C’è un numero che circola tra i gestori patrimoniali e che molti risparmiatori italiani ancora non hanno messo a fuoco: 5,2%. È il rendimento che il decennale americano ha sfiorato di recente, un livello che non si vedeva da quasi vent’anni. Nel frattempo, chi ha i risparmi parcheggiati in BTP decennali porta a casa poco più del 4,5%, con un differenziale che inizia a pesare sul tavolo delle scelte finanziarie.
Per capire perché il Treasury decennale statunitense al 5,2% stia attirando attenzione, bisogna fare un passo indietro sul ciclo dei tassi d’interesse. La Federal Reserve ha condotto tra il 2022 e il 2023 uno dei cicli di rialzo più aggressivi della storia recente, portando i Fed Funds Rate da quasi zero a oltre il 5%. Questa traiettoria ha trascinato verso l’alto i rendimenti dei titoli di stato americani lungo tutta la curva, compresi i decennali. Negli anni successivi non c’è stata una vera e propria normalizzazione dei tassi. E il rendimento quindi è rimasto alto. E quindi, chi entra oggi su un Treasury al 5,2% si assicura quel flusso cedolare per dieci anni, indipendentemente da ciò che accadrà dopo.
Il confronto con il BTP trentennale italiano è inevitabile e necessario. Al momento della redazione, il rendimento del trentennale italiano si colloca intorno al 4,5%. Il Treasury offre quindi circa 120-130 punti base in più, a parità di scadenza. Va però chiarito subito un elemento tecnico cruciale: il Treasury è denominato in dollari. Per un risparmiatore italiano che ragiona in euro, esiste il rischio di cambio EUR/USD. Se il dollaro si indebolisce rispetto all’euro durante la vita del titolo, il rendimento effettivo percepito in euro potrebbe risultare inferiore, o addirittura negativo nei casi estremi. Questo rischio non va sottovalutato: è reale, misurabile e storicamente rilevante.
Detto questo, chi sceglie di coprire il rischio cambio tramite strumenti derivati (hedging) potrebbe ridurre sensibilmente questo elemento di incertezza, anche se la copertura ha un costo che erode parzialmente il differenziale di rendimento.
La qualità del credito: la differenza che spesso non si vede
Un elemento che tende a passare in secondo piano nel confronto tra Treasury e BTP è la qualità creditizia dell’emittente. Il Tesoro americano emette in una valuta di cui è sovrano, il dollaro, e gode del rating AAA da parte di alcune agenzie e comunque del più elevato standing creditizio a livello globale. L’Italia, pur essendo un paese solido nel contesto europeo, porta con sé un rating BBB da S&P, con prospettive stabili ma non identiche.
Per un investitore che mette al centro la protezione del capitale, questa differenza ha un peso specifico. La probabilità teorica di default sul debito americano è considerata trascurabile dal mercato; sulla carta italiana non è zero, come ricordano gli episodi di allargamento degli spread del 2011 o del 2018.
Come si accede a un Treasury e cosa implica fiscalmente
I Treasury americani sono acquistabili tramite la maggior parte delle banche e dei broker italiani, sia direttamente sul mercato secondario sia attraverso ETF obbligazionari che replicano l’indice dei governativi USA. La tassazione per un risparmiatore italiano è del 26%, uguale a quella dei titoli corporate, mentre i BTP godono dell’aliquota agevolata del 12,5%. Questo gap fiscale riduce il rendimento netto del Treasury in modo non trascurabile: un 5,2% lordo diventa circa 3,85% netto, contro un BTP al 3,8% che, dopo l’imposta del 12,5%, scende a circa 3,33% netto. Il vantaggio rimane, ma si assottiglia.
Duration, inflazione e il fattore tempo
Investire su un trentennale oggi significa immobilizzare capitale per 30 anni, o accettare il rischio di prezzo se si vende prima della scadenza. La duration di un Treasury a 30 anni è alta: se i tassi dovessero risalire ulteriormente dopo l’acquisto, il valore di mercato del titolo scenderebbe. Al contrario, se la Federal Reserve iniziasse a tagliare i tassi nei prossimi anni, il prezzo salirebbe e il detentore potrebbe beneficiare di plusvalenze in conto capitale. Indicativamente, una variazione dell’1% nei rendimenti, comporterebbe fino al 30% di oscillazione in conto capitale.
L’inflazione americana rimane il grande arbitro della situazione. Se tornasse stabilmente sopra il 3%, i rendimenti reali del Treasury si ridurrebbero. Se invece si avvicinasse al target del 2%, un rendimento nominale al 5,2% offrirebbe un rendimento reale maggiore del passato.
Non si tratta di inseguire rendimenti o di fare scommesse sul dollaro: si tratta di valutare con attenzione se la remunerazione offerta oggi compensi adeguatamente i rischi specifici che si assumono, primo tra tutti quello valutario