Essere contributivi puri non è necessariamente uno svantaggio. Puoi andare in pensione prima, ecco come.
Spesso si pensa che aver iniziato a lavorare dopo il 1996 possa rappresentare uno svantaggio per andare in pensione. Eppure non è proprio così, visto che anche per i cosiddetti contributivi puri ci sono diversi vantaggi. Tra questi, la possibilità di andare in pensione in anticipo, così come quella di poterlo fare con molti meno contributi rispetto a quanto previsto per chi ha maturato almeno un contributo entro il 31 dicembre 1995.
È vero che alcuni svantaggi sono oggettivi, in particolare per quanto riguarda gli importi della pensione, ma allo stesso tempo essere contributivi puri garantisce maggiori opportunità di pensionamento, consentendo ad esempio di andarci anche a 64 anni.
Vediamo quindi nel dettaglio quali sono i vantaggi per chi ha iniziato a lavorare dopo il 1996 e quali sono le opportunità per smettere di lavorare in anticipo.
Perché iniziare a lavorare dopo il 1996 è anche un vantaggio
Come spesso abbiamo avuto modo di spiegare, iniziare a lavorare dopo il 1996 - e senza avere neppure un contributo settimanale maturato nel periodo precedente - permette di essere inquadrati come “contributivi puri”, una platea di lavoratori per la quale sono previsti diversi vantaggi per quanto riguarda le regole di pensionamento.
Ferma restando la possibilità di accedere comunque alla pensione di vecchiaia a 67 anni di età e alla pensione anticipata con 42 anni e 10 mesi di contributi (un anno in meno per le donne), per questi lavoratori esistono infatti due misure specifiche che rispondono a esigenze differenti.
Da una parte c’è la pensione anticipata contributiva, utile per chi al compimento dei 64 anni ha maturato un assegno di importo adeguato per vivere: una soglia che la legge fissa in tre volte l’importo dell’Assegno sociale, quindi poco più di 1.600 euro lordi mensili. Di fatto si tratta di uno “sconto” di circa 3 anni rispetto alla pensione di vecchiaia, sempre con almeno 20 anni di contributi.
Dall’altra c’è invece la pensione di vecchiaia contributiva. Questa si raggiunge in realtà più tardi rispetto alla pensione di vecchiaia ordinaria, ma risponde a un’esigenza diversa: prevedendo solamente 5 anni di contributi, consente di andare in pensione anche a coloro che non raggiungono il minimo richiesto per l’uscita a 67 anni. Anziché perdere i pochi contributi versati, quindi, si può comunque ottenere una pensione, anche se bisognerà attendere il compimento dei 71 anni di età.
C’è poi una terza ragione per cui aver iniziato a lavorare dopo il 1996 consente di anticipare l’accesso alla pensione. Nel dettaglio, per coloro che hanno iniziato a lavorare da minorenni, i contributi versati prima del compimento dei 18 anni vengono valorizzati in modo diverso: per ogni anno di lavoro ne vengono accreditati 1,5. Ad esempio, con 12 mesi di lavoro se ne vedono riconosciuti 18. In un contesto in cui più contributi si accumulano - si pensi alla pensione anticipata con oltre 42 anni di contributi - e maggiori sono le possibilità di smettere di lavorare prima, questa agevolazione può risultare molto importante.
Lo svantaggio è tutto per l’importo
Ma perché molto spesso si parla del sistema contributivo come penalizzante? Il problema, come abbiamo spiegato più volte, riguarda soprattutto il metodo di calcolo della pensione. Con il contributivo puro, infatti, si tiene conto esclusivamente dei contributi versati nel corso della carriera, che vengono poi trasformati in assegno pensionistico attraverso l’applicazione di un coefficiente di trasformazione il cui valore dipende dall’età in cui si smette di lavorare. In sostanza, più tardi si va in pensione e maggiore sarà l’importo dell’assegno.
Un altro fattore determinante è la preclusione, per i contributivi puri, dell’integrazione al trattamento minimo: l’importo della pensione non viene quindi aumentato fino alla soglia minima prevista dalla legge qualora risulti troppo basso. Questo significa che chi ha versato pochi contributi o ha avuto una carriera discontinua rischia di percepire un assegno particolarmente ridotto, senza la possibilità di beneficiare di meccanismi di tutela che invece sono previsti, in determinate condizioni, per chi rientra nel sistema misto o retributivo.
È per questo motivo che, nonostante le maggiori opportunità di uscita anticipata, il sistema contributivo viene spesso percepito come meno favorevole: offre più flessibilità nei tempi di pensionamento, ma trasferisce sul lavoratore il rischio di un importo finale più basso.
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