. Panmure Liberum stima il costo marginale dell’industria a circa 60 dollari per libbra, dunque i prezzi restano sopra la soglia di incentivo, ma il mercato non appare in eccesso.
La domanda è sostenuta dal ritorno del nucleare nelle strategie energetiche di molti Paesi. A fine 2025 erano in funzione 438 reattori, con 400,7 GW di capacità netta, pari a circa il 9% della produzione elettrica globale. Altri 80 reattori sono in costruzione, per 88 GW aggiuntivi, cioè il 22% della capacità esistente. Secondo le stime del report, la domanda totale di ossido di uranio nel 2026 sarà pari a 184 milioni di libbre, di cui 178 milioni legate alle utility elettriche. Entro il 2035 la domanda dovrebbe salire a 201 milioni di libbre. L’offerta, invece, cresce ma con margini sottili. Per il 2026 Panmure Liberum stima 181 milioni di libbre complessive, di cui 147 milioni da miniere e 34 milioni da fonti secondarie. Nei prossimi dieci anni l’offerta dovrebbe arrivare a 194 milioni di libbre, ancora sotto la domanda attesa. Il bilancio resta fragile, dunque, con un deficit di 1-2 milioni di libbre l’anno nel 2026-2027, piccoli surplus tra 2028 e 2030, poi nuovo ritorno in deficit.
È questo il punto centrale. Il fermo di Cigar Lake potrebbe rientrare rapidamente e non cambiare i piani produttivi di Cameco. Ma mostra quanto il mercato dell’uranio dipenda da pochi asset di grandi dimensioni e da catene di lavorazione concentrate. In un settore in cui la domanda nucleare torna a crescere e le scorte commerciali sono previste in calo, ogni intoppo operativo diventa un test sulla resilienza dell’offerta. Più che una crisi immediata, Cigar Lake è un promemoria del fatto che il nuovo ciclo del nucleare ha bisogno di miniere affidabili e investimenti lungo tutta la filiera.