Un lavoratore italiano che affida i propri risparmi previdenziali a un fondo pensione, in media, ottiene rendimenti sensibilmente più bassi rispetto a un collega olandese o danese, e paga commissioni molto più elevate per farlo. Un divario misurabile e documentato dai dati di Covip e Ocse.
Il confronto: azionario al 3,8-5% in Italia, fino all’8,5% in Olanda
I grandi fondi pensione olandesi e danesi ottengono sui comparti azionari rendimenti compresi fra il 6,5% e l’8,5%. I fondi italiani, sugli stessi comparti, si fermano fra il 3,8% e il 5%. Il divario si riduce ma resta significativo anche nelle linee bilanciate, dove i fondi del Nord Europa continuano a spuntare un punto e mezzo o due percentuali in più.
Differenze non trascurabili se proiettate su un’intera carriera lavorativa. Anche uno scarto annuo apparentemente contenuto, capitalizzato per trent’anni di versamenti, si traduce in un capitale finale che può differire di decine di migliaia di euro tra un iscritto italiano e uno olandese a parità di contributi versati.
Perché l’Olanda rende di più?
Una delle cause principali del divario è l’allocazione degli investimenti. I fondi pensione italiani destinano in media solo il 23% del patrimonio complessivo alle azioni, quota che scende ulteriormente al 12% nei fondi negoziali di categoria, proprio quelli dove confluisce la quota più consistente del Tfr dei lavoratori dipendenti. Un impianto molto più prudente rispetto ai modelli del Nord Europa, dove le componenti azionarie pesano molto di più, soprattutto per gli iscritti più lontani dalla pensione.
A questo si somma un problema strutturale: la frammentazione. In Italia risultavano operative, alla fine del 2025, 273 forme pensionistiche complementari , un numero già ridotto rispetto alle 739 di fine anni ’90, ma ancora eccessivo, soprattutto se confrontato con le dimensioni medie dei fondi. L’Ocse segnala che l’Italia ha, in proporzione, più fondi pensione della media dei Paesi avanzati, ma di dimensioni mediamente più piccole rispetto a paesi come Lituania, Lettonia, Islanda o Repubblica Ceca.
Il fondo pensione olandese ABP, il più grande del Paese, vale da solo circa il doppio dell’intero patrimonio previdenziale italiano (fondi e casse insieme). Una scala che permette ai grandi fondi del Nord Europa di negoziare condizioni molto più favorevoli con i gestori internazionali a cui affidano il patrimonio e un vantaggio competitivo che la frammentazione italiana, di fatto, preclude.
Perché i fondi italiani costano così tanto
Se sul fronte dei rendimenti il divario è ampio, su quello dei costi lo è altrettanto, ma in direzione opposta. Secondo un’indagine della società di consulenza Bell, un grande fondo pensione olandese costa in media lo 0,39% del patrimonio gestito. I fondi aperti italiani, secondo i dati Covip, arrivano a costare il quadruplo di quella cifra, mentre i piani individuali pensionistici (Pip) delle compagnie assicurative sono ancora più alti. Anche alcuni fondi negoziali di categoria, che in teoria dovrebbero essere il segmento più economico del sistema, possono arrivare a costare quasi il 3% del capitale calcolato su un orizzonte di due anni e oltre l’1% su dieci anni.
Il differenziale di costo, spalmato su un’intera carriera contributiva, pesa concretamente sul capitale finale. Secondo le stime riportate dal Corriere, attraverso la firma di Federico Fubini, un contributo annuo di 2.500 euro versato per trent’anni, a parità di rendimento lordo, si traduce in un capitale finale più basso di circa 38 mila euro nel modello dei piani assicurativi italiani rispetto a quello olandese, semplicemente per effetto dei costi di gestione più elevati.
Perché sembra comunque conveniente?
Nonostante tutto questo, molti risparmiatori italiani continuino a percepire i fondi pensione come vantaggiosi rispetto al semplice trattamento di fine rapporto lasciato in azienda. Secondo l’ultima relazione Covip, negli ultimi dieci anni una quota non trascurabile di fondi negoziali, aperti e individuali ha reso, al lordo delle imposte, meno di quanto abbia reso il Tfr trattenuto dal datore di lavoro. In alcuni casi, al netto dell’inflazione, il rendimento reale è stato addirittura negativo.
Ciò che rende comunque relativamente competitivi i fondi pensione, a conti fatti, è la tassazione più favorevole riservata alle rendite di questi strumenti rispetto a quella applicata al Tfr e alla deduzione in fase di dichiarazione dei redditi. In altre parole, la gestione finanziaria pura, prima delle imposte, è mediamente meno efficace nei fondi italiani rispetto alla semplice permanenza del capitale in azienda e, di fatto, il vantaggio fiscale riesce solo in parte a compensare.
Cosa dicono i dati più recenti Covip
I dati aggiornati al 2025 confermano in larga misura questo quadro. Secondo l’ultima rilevazione Covip sui fondi pensione aperti, il comparto obbligazionario puro ha reso appena l’1% nell’anno e una media annua vicina allo zero sul decennio, a fronte di costi superiori all’1%. Le linee bilanciate hanno reso il 5,5% nel 2025 e una media del 2,9% su cinque e dieci anni. Solo le linee azionarie hanno performato meglio, con un 9,6% nel 2025 e una media del 5,1% sul decennio, comunque nella parte bassa del range indicato per i fondi del Nord Europa.