Iran e Stati Uniti hanno ingaggiato da tempo periodo una pericolosa guerra “ombra” a bassa intensità che rischia di allargarsi in un escalation dagli effetti imprevedibili. Una tensione aggravatasi in seguito all’operazione militare avviata da Israele a Gaza contro Hamas in risposta all’attacco del 7 ottobre scorso.
Il 28 gennaio, la Resistenza islamica in Iraq, sostenuta dall’Iran, ha lanciato un attacco con un drone contro la struttura americana Tower 22 in Giordania, causando la morte di un militare e di due donne di servizio e il ferimento di almeno altre 34 persone. Uno shock per l’opinione pubblica americana, non più abituata alla morte dei suoi militari all’estero, nonostante Washington debba fare i conti con un impero sovraesteso e una presenza militare nel mondo che non ha eguali. Dopo l’attacco in Giordania, il Presidente Biden e i suoi principali funzionari hanno annunciato che Washington avrebbe risposto in maniera proporzionata.
Gli obiettivi militari colpiti da Washington
La risposta militare è arrivata il 2 febbraio, quando i bombardieri americani B-1 hanno colpito oltre ottantacinque strutture collegate alla milizia sciita in Siria o in Iraq, evitando di colpire sul suolo iraniano. Il giorno seguente, i caccia F/A-18 della Marina statunitense e i Typhoon britannici, con il supporto di Australia, Bahrein, Canada, Danimarca, Paesi Bassi e Nuova Zelanda, hanno preso di mira trentasei obiettivi Houthi in tredici località di quelle che il Comando centrale statunitense ha descritto come “aree dello Yemen controllate dai terroristi Houthi sostenuti dall’Iran”. Si è trattato del terzo attacco di questa portata contro i ribelli yemeniti sostenuti dall’Iran, che negli ultimi mesi hanno messo in difficoltà il trasporto marittimo internazionale in seguito alla guerra di Israele a Gaza.
L’attacco contro i proxy iraniani in Siria e Iraq - condannato dai rispettivi governi - è avvenuto in un momento in cui l’amministrazione Biden sembrava voler prendere in considerazione l’ipotesi di ritirare i 900 soldati statunitensi di stanza in Siria e i 2.500 presenti in Iraq. Proprio nelle scorse settimane, il segretario alla Difesa Lloyd Austin ha lasciato intendere che si potrebbe arrivare al ritiro di almeno una parte delle truppe in Iraq, mentre altri rapporti mostrano che discussioni all’interno dell’amministrazione sulla possibile rimozione delle truppe ora in Siria sono in corso.
Perché uno scontro diretto è sempre più probabile
Sebbene l’amministrazione Biden abbia voluto evitare di colpire obiettivi legati a Teheran sul suolo iraniano, e nessuno dei due Paesi voglia davvero uno scontro militare diretto, le probabilità che ciò avvenga sono cresciute nelle ultime settimane. Spesso i conflitti scoppiano anche se nessuno dei due - o più Paesi coinvolti - voglia che questo accada. Come scrive Michael Hirsh su Politico, possono due nazioni che non vogliono davvero una guerra su vasta scala – anzi credono che potrebbe essere disastrosa – ritrovarsi comunque a scivolare verso una guerra? Assolutamente sì. È un problema, nota Hirsh, “che risale almeno alla guerra del Peloponneso, 2.500 anni fa” e ora è una questione con cui “sia il presidente Joe Biden che il leader supremo dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei, sono apertamente alle prese nel Medio Oriente”. Gli eventi delle ultime settimane ne sono una prova e lo stesso segretario di Stato Usa, Antony Blinken, sembra averlo riconosciuto questa settimana quando ha suggerito “che non vedevamo una situazione così pericolosa come quella che stiamo affrontando ora in tutta la regione almeno dal 1973, e probabilmente anche prima”.
La sovraestensione di un impero in ritirata
Il problema degli Usa va ben oltre Teheran e riguarda il suo ruolo nel mondo e se continuare o meno a essere quella “nazione indispensabile” che funge da poliziotto globale e risolve le controversie internazionale con l’uso della forza e della sua supremazia militare. Hirsh cita a proposito Stephen Wertheim, autore del noto libro del 2020, Tomorrow, the World: The Birth of US Global Supremacy. Wertheim sostiene infatti che dalla fine della Guerra Fredda gli Stati Uniti siano stati troppo disinvolti nel perseguire questo ruolo di “poliziotto globale”, non riuscendo a valutare appieno i pericoli per le forze americane e i costi di ciò che questo oneroso ruolo comporta. “Gli Stati Uniti hanno deciso, quando i costi e i rischi erano bassi, di disperdere le proprie forze in tutto il mondo, pensando ingenuamente che fosse la fine della Storia e che la proiezione della potenza americana non avrebbe ispirato reazioni violente” afferma.
E mentre, da un lato, crescono le pressioni sull’amministrazione Biden degli interventisti liberali e dei neocon repubblicani circa una guerra contro l’Iran - sostenuta, ad esempio, dal senatore Lindsey Graham - dall’altro illustri commentatori politici come Tucker Carlson chiedono di evitare un conflitto che avrebbe conseguenze nefaste e potrebbe deflagrare in qualcosa di imprevisto e imprevedibile dalla quale attori terzi - come l’Isis - potrebbero approfittarne per risorgere definitivamente, dopo aver già mostrato preoccupanti segnali di resilienza. Ma l’Iran non è l’Iraq di Saddam Hussein e una guerra diretta con Teheran sarebbe nel migliore dei casi catastrofica, nel peggiore potrebbe allargarsi in una guerra mondiale non più gestibile né controllabile.