Perché i rendimenti dei BTP stanno per scendere

R. F.

4 Giugno 2025 - 15:44

L’inflazione dell’Eurozona scende sotto il target del 2% della BCE e i gestori internazionali iniziano a comprare i bond a lungo termine dell’area euro

Perché i rendimenti dei BTP stanno per scendere

L’inflazione nell’Eurozona ha registrato giugno un rallentamento superiore alle aspettative, scendendo al di sotto dell’obiettivo del 2% della Banca Centrale Europea e rafforzando gli argomenti a favore di ulteriori riduzioni dei tassi di interesse da parte della BCE. Sul processo disinflattivo in zona euro ne scriviamo da tempo come imminente, ma stavolta iniziano ad arrivare i primi numeri significativi. Il dollaro debole e la discesa dei prezzi del petrolio hanno contribuito certamente alla discesa della inflazione, ma non bisogna trascurare anche un rallentamento della domanda interna in ambito Eurozona.

I prezzi al consumo sono aumentati dell’1,9% su base annua a maggio, in calo rispetto al 2,2% di aprile e al di sotto della stima mediana del 2% in un sondaggio Bloomberg tra gli economisti. L’indicatore “core”, cioè che esclude elementi volatili come cibo ed energia, si è moderato al 2,3%, mentre le pressioni nel settore dei servizi (affitti, consulenze, pubblicità ecc), attentamente monitorato, si sono raffreddate notevolmente.

È la prima volta in otto mesi e solo la seconda da metà 2021 che l’inflazione generale non superava il fatidico target del 2% della BCE. Pensate che dopo l’invasione russa dell’Ucraina, e la successiva crisi energetica, aveva raggiunto un record del 10,6% nell’ottobre 2022. I dati arrivano proprio alla vigilia della riunione sui tassi della BCE domani, 5 giugno. Con l’inflazione sotto controllo e le tensioni commerciali tra il Presidente Donald Trump e l’Europa che offuscano le prospettive economiche di crescita, un altro taglio di un quarto di punto del tasso sui depositi, cioè dal 2,25% al 2%, è quasi completamente scontato.

Certo, anche se una aiuto alla disinflazione viene dal dollaro debole e dai prezzi energetici al ribasso, nel breve termine, molto dipende dalla diatriba sulle tariffe doganali UE-USA.

La maggior parte dei beni dall’Unione Europea è attualmente soggetta a una tassa statunitense del 10% all’ingresso nel territorio americano, ma potrebbe salire al 50% il prossimo mese. Bruxelles ha avvertito che potrebbe accelerare le misure di ritorsione se Trump dovesse dare seguito alle sue minacce tariffarie - le più recenti delle quali includono una tassa del 50% anche sulle importazioni di acciaio e alluminio, dapprima escluse.

Sono giorni caldi per la prosecuzione della guerra commerciale USA-resto del mondo: l’argomento sarà certamente all’ordine del giorno quando il Cancelliere tedesco Friedrich Merz incontrerà Trump a Washington giovedì prossimo. A causa dell’incertezza su come evolverà la situazione sul fronte della guerra commerciale, la BCE fornirà 2 scenari alternativi di crescita, insieme alle sue proiezioni trimestrali.

Riassumendo, a marzo la BCE prevedeva un rallentamento dell’inflazione all’1,9% nel 2026 e al 2% nel 2027, dal 2,3% di quest’anno. L’avanzamento a sorpresa dell’euro sul dollaro e i costi energetici più morbidi hanno da allora rafforzato questa discesa, e immagino ben oltre le aspettative degli economisti in staff al board of governors della banca centrale.

Alcuni infatti hanno suggerito che ci sarà una revisione al ribasso della proiezione dell’inflazione per il biennio 2026-2027.

Ma c’è dell’altro sul fronte disinflattivo. I dati recenti sui salari dei lavoratori hanno aggiunto un argomento in più per i sostenitori di una politica monetaria più espansiva in area euro nei prossimi mesi.

Il “tracker salariale”, cioè l’indicatore del costo del lavoro in Eurozona elaborato della BCE segnala un forte rallentamento del ritmo di crescita nel 2025, e a livelli al di sotto di quelli ritenuti compatibili con un’inflazione del 2%. Questo nonostante la disoccupazione si mantenga a un minimo record del 6,2% ad aprile, cioè nonostante la domanda di lavoro proveniente dalle imprese sia ancora sostenuta.

Questo lungo preambolo sui dati dell’inflazione non è stato inutile, perché il mercato obbligazionario ne ricaverà delle conclusioni nelle prossime settimane, oltre ad ascoltare attentamente i toni della conferenza della Lagarde il pomeriggio del 5 giugno 2025. Mentre i mercati finanziari internazionali si stanno “disaffezionando” ai Treasury americani (altrimenti non si spiegherebbe una debolezza così pronunciata del dollaro nei confronti delle principali valute internazionali), si stanno invece “affezionando” all’euro e ai bond governativi dell’area euro. Germania e Italia in primis.

A differenza di altri Paesi, gli investitori in titoli tedeschi non devono preoccuparsi della prospettiva di “prodigalità fiscale” di Trump e del Congresso USA a maggioranza repubblicana. E nemmeno coloro che investono in bond governativi del resto dell’Eurozona.

Nonostante l’abolizione del cosiddetto freno al debito, il bilancio fiscale della Germania è probabilmente il migliore possibile. Anche la Francia, le cui credenziali creditizie sono state messe in discussione, rimane un debito sovrano con rating elevato.

E poi c’è l’Italia, che, con il Governo Meloni avviato (probabilmente) a concludere la legislatura alla sua scadenza naturale dell’autunno 2027, può attrarre capitali esteri, nella ragionevole certezza che elezioni anticipate in Italia non ce ne saranno stavolta.

Infatti, oltre all’elevato rapporto debito/PIL dell’Italia, ciò che da sempre ha tenuto lontano molti “pension funds” e molti fondi sovrani esteri dai BTP è stata la strutturale instabilità politica dei governi italiani, governi schiavi del bicameralismo perfetto e della frammentazione politica in tantissimi partiti politici dentro le aule parlamentari.

E del resto, lo spread di rendimento BTP-BUND a 10 anni al di sotto dei 100 bps testimonia proprio che i capitali vaganti internazionali orfani di Trump e degli USA stiano riconsiderando l’Italia come un’interessante alternativa. Insomma, se Trump ci aiuta con le sue bizzarre politiche economiche che disprezzano le più elementari regole di sostenibilità del debito pubblico USA, sembra proprio che gli investitori internazionali gradiranno sempre più i debiti dell’area euro.

Penso quindi che il rendimento del decennale tedesco al 2,50% e quello del decennale italiano al 3,47% siano insostenibili (troppo alti) per l’immediato futuro. Nel senso che le soglie del 2,2% di rendimento del bund 10y e del 3,2% di rendimento del BTP 10y sono oramai a portata di mano da qui alla fine della estate.

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