La controffensiva iraniana non si ferma a Israele. Dubai, Stati arabi e vicini vengono colpiti da droni e missili, pur non avendo avuto alcun ruolo attivo nel conflitto. Ecco cosa sta succedendo.
Il governo italiano ha espresso vicinanza ai Paesi del Golfo Persico, che hanno subito attacchi dall’Iran a seguito dell’offensiva israelo-statunitense, che i partner occidentali sono pronti a difendere. Ma perché Teheran sta attaccando Dubai e gli altri Stati arabi? Meloni ha descritto ingiustificabili le rappresaglie ai leader del Golfo, ma non possiamo dire che l’azione iraniana sia priva di una linea strategica, come d’altronde vale per Washington e Tel Aviv.
In questo clima di tensione e paura gli attacchi iraniani contro bersagli sparsi in Bahrain, Qatar, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Iraq non fanno che sconcertare maggiormente l’opinione pubblica internazionale. Si parla di contenere il conflitto, ma si è subito allargato oltre i confini degli Stati direttamente coinvolti, lasciando la minaccia dell’imprevedibilità aleggiare un po’ in tutto il globo. Proviamo quindi a far luce sulle motivazioni iraniane.
Perché l’Iran attacca Dubai e altri Stati?
I raid statunitensi e israeliani hanno innescato una brusca controffensiva dell’Iran, che ha tuttavia deciso di non limitarsi ai suoi aggressori. La risposta iraniana ha coinvolto molti Paesi arabi che non hanno in apparenza alcun legame con il conflitto, ma non c’è nulla di casuale. Una prima ragione sono le basi statunitensi, formali o meno, e le collaborazioni con Washington che gran parte degli Stati attaccati intrattiene.
Abbiamo la Quinta flotta della Marina Usa nel Bahrain, il quartier generale avanzato del Comando Centrale degli Stati Uniti (Centcom) in Qatar, la sede avanzata dell’US Army Central e la base aerea di Ali Al Salem in Kuwait, le basi condivise a Dubai, Camp Buehring che collega a Iraq e Siria; e avanti così per Giordania, Arabia Saudita e Iraq. Citando soltanto gli esempi più eclatanti abbiamo un quadro fortemente indicativo della presenza americana in Medio Oriente, un’invadenza che Teheran non poteva certo ignorare.
Colpire questi Stati non è soltanto una risposta all’offensiva statunitense, ma un messaggio chiaro sulle conseguenze dell’amicizia occidentale. L’Iran vuole scoraggiare le partnership dei leader regionali con Washington per ottenere effetti molteplici. Intanto rispondere agli attacchi subiti, disincentivarne di ulteriori e allontanare gli Stati Uniti dalle proprie pertinenze. Quanto subito da Teheran non può infatti essere ridotto alla scelta israeliana, essendo il risultato di una più ampia e complessa rete di collegamenti, infrastrutture, coordinazione e intenti.
Questo è proprio il motivo per cui l’Iran non si è limitato alle basi statunitensi, per le quali si riusciva quantomeno a individuare la logica militare sottostante. Come sappiamo, invece, droni e missili hanno colpito diverse città del Golfo senza ospitassero basi di alcun genere. Con un po’ di osservazione è però facile capire che anche questi attacchi rientrano nella medesima strategia, solo che l’apertura all’Occidente viene castigata colpendone simboli e rappresentazioni. Dubai è in questo senso l’emblema perfetto, colpevole di aver aperto la porta a Washington e voltato le spalle al fronte unito arabo-persiano.
Teheran punisce chiunque permetta all’Occidente e più nello specifico agli Stati Uniti di colpire nell’area regionale, usando la minaccia di un terribile conflitto interno che non lascia alcuno escluso. In questo momento gli Stati arabi stanno affrontando durissime pressioni, perché qualsiasi alleanza può essere loro fatale e la neutralità poggia sul filo del rasoio. E mentre semina morte con il suo messaggio politico l’Iran riesce anche a non perdere il contatto con la realtà. Sapendo di non poter sostenere a lungo un conflitto tradizionale diretto con Washington concentra le sue forze, in modo assai sproporzionato, dove può.
Così mira al cuore dell’energia globale e della prosperità finanziaria, opprimendo il mondo intero con un potere derivato per lo più dalla posizione territoriale. Israele e Stati Uniti, ampiamente appoggiati, non vogliono però cedere ad alcun ricatto. Poi, mentre gli scontri in Medio Oriente proseguono, l’Iran allunga il tiro e colpisce una base della Gran Bretagna a Cipro, ma non cambia strategia. Londra aveva appena accettato di cedere temporaneamente le basi della Royal Air Force per scopi difensivi agli Stati Uniti. Di fatto, anche l’estensione forzata del conflitto serve a compensare le disparità.
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