Nel primo trimestre del 2024 la Cina ha venduto una quantità record di titoli del Tesoro Usa e obbligazioni di agenzie statunitensi, per una somma presumibilmente pari a 53,3 miliardi di dollari. Il Belgio, spesso visto come custode delle partecipazioni cinesi, ha a sua volta ceduto 22 miliardi di dollari di titoli del Tesoro durante lo stesso periodo.
Una mossa del genere da parte di Pechino evidenzia la necessità del gigante asiatico di diversificare lontano dagli asset americani, mentre le tensioni commerciali tra le due superpotenze globali persistono. In particolare, i recenti dazi annunciati dall’amministrazione Biden su una serie di importazioni cinesi hanno scosso l’universo imprenditoriale, già abbastanza preoccupato della promessa elettorale fatta da Donald Trump. In caso di vittoria, ha infatti dichiarato il tycoon, gli Usa potrebbero imporre un prelievo superiore al 60% su tutti i beni cinesi.
Certo è che la decisione del Dragone assomiglia molto ad una chiara intenzione di diversificare rispetto alle partecipazioni in dollari Usa. L’eventuale riprova arriverà presumibilmente il prossimo novembre, quando la suddetta vendita cinese di titoli americani potrebbe addirittura accelerare con la ripresa della guerra commerciale, tanto più se Trump tornasse presidente.
Come ha sottolineato Bloomberg, mentre il debito statunitense controllato dalla Cina stava calando, di pari passo le riserve di oro della Repubblica Popolare Cinese sono aumentate. La quota del metallo prezioso adesso è salita al 4,9%, e cioè il livello più alto dal 2015.
La vendita del debito Usa
L’aspetto interessante riguarda proprio i due trend sopra evidenziati: da un lato la vendita di somme record del debito americano, dall’altro la crescita delle riserve di oro. La Cina, e i Paesi che hanno stretti legami con Pechino, hanno aumentato le loro riserve di oro, mentre quelli del blocco statunitense le hanno mantenute sostanzialmente stabili.
Vari analisti ritengono che gli acquisti di oro da parte di alcune banche centrali potrebbero essere stati guidati dalle preoccupazioni sul rischio di sanzioni. Reuters ha inoltre ricordato che, nel caso in cui Cina, Giappone e altre nazioni che hanno riciclato i loro dollari attraverso titoli del Tesoro, decidessero di ridurli, a quel punto i mercati potrebbero trovarsi in una situazione difficile.
Certo, è improbabile che Pechino, Tokyo e altre banche centrali d’oltremare scarichino del tutto i titoli del Tesoro, correndo il rischio di bruciare i propri investimenti obbligazionari statunitensi, senza ottenere alcun guadagno garantito da Washington. In ogni caso, il totale delle partecipazioni cinesi in titoli del Tesoro americano ammontava, ad agosto 2023, a circa 805 miliardi di dollari, il livello più basso da giugno 2009.
È lecito supporre che i cinesi abbiano deciso di vendere per motivi commerciali, oppure per «aumentare» i dollari statunitensi, in modo tale da utilizzarli per entrare nel mercato globale e acquistare la propria valuta, lo yuan, aumentandone artificialmente il valore.
Oro e dedollarizzazione
Allontanarsi dal biglietto verde non è però mai facile. Se la Cina ha fatto questa mossa per quanto concerne gli oltre 53 miliardi di dollari Usa, è lecito supporre che Pechino non sia contenta del modo in cui gli Stati Uniti stanno continuando ad utilizzare sanzioni finanziarie in tutto il mondo.
La vicenda si lega a doppia mandata al dossier oro. Solo negli ultimi 18 mesi la Cina ha accumulato oltre 300 tonnellate di oro per un valore di 561 miliardi di dollari. Le riserve auree ufficiali del Dragone sono aumentate per 16 mesi consecutivi. L’aggiunta di 12 tonnellate in febbraio ha portato il totale a 2.257 tonnellate, pari al 4,3% delle riserve valutarie del Paese. Come se non bastasse, la nazione asiatica sta ispirando altri Paesi BRICS ad acquistare il metallo prezioso come riserva a scapito del dollaro Usa.
La Cina sta intenzionalmente riducendo al minimo la sua esposizione al dollaro. Le preoccupazioni per le tensioni geopolitiche e l’uso delle sanzioni economiche da parte degli Stati Uniti come strumento nella guerra commerciale, continuano a smorzare l’appetito di Pechino per i buoni del Tesoro statunitense. Risultato: il colosso asiatico è così passato da 849 miliardi di dollari a 775 miliardi di dollari tra l’inizio del secondo trimestre del 2023 e il secondo trimestre del 2024, raggiungendo il livello più basso dal 2009.