Pensioni, ecco la riforma di cui ha bisogno l’Italia (e l’Europa)

Simone Micocci

4 Maggio 2026 - 09:36

Riforma delle pensioni, l’Europa deve muoversi. La riforma Fornero non basta più.

Pensioni, ecco la riforma di cui ha bisogno l’Italia (e l’Europa)

Le pensioni hanno un problema legato alla sostenibilità. Non adesso, visto che la legge Fornero ha messo al sicuro il sistema previdenziale prevedendo regole più severe sia per il calcolo dell’assegno sia per il collocamento in quiescenza, ma in futuro sì.

Perché in un sistema che si regge sui contributi pagati dai lavoratori attualmente impiegati, è evidente che un ribaltamento del rapporto tra questi ultimi e i pensionati rischia di portarci a un punto di rottura. Ed è proprio questo lo scenario verso cui ci stiamo dirigendo, non solo in Italia ma anche in Europa, dove il calo delle nascite, unito all’invecchiamento della popolazione, potrebbe portarci in un futuro non troppo lontano ad avere tanti pensionati quanti sono i lavoratori. La tendenza, infatti, è quella di un rapporto sempre più vicino a 1:1.

E se per il momento il presidente dell’Inps, Gabriele Fava, minimizza assicurando che le casse dell’Istituto sono in ordine, ci sono importanti economisti - si pensi ad esempio all’intervento di Cottarelli a Money Talks - che invece guardano con preoccupazione a quello che potrebbe accadere nei prossimi decenni.

Gli esperti sono convinti che così non si possa andare avanti, che il tempo della Fornero sia finito e che sia necessario pensare a nuovi modelli di riforma, capaci di intervenire sull’impianto stesso delle pensioni. Ad esempio, superando almeno in parte il modello a ripartizione - con il quale sono i contributi previdenziali dei lavoratori attivi a finanziare il pagamento delle pensioni - e introducendo meccanismi più vicini alla capitalizzazione. L’Europa sta già lavorando a una riforma, a dimostrazione del fatto che qualcosa, prima o poi, andrà fatto.

Il tempo c’è ancora, ma vista la complessità della situazione è bene iniziare subito a ragionare su cosa fare e cosa evitare. A tal proposito, un’analisi interessante sul tema è stata pubblicata oggi da Repubblica, che ha ripreso lo studio del Bcg Henderson Institute, nel quale vengono indicati tre diversi modelli di riforma.

Il problema pensioni (che non è solamente italiano)

Come specificato nell’analisi citata, oggi in Europa oltre un quarto della spesa pubblica, almeno in media, è destinato alle pensioni. Attualmente l’Italia spende il 15,2% del Pil per il sistema previdenziale, un costo destinato ad aumentare con la riduzione del rapporto tra lavoratori attivi e pensionati. Secondo le stime, infatti, intorno al 2040 la spesa potrebbe arrivare al 17% del Pil.

La situazione rischia di diventare ancora più complessa entro il 2070, quando - secondo l’analisi del Bcg Henderson Institute - in Germania, Francia, Spagna e Italia ci saranno meno di 2 lavoratori per ogni pensionato, mentre oggi ce ne sono circa 3. Una dinamica che finirà inevitabilmente per incidere sulla struttura dei bilanci pubblici, ma anche sul carico fiscale richiesto alle generazioni più giovani.

Ecco quindi perché la riforma Fornero non basta più. Bisogna prendere consapevolezza del fatto che la spesa per le pensioni dovrà essere contenuta, oppure che andranno individuate nuove forme di finanziamento. Ed è proprio per questo che l’analisi del Bcg Henderson Institute risulta particolarmente interessante: perché prova a individuare nuove leve di intervento per costruire un modello previdenziale sostenibile nel lungo periodo.

La prima strada, creare un fondo pensione nazionale

L’Italia negli ultimi anni sta spingendo sulle pensioni complementari, visto che il nostro tasso di adesione è molto più basso rispetto a quello di altri Paesi. Ma non basta.

Servirebbe un intervento più strutturale, capace di affiancare alla previdenza pubblica una componente patrimoniale di lungo periodo. È qui che si inserisce la prima proposta indicata dal Bcg Henderson Institute: la creazione di un fondo pensione nazionale, finanziato con risorse pubbliche e gestito in modo indipendente, con l’obiettivo di investire sui mercati e utilizzare i rendimenti per contribuire al pagamento delle pensioni future.

Il principio è semplice: non affidare tutto il peso del sistema ai contributi versati dai lavoratori attivi, ma costruire oggi una riserva da cui attingere domani. Il problema, soprattutto per l’Italia, è capire come finanziare un fondo del genere. Se per alimentarlo fosse necessario fare nuovo debito, il vantaggio futuro andrebbe valutato con grande prudenza, perché il rendimento degli investimenti dovrebbe essere superiore al costo sostenuto dallo Stato per indebitarsi. Per questo la misura può essere interessante, ma solo a condizione di una governance solida e indipendente, orientata davvero al lungo periodo.

La seconda strada, destinare parte dei contributi a conti individuali

La seconda proposta interviene direttamente sul modo in cui vengono utilizzati i contributi previdenziali. L’idea è destinare una quota dei versamenti sociali a conti individuali a capitalizzazione, mantenendo comunque una parte dei contributi nel sistema pubblico a ripartizione.

In questo modo, il lavoratore non maturerebbe soltanto una pensione pagata dallo Stato attraverso i contributi delle generazioni successive, ma anche una rendita legata a un conto personale investito sui mercati. È il modello seguito, ad esempio, dalla Svezia, dove una quota dei contributi viene indirizzata verso conti individuali gestiti dallo Stato e investiti sui mercati finanziari.

Il vantaggio sarebbe quello di ridurre la dipendenza del sistema dall’andamento demografico, creando una seconda fonte di finanziamento collegata al patrimonio accumulato nel tempo. Una componente a capitalizzazione permetterebbe infatti di affiancare ai contributi correnti un capitale individuale, costruito anno dopo anno e potenzialmente in grado di generare rendimenti.

Naturalmente non sarebbe una soluzione priva di rischi. Legare una parte della pensione ai mercati significa accettare una maggiore esposizione finanziaria, che andrebbe gestita con regole chiare e strumenti di tutela.

Il vantaggio, però, sarebbe notevole: secondo le stime richiamate dal Bcg Henderson Institute, modelli di questo tipo potrebbero generare per l’Italia tra 400 e 600 miliardi di euro di attivi entro il 2040, pari al 16%-23% del Pil.

La terza strada, rafforzare le pensioni aziendali

La terza proposta riguarda il rafforzamento delle pensioni aziendali, ossia dei piani previdenziali collegati al rapporto di lavoro e sostenuti, almeno in parte, anche dal datore. Una sorta di isopensione quindi, un terreno su cui l’Italia ha ancora margini importanti.

L’esempio più forte è quello dei Paesi Bassi, dove oltre il 90% dei lavoratori è coperto da piani pensionistici di settore. Gli attivi accumulati valgono circa il 150% del Pil, cioè più di una volta e mezzo il totale degli attivi pensionistici messi insieme da Germania, Francia, Italia e Spagna.

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