OMS: scuole non principali luoghi di diffusione virus

Per l’Organizzazione Mondiale della Sanità il ruolo svolto dai bambini nell’aumento dei contagi è impossibile da negare, ma le scuole “non sono principali luoghi di diffusione”

OMS: scuole non principali luoghi di diffusione virus

Le scuole non sono i principali luoghi di diffusione del coronavirus. La dichiarazione arriva dall’OMS, che nota in primis come i bambini abbiano un ruolo importante nella diffusione del COVID-19, come è stato in questi mesi già più volte evidenziato.

Eppure secondo l’OMS questo non rende automaticamente gli istituti scolastici gli ambienti più pericolosi sul fronte contagi.

Sebbene quindi “un numero crescente di prove suggerisce che i bambini svolgono un ruolo nella diffusione del Covid-19”, le scuole “non forniscono un contributo principale alla pandemia.”

Un’osservazione che arriva a pochi giorni dal rientro nelle classi dopo le vacanze estive, con le autorità di tutto il mondo intente a cercare di orchestrare una complicatissima concatenazione di sistemi e precauzioni per contenere i contagi.

OMS: bambini hanno ruolo importante in diffusione COVID-19

Sono in molti a chiedersi se la ripartenza delle scuole possa valere il rischio per studenti, insegnanti e famiglie. Le preoccupazioni principali, oltre che economiche, attengono ai divari di apprendimento che nuove misure di blocco potrebbero innescare.

Ma il dilemma ha una soluzione facile secondo l’OMS: giovedì, durante un briefing con la stampa, Hans Kluge, direttore regionale per l’Europa dell’OMS, ha affermato che finora le strutture scolastiche non hanno fornito “uno dei contributi principali” alla pandemia:

“Ci sono sempre più pubblicazioni che accertano come i bambini svolgano un ruolo cruciale nella trasmissione, ma finora è più collegato agli incontri sociali che agli ambienti frequentati da questi ultimi”.

Ecco perché la scuola va considerata come una “massima priorità per i responsabili politici” secondo l’Organizzazione.

Ad oggi, più di 24,2 milioni di persone hanno contratto il coronavirus in tutto il mondo, con 826.368 decessi correlati, secondo i più recenti dati raccolti dalla Johns Hopkins University.

Kluge non ha nascosto che si tratta di un “momento molto difficile”, considerando l’imminente passaggio dall’estate all’autunno e l’inevitabile scenario più favorevole per il virus dal punto di vista climatico e ambientale.

Ecco perché - ha proseguito - “vigilanza diventa davvero la parola chiave”, in particolare - oltre alle scuole - per elementi che destano grosse preoccupazioni come la prossima stagione influenzale e il tasso di mortalità generalmente in aumento negli anziani durante l’inverno.

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