Saipem rallenta dopo il +9% delle prime sedute del 2026. Cosa c’entrano Venezuela, petrolio e la mossa silenziosa di Goldman Sachs.
Il 2026 di Saipem era partito con il botto. In poche sedute il titolo aveva messo a segno un +9%, i massimi del 2025 tornavano nel mirino e il mercato sembrava pronto a scommettere su un vero cambio di passo. Poi, quasi senza segnali di avvertimento, la frenata. Non un crollo, ma un’inversione abbastanza brusca da far scattare il campanello d’allarme. Cosa sta cambiando davvero sotto la superficie?
Sullo sfondo scorre una notizia che arriva da lontano e che, almeno in apparenza, non dovrebbe avere effetti immediati sui listini europei. L’arresto di Nicolás Maduro e il suo trasferimento negli Stati Uniti, con accuse pesantissime di narco-terrorismo, non ha scatenato il caos sul petrolio. Il Brent resta intorno ai 60 dollari al barile, il WTI poco sotto, la curva è in contango. Nessun panico, nessuno shock di offerta. Almeno in apparenza.
Eppure i mercati non guardano solo al barile. Il Venezuela oggi produce appena l’1% del petrolio mondiale, ma custodisce le maggiori riserve del pianeta. Un potenziale enorme, rimasto congelato per anni tra sanzioni, instabilità politica e infrastrutture al collasso. L’idea di una lenta riapertura, di nuovi investimenti e di un ritorno graduale di barili non spaventa il breve periodo, ma inizia a cambiare le aspettative sul medio termine. [...]
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