Perché il rischio azionario non cala con il tempo come vogliono farci credere?

Redazione Money Premium

27 Aprile 2025 - 06:42

La promessa che investire in azioni a lungo termine porti sempre a vincere è un dogma diffuso. Ma i dati reali e il costo delle garanzie mostrano una realtà molto più incerta e costosa.

Perché il rischio azionario non cala con il tempo come vogliono farci credere?

Le improvvise dichiarazioni del presidente statunitense su nuovi dazi hanno fatto precipitare i mercati azionari, salvo poi assistere a un rimbalzo caotico dopo l’annuncio di una sospensione di 90 giorni per alcune delle tariffe previste. Questo episodio rimette al centro una questione fondamentale: quanto è sicuro investire in azioni nel lungo periodo?

La narrativa dominante nel mondo finanziario sostiene che il rischio azionario si riduce con l’orizzonte temporale: più a lungo detieni azioni, più hai probabilità di ottenere buoni rendimenti. Analisti e consulenti finanziari esortano alla pazienza, evocando il concetto di «mean reversion», secondo cui i rendimenti si muovono attorno a una media storica. I dati sembrano confermare questo principio: nell’arco di decenni, le azioni hanno sistematicamente sovraperformato le obbligazioni. Tuttavia, questa verità statistica si basa su performance passate, non su garanzie future, e — come specificano tutti i prospetti d’investimento — “i rendimenti passati non sono indicativi di quelli futuri”.

Nel 1997, Paul Samuelson, premio Nobel per l’economia, propose un esperimento mentale illuminante. Immagina di scrivere su 1.200 foglietti i rendimenti azionari mensili degli ultimi cento anni. Estrai a caso 240 fogli — tanti quanti i mesi in 20 anni — rimettendoli ogni volta nel contenitore. I risultati saranno variabili: la maggior parte mostrerà che le azioni battono le obbligazioni, ma non mancheranno i casi in cui accade il contrario, e anche in maniera significativa. Questo suggerisce che i rendimenti azionari non seguano una traiettoria «corretta verso la media», ma una camminata casuale, in cui il premio al rischio è esattamente questo: un premio, non una garanzia.

Se davvero fosse così scontato che detenere azioni per 20 anni porti quasi sempre a vincere, allora perché le società di investimento non offrono fondi azionari a lungo termine con rendimento minimo garantito, pari almeno al tasso dei gilt a 20 anni, oggi intorno al 5%? L’investitore riceverebbe, dopo vent’anni, o il rendimento reale dell’indice azionario (con dividendi reinvestiti) oppure, nel caso peggiore, un rendimento minimo del 5% annuo composto. Sembra un’idea perfetta: bassissimo rischio secondo la teoria, alta attrattività commerciale. Eppure nessuna istituzione la propone. Perché?

La risposta è netta e spiazzante: garantire un simile rendimento richiede alla società di coprire un rischio enorme. In pratica, l’emittente dovrebbe vendere una put option ventennale, cioè offrire all’investitore il diritto di “vendere” le azioni al valore minimo garantito, nel caso in cui l’indice azionario sia al di sotto di tale soglia tra 20 anni. Le banche d’investimento calcolano il costo di questa garanzia usando modelli collaudati come Black-Scholes, già premiati con il Nobel e ampiamente impiegati nelle transazioni finanziarie. Il risultato?

Una polizza ventennale del valore di 100.000 sterline costerebbe all’incirca 30.000 sterline oggi, ovvero il 30% del capitale investito. Questo perché il rischio di perdita nel lungo termine è tutt’altro che trascurabile.
In definitiva, il prezzo reale del rischio azionario non è rappresentato dalla volatilità storica né dalle belle parole nei depliant informativi. È rappresentato dal costo reale — e altissimo — dell’assicurazione contro l’insuccesso. Se gli operatori finanziari davvero credessero che “le azioni vincono sempre nel lungo periodo”, offrirebbero questi prodotti con entusiasmo, magari caricando una commissione contenuta. Ma non lo fanno. Il che dovrebbe far riflettere, soprattutto quei piccoli investitori a cui viene costantemente ripetuto che “basta aspettare abbastanza” per vincere.

Sostenere una cultura di investimento consapevole non significa demonizzare le azioni, ma mettere in discussione miti comodi e poco fondati. Perché, in fin dei conti, se anche il tempo fosse dalla parte dell’investitore, il mercato — e chi lo conosce bene — sembra pensarla diversamente.