Perché l’Italia potrebbe non riuscire a difendersi dalla prossima crisi (e cosa fare con i tuoi soldi)

Tommaso Scarpellini

22 Aprile 2026 - 05:23

Deficit basso, debito alto e crescita ferma. L’Italia è davvero al massimo del suo splendore? Ecco quello che lo spread non ti dice.

Perché l’Italia potrebbe non riuscire a difendersi dalla prossima crisi (e cosa fare con i tuoi soldi)

Cosa succede quando un Paese entra in una crisi con il deficit più basso d’Europa ma il debito più alto? Quando ha appena completato il più forte aggiustamento fiscale del continente ma non riesce comunque a fermare la crescita del passivo? Quando il debito ricomincia ad accelerare proprio mentre la crescita economica si ferma per i prossimi quattro anni?

Succede che quel Paese non ha margini. E se dovesse arrivare uno shock, geopolitico, energetico, finanziario, la cassetta degli attrezzi sarà vuota. È una domanda che un cittadino, e soprattutto un investitore, deve farsi. E se fosse l’Italia ad essere in quella situazione? Il Fondo Monetario Internazionale ha appena confermato numeri che il dibattito politico preferisce ignorare: ultima per crescita in Europa, prima per debito pubblico. E con una traiettoria che, nei prossimi tre anni, potrebbe allargare ulteriormente il divario rispetto agli altri grandi Paesi dell’area euro.

Se hai BTP in portafoglio, o azioni italiane, o semplicemente risparmi denominati in euro, cosa potrebbe significare concretamente?

I numeri del Fondo Monetario: ultimo posto garantito

Il FMI prevede per l’Italia una crescita del PIL del +0,5% nel 2026. Meno della metà rispetto alla media dell’Eurozona (+1,1%). Meno di un terzo rispetto al complesso del G7 (+1,6%). Ma il vero problema non è quest’anno. È la traiettoria.

L’Italia potrebbe essere l’unico Paese europeo a rimanere fermo nei successivi tre anni. Tra il 2026 e il 2029, l’espansione cumulata si fermerebbe al +2,6%. La Francia e la Germania, nello stesso periodo, potrebbero segnare un +4,2%. La Spagna arriverà a +7,6%, quasi tre volte l’Italia.

Nonostante i miliardi del PNRR che avrebbero dovuto irrobustire proprio questo fattore.

La demografia è la più fredda d’Europa. La produttività è stagnante: quando la produttività del lavoro non cresce, significa che ogni ora lavorata non genera più valore rispetto all’anno precedente. E in un Paese che invecchia rapidamente, con meno persone in età lavorativa e più pensionati, l’unico modo per far crescere il PIL sarebbe proprio aumentare la produttività. Se anche questo fattore si blocca, il risultato è una condanna alla stagnazione.

Il debito che supera la Grecia

Il FMI ha anticipato a quest’anno il primato continentale italiano nel rapporto tra debito e PIL. L’Italia supererebbe la Grecia, con un sorpasso che era previsto solo per il 2027.

Il motivo è preciso: i 230 miliardi di crediti d’imposta edilizi riconosciuti tra il 2020 e il 2023 si trasformano in debito pubblico negli anni successivi, quando i contribuenti li utilizzano per scontarsi le tasse. Questi crediti funzionano come una cambiale differita. Lo Stato li ha concessi anni fa, ma il loro impatto sul bilancio pubblico si materializza solo quando vengono effettivamente utilizzati. E quel momento è adesso.

Il meccanismo che si è rimesso in moto

E in un Paese che cresce allo 0,5% annuo, con un debito che supera il 140% del PIL e tassi d’interesse che, anche dopo i tagli BCE, restano strutturalmente più alti della crescita nominale, potrebbe essere un problema serio.

Il problema non sarebbe solo tecnico. Esiste un meccanismo fondamentale in finanza pubblica: quando il tasso d’interesse medio sul debito pubblico supera il tasso di crescita nominale dell’economia, il rapporto debito/PIL tende a crescere automaticamente, anche senza nuovi deficit. È un meccanismo che si autoalimenta. Se paghi il 3% di interessi ma l’economia cresce solo del 2%, ogni anno quel punto percentuale di differenza si accumula e gonfia il debito rispetto al PIL. Per fermarlo, serve un avanzo primario, ovvero entrate superiori alle uscite esclusi gli interessi sul debito. Ma più il debito cresce, più grande deve essere quell’avanzo. E più diventa difficile ottenerlo senza strozzare la crescita.

Il FMI ha messo nero su bianco quello che i mercati già sanno: alcuni Paesi europei, come Danimarca o Svezia, con livelli di debito comparativamente bassi, dispongono dello spazio necessario per attuare politiche di bilancio anticicliche. Francia e Italia no. Le politiche anticicliche sono quegli interventi che un governo può fare per smorzare le recessioni: tagliare le tasse, aumentare la spesa pubblica, sostenere i redditi. Funzionano solo se hai margine di manovra.

L’Italia si sarebbe affacciata sull’ennesimo shock geopolitico, il conflitto in Medio Oriente, la crisi energetica collegata, le tensioni commerciali USA-Cina, con condizioni di partenza più fragili.

Durante la crisi energetica del 2022, i governi europei hanno stanziato in media il 2,5% del PIL per pacchetti di sostegno. L’Italia potrebbe non permetterselo di nuovo. Non con un debito al 140%, non con una crescita allo 0,5%, non con 51 miliardi di debito aggiuntivo in arrivo solo quest’anno per effetto dei crediti d’imposta.

Se l’Italia non può difendersi dalla prossima crisi

Se l’Italia non potesse difendersi dalla prossima crisi, chi ha asset italiani dovrebbe considerare questo scenario con attenzione.

I BTP sarebbero esposti al rischio di allargamento degli spread se la percezione di sostenibilità del debito si deteriorasse. Non servirebbe un default. Basterebbe che il mercato iniziasse a prezzare un rischio di ridenominazione più elevato, o semplicemente che il differenziale con i Bund tedeschi tornasse ai livelli del 2018 o del 2019. Lo spread è il termometro della fiducia. Quando sale, significa che i mercati chiedono un premio più alto per detenere titoli italiani rispetto a quelli tedeschi. Quel premio riflette il rischio percepito. E se quel rischio aumenta, il valore dei BTP già in circolazione scende, perché i nuovi titoli offrono rendimenti più alti. Chi ha BTP a lunga scadenza potrebbe vedere il valore del proprio portafoglio erodersi anche senza vendere.