No a un ingresso effettivo dell’Ucraina nella Nato, sì a un patto di cooperazione in materia di sicurezza modello Stati Uniti-Israele. È uno dei temi chiave che saranno discussi in queste ore dagli alleati in occasione del vertice Nato in corso a Vilnius. A dispetto delle richieste di Zelensky, secondo quanto riportato dal Guardian non si prevede che i membri della Nato stabiliscano chiare precondizioni per l’eventuale adesione di Kiev nell’Alleanza Atlantica, complici soprattutto le cautele in merito espresse dalla Germania e anche dallo stesso presidente Usa, Joe Biden. Quest’ultimo, infatti, è mosso da ragioni elettorali, oltre che strategiche, poiché la Casa Bianca non intende provocare direttamente un escalation con Mosca rischiando così - oltre che di aizzare una devastante guerra nucleare - anche di pesare gravemente sulla campagna per la rielezione nel 2024.
Le richieste di Kiev e i timori degli alleati
Dal canto suo, Kiev vuole chiarezza su quando e come potrà entrare nell’alleanza dopo la fine della guerra con la Russia, ritenendo che la protezione militare occidentale sia l’unico modo per non essere minacciata dal suo ingombrante vicino. Le verrà invece offerta una maggiore integrazione con la Nato, magari attraverso il «Kyiv Security Compact» redatto dall’ex segretario generale, Anders Fogh Rasmussen. Il modello, come già accennato, è il partenariato tra Stati Uniti e Israele, che si configura attraverso la stipulazione di importanti accordi di cooperazione bilaterale in materia di Difesa, ma che non obbliga Washington a intervenire militarmente in caso di attacco verso l’Ucraina. In base all’articolo 5 dell’Alleanza Atlantica, infatti, le nazioni della Nato «concordano che un attacco armato contro una o più di esse, in Europa o in Nord America, sarà considerato un attacco contro tutte».
Quest’articolo fondamentale non sarà presente nell’accordo di cooperazione tra Kiev e gli Usa, ciò a cui il governo ucraino aspirava maggiormente. Kiev, tuttavia, ha ottenuto una concessione importante: come riferito dal Guardian, infatti, i membri della Nato hanno accettato di eliminare i requisiti formali per la sottoscrizione di un piano d’azione per l’adesione, un percorso formale propedeutico all’ingresso nell’alleanza che altri Paesi hanno impiegato diversi anni per completare. Questo significa che Kiev entrerà a breve nell’Alleanza? No. Probabilmente rimarrà sulla «graticola» per diversi anni, anche perché attualmente l’Ucraina è una nazione in guerra che, per statuto, non può entrare formalmente nella Nato.
L’appello sulla più importante rivista Usa
Nel frattempo, su Foreign Affairs, l’autorevole rivista statunitense pubblicata dal Council on Foreign Relations - non esattamente imputabile di simpatie “putiniane” - è apparsa un’analisi importante firmata da due studiosi del Cato Institute, il quali elencano i rischi concreti di un eventuale adesione dell’Ucraina nella Nato. Un articolo che da noi sarebbe etichettato direttamente come “propaganda russa”, a ulteriore testimonianza di quanto, spesso e volentieri, siamo più «realisti del re» nella nostra periferia dell’Impero ridotta allo stato di protettorato. La posta in gioco, sottolineano i due esperti, «non potrebbe essere più alta. L’appartenenza alla Nato comporta l’impegno degli alleati a combattere e morire gli uni per gli altri». I leader della Nato, osservano, hanno capito da tempo che «l’ammissione dell’Ucraina comporta una possibilità molto concreta di guerra (anche nucleare) con la Russia».
I vantaggi dell’adesione di Kiev? Solo rischi
I vantaggi per la sicurezza degli Stati Uniti «derivanti dall’adesione dell’Ucraina impallidiscono rispetto ai rischi che si corrono facendola entrare nell’Alleanza» sottolineano ancora i due docenti del Cato Institute. L’ammissione dell’Ucraina alla Nato porterebbe alla «prospettiva di una scelta dolorosa tra una guerra con la Russia e le conseguenze devastanti che ne deriverebbero, oppure a un passo indietro e una svalutazione della garanzia di sicurezza della Nato in tutta l’alleanza». Per questo motivo, spiegano, al vertice di Vilnius i leader dell’Alleanza «farebbero bene a riconoscere questi fatti e a chiudere le porte all’Ucraina». Chissà se ora i nostri fantomatici «esperti» e giornalisti con l’elmetto in testa avranno il coraggio di accusare Foreign Affairs di «putinismo». E forse anche il nostro governo, così testardamente filo-atlantista, farebbe bene a leggere quest’analisi e a curare maggiormente gli interessi nazionali italiani che risiedono a Roma e nel Mediterraneo e non sempre coincidono con quelli di Washington o di Kiev.